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«Mennea aveva quattro lauree, era avvocato, eppure nessuno gli offrì un lavoro, gli chiusero le porte»

L’ex sprinter Stefano Tilli a Sette: «Era cresciuto senza scarpe, né mezzi né fisico. Era convinto che con la forza di volontà si potesse rimediare a tutto».

«Mennea aveva quattro lauree, era avvocato, eppure nessuno gli offrì un lavoro, gli chiusero le porte»
Italian athlete Pietro Mennea crosses the finish line in the men's 200m during the world Championship, on August 13, 1983, in Helsinki. AFP / LEHTIKUVA PHOTO (Photo by ILKKA RANTA / LEHTIKUVA / AFP)

Martedì prossimo saranno dieci anni dalla morte di Pietro Mennea. Per ricordare il mitico velocista, Repubblica intervista Stefano Tilli, ex sprinter, oggi commentatore sportivo. Era compagno di stanza di Mennea. A firmare l’intervista è Emanuela Audisio.

«Io ero estroverso, lui più chiuso. Con le sue abitudini. Faceva il bucato e metteva ad asciugare in stanza le assurde maglie di lana che portava sotto la canottiera. Gli dissi: ma che figura ci faccio se porto qui delle ragazze? Rispose: digli che sono di tuo nonno, ma sappi che anche i beduini nel deserto usano la lana, perché a fregarti è l’umidità».

Vero che Mennea non la faceva dormire?

«Non spegneva mai la luce, alle due di notte ancora sfogliava i giornali, leggeva, s’informava. A me quel frusciare infastidiva, ma lui niente. Stefano, diceva, devi sempre tenerti informato, sennò ti fottono. Non voleva stare al buio, in tutti sensi. Faceva i conti di tutto quello che c’era dietro all’organizzazione dello sport, giro economico, sponsor. E ironizzava: dicono che l’attività fisica faccia bene alla salute, come no, alle loro tasche fa benissimo».

Tilli racconta che la vita sportiva di Mennea non è stata sempre semplice.

«Alla sua morte tutti avevano pronto un incarico per lui: dopo, non prima».

Troppo rompiscatole.

«È l’uomo che a fine anni Settanta ci ha fatto riemergere nella velocità. Se l’Italia ha avuto un posto nel mondo è
grazie a lui, il suo 19”72 sui 200 dopo 44 anni è ancora record europeo. Dicono: non è detto che uno sportivo sia anche capace nel dirigere e nell’amministrare. Forse, ma Mennea aveva quattro lauree, era avvocato e commercialista. Volete dirmi che uno così non era preparato? Nessuno che gli abbia offerto un lavoro, gli hanno chiuso le porte, eppure sarebbe stato utile nel formare le nuove classi dirigenti sportive».

Mennea aveva le sue manie.

«Si, un po’ ossessivo. Se Vittori gli diceva qualcosa, lo ripeteva ad alta voce per tutto il giorno. Pensava di avere il mondo contro, aveva maledetto quell’ottava corsia di Mosca ’80, ma lui gliela avrebbe fatta vedere. Era cresciuto a Barletta, senza pista, senza scarpe, senza mezzi. E senza fisico. Voleva tutto quello che il destino non gli aveva dato. Era convinto che con la forza di volontà si potesse rimediare a tutto. In raduno con noi giovani arrancava: io gli andavo via in salita, nei balzi era inferiore a Pavoni, nei pesi a Ullo, le buscava anche da Simionato. Però a Mosca fu capace di vincere una gara già persa. Aveva un modo commovente per urlare al destino che non si sarebbe fatto da parte. E noi per seguire i suoi metodi di allenamento alla fine siamo finiti in chirurgia. Questione di fibre».

Si sarebbe trovato bene nello sport di oggi?

«Quello che non avrebbe sopportato è la presentazione allo stadio con luci laser, musica, spy-cam. Troppa invadenza per lui, che se qualcuno incontrandolo gli chiedeva “ma lei è Mennea”, rispondeva “no, sono uno che gli somiglia”. Era ascetico, aveva bisogno di raccoglimento. Non avrebbe accettato un mental coach e forse a lui sciogliere dei nodi sarebbe servito».

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