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Molinari (direttore di Repubblica): «Io romanista ero in Curva Nord quando uccisero Paparelli»

«Vedemmo quel razzo partire e cadere poche file sotto di noi. Lasciammo lo stadio in silenzio, increduli per la decisione di far giocare il derby»

Molinari (direttore di Repubblica): «Io romanista ero in Curva Nord quando uccisero Paparelli»
Lazio's fans hold portraits and a banner remembering Vincenzo Paparelli, a Lazio's fan killed by a flare in 1980, during the Italian Serie a football match Benevento Calcio vs SS Lazio on october 29, 2017 at the Ciro Vigorito Stadium in Benevento. (Photo by CARLO HERMANN / AFP)

Molinari (direttore di Repubblica): «Io romanista ero in Curva Nord quando uccisero Paparelli».

Per i cinquant’anni dello scudetto della Lazio, Repubblica Roma sta distribuendo il libro “Due bambini e un sogno” scritto dai giornalisti Giulio Cardone e Marco Patucchi con Massimo Maestrelli uno dei due bambini del titolo del libro, uno dei due figli di Maestrelli allenatore di quella Lazio. Oggi Repubblica Roma pubblica un estratto della prefazione di Massimo Giannini (romanista) e l’introduzione del direttore Maurizio Molinari (anch’egli romanista) il quale rivela che era in Curva Nord (la curva della Lazio) il giorno del derby in cui con un razzo lanciato dalla Curva Sud fu ucciso Paparelli.

Molinari comincia così:

Andare in Curva Nord poi, durante un derby, era qualcosa che mai e poi mai avrei preso in considerazione.
Spiega poi che due suoi carissimi amici, li definisce fratelli, con cui giocava a calcio, lo invitarono ad andare con loro in Curva Nord.
Era il 28 ottobre 1979.

Una domenica splendente, cielo terso, campo perfetto. Ero incuriosito ed affascinato dalla possibilità di vedere un derby immerso nella tifoseria biancoazzurra. Eravamo seduti al centro della curva, sulle panchine di legno verde.
Con l’arrivo dei tifosi, lo stadio si riempie. Parlo fitto fitto con Guido, abbiamo in mano due panini al formaggio, preparati dalla madre Wanda.

Quando dalla Curva Sud, vediamo arrivare un piccolo razzo che si avvita, con una punta di fuoco, ed una scia nera molto visibile. E sempre più vicino. Fino a terminare la corsa davanti a noi, cade in terra solo poche fila sotto a noi.
Si alza una colonna di fumo nero, intenso, fitto. E poi iniziano le grida: «Hanno colpito un uomo, allarme, aiuto!». È il parapiglia. Tutti corrono, verso l’uscita. Arrivano i soccorsi e poco dopo sapremo che Vincenzo Paparelli, trentatré anni, padre di due figli, non ce l’ha fatta. Ed è morto.

È stato ucciso. Sotto i nostri occhi. Nessuno parlava più, uscimmo dallo stadio in silenzio, con ancora il panino in mano, e tornammo a piedi a casa Sessa, increduli per quanto era avvenuto come per la decisione che era stata presa di giocare il derby.

Per un tempo che ora mi sembra interminabile, nessuno di noi tre parlò più. Dentro di me pensavo che essere stato in Curva Nord in quel giorno conteneva una lezione spietata: avevo visto cosa il tifo più esasperato poteva fare. Anche quello che veniva dalla mia parte.

L’amicizia con Guido e Alberto divenne ancor più granitica. Ed io avevo imparato a sentirmi a casa anche nella Curva Nord. Da quel giorno per me lo Stadio Olimpico era diventato più grande.
Avevo compreso l’importanza di guardare il mondo con gli occhi degli altri.
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