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L’ex arbitro Gavillucci: «Io nel 2018 sospesi la partita per gli insulti a Koulibaly, e fui cacciato»

“Dopo cambiarono le regole: l’Italia è l’unico Paese Uefa nel quale la decisione non è dell’arbitro ma della pubblica sicurezza”

L’ex arbitro Gavillucci: «Io nel 2018 sospesi la partita per gli insulti a Koulibaly, e fui cacciato»
Mg Torino 21/10/2016 - campionato di calcio serie A / Torino-Carpi / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Claudio Gavillucci

Claudio Gavillucci è l’arbitro che il 13 maggio del 2018 sospese Sampdoria-Napoli per i cori razzisti contro Koulibaly. Fu “punito”: finì estromesso dalla classe arbitrale. Fece causa, e grazie a lui si scoprì tra le altre cose che i referti non venivano compilati. Ci ha scritto anche un libro. Radio anch’io sport l’ha intervistato dopo i fatti di Udine: “Mi attenni alle disposizioni Uefa e Fifa, da quel momento invece in Italia cambiarono le procedute, sovvertendole. Ad oggi, rispetto agli altri Paesi europei in Italia l’arbitro non è più l’unico responsabile della sospensione della gara, ma è demandato tutto al responsabile della forza pubblica. Da quel 2018 qualcosa è cambiato. Sono contento di aver dato il La ad una fase di consapevolezza. Vedo le reazioni a tutti i livelli, oggi si riconosce che in Italia c’è il problema del razzismo“.

La vicenda Gavillucci

Gavillucci ricorda la sua vicenda: “Io non ho mai trovato la pistola fumante, qualcosa che indicasse che quella decisione fu il motivo della mia dismissione. Sicuramente ho trovato tanti elementi che non tornavano, e che poi ha avviato ad una rivoluzione interna nel metodo di valutazione degli arbitri. Oggi è molto più trasparente. Non ci dovrebbe essere una regola scritta, gli arbitri e tutti gli attori in campo dovrebbero essere guidati dal buon senso. L’atteggiamento di Maresca per Maignan è quello giusto, la comprensione per chi sta lì per giocare e invece si deve sorbire 90 minuti di insulti irripetibili”.

“Io mi ricordo come furono commentati i cori a Koulibaly nel 2018, sia da chi era a capo del governo, delle istituzioni. Addirittura c’era chi auspicava l’allontanamento dei microfoni dalle curve per risolvere il problema, così a casa non avrebbero sentito i cori. Oggi non c’è più quell’atteggiamento, per fortuna. Ora però c’è bisogno della lotta, di fare un altro passo. Quello che ho visto in altri Paesi come l’Inghilterra. Il mio gesto fu enfatizzato dal mondo esterno al calcio, e non da quello interno“.

“Io auspico che i giocatori, che hanno un potere mediatico enorme, diano il primo segnale. Se Maignan non fosse uscito dal campo, oggi non staremmo qui a parlare dell’accaduto. Gli stadi non di proprietà in Italia sono in mano agli ultras. Le società poco possono fare. Avere il controllo dello stadio facilità l’individuazione delle persone responsabili”.

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