ilNapolista

Con l’addio di Insigne e della sua mattonella, finalmente Napoli saluta il sarrismo

Cade, con colpevole ritardo, uno degli ultimi architravi di quel sistema che ha tenuto il Napoli immobile per anni. E pensare che Sarri gli preferiva Saponara

Con l’addio di Insigne e della sua mattonella, finalmente Napoli saluta il sarrismo
Mg Londra (Inghilterra) 11/07/2021 - Euro 2020 / Italia-Inghilterra / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: tifosi Italia

E ora il coro mainstream della città e del tifo intonerà in modo scontato il ritornello banale che hanno perso tutti in questa storia. Ha perso il Napoli e Napoli, ha perso Insigne e ha perso De Laurentiis. Tutti colpevoli e nessun innocente, insomma. Anzi, il presidente sarà indicato come il più colpevole di tutti ché ha lasciato andare via il Capitano, la Bandiera, uno dei migliori talenti italiani ecc ecc per una questione di vile pecunia. Ah, il papponismo. In realtà per chi è napolista stasera non si celebra la fine di una favola, bensì l’inizio. Una favola natalizia con regia, ci sia consentita la licenza, di Quentin Torontino. Che bello!

Stasera, infatti, dopo la bellezza di quasi quattro anni finisce il sarrismo, laddove per sarrismo non si deve intendere il godimento estetico avuto nelle tre stagioni del tecnico tabagista. Piuttosto del sarrismo inoculato nella testa dei giocatori e che ha impedito ai successori del presunto Comandante di prendere del tutto in mano la squadra, a prescindere dal modulo. E la fatidica mattonella di Insigne è una delle icone di questa lobotomizzazione attuata dall’allenatore oggi camerata laziale. Per non parlare di quel modo di rifugiarsi nel palleggio orizzontale o all’indietro, che nega il pensiero e aspetta le direttive col joystick dalla panchina.

Re Carlo, cui toccò l’infausto ruolo di gestire il primo anno d.S., l’aveva capito e individuò proprio nel Capitano il primo tappo da far saltare per rendere fluido, essenziale e verticale il gioco del Napoli. Insigne, di fatto, finì sul mercato e la verità è che nessuno lo comprò, sessanta o cento milioni che fossero. Nell’ottobre del 2019, non lo dimentichiamo, andò pure in tribuna per scelta tecnica in Champions, con il Genk, salvo poi interpretare la parte del figliuol prodigo due settimane dopo con il gol decisivo a Salisburgo e il successivo abbraccio con l’allenatore. L’esonero di Re Carlo giunse due mesi dopo e al di là delle circostanze contingenti (il ritiro, l’aggressione a Edo principe ereditario, la congiura di Iago Giuntoli) si può tranquillamente dire che i senatori del sarrismo non provarono certo dolore per l’addio di Ancelotti, uno degli allenatori più titolati e vincenti al mondo.

Poi calarono le tenebre del Veleno. Gattuso fu annunciato come la riedizione dello spettacolo sarrita e rimise Insigne al centro di tutto. Il Capitano stesso lo ha ammesso recentemente. Vale la pena ricordare anche come, sempre Insigne, riassunse i metodi del nuovo tecnico: “Ha capito che ci deve mettere pressione e bacchettare pure se è il caso”. Una sorta di sadomasochismo (sarromasochismo?) infantile, forse uno dei mali atavici di questa squadra rivelati di recente dal veterano Ghoulam, dopo le incredibili sconfitte con Empoli e Spezia, partite che forse si pensava di vincere per inerzia. Tra i senatori del sarrismo e mister Veleno l’empatia fu al massimo (alle prime vittorie di Spalletti finanche Koulibaly ha sentito il bisogno di dire che era anche merito del lavoro fatto da Gattuso) e la dimostrazione finale fu il disastro con il Verona. Noi non abbiamo mai partecipato alle lamentazioni perpetuatesi a lungo per l’eliminazione dalla Champions epperò la tesi più accreditata vuole che in quella partita Gattuso smise di urlare (come se urlare fosse allenare) e i suoi giocatori più fedeli lo seguirono. Un altro ammutinamento? Si può solo ipotizzare.

Il resto è cronaca recentissima. Insigne che compie trenta anni, vuole l’aumento per confermare l’amore alla maglia e finisce a Toronto, per mancanza di altri acquirenti, seppure con un fiume di dollaroni che renderà ricchi lui, i suoi figli, i suoi nipoti e forse anche la quarta e la quinta generazione. Ovviamente non dimentichiamo le sue magie e le vittorie procurate, sarebbe da ingrati. Ma ribadiamo la ragione strutturale del nostro gaudio: adesso finalmente si può archiviare il sarrismo (l’addio di Mertens sarebbe un altro toccasana, per motivi ambientali ché la classe non si discute). Ah, dimenticavo: in origine Insigne non piaceva neanche a Sarri. Per il suo iniziale quattro-tre-uno-due (perdemmo a Sassuolo alla prima giornata), il tecnico toscano voleva Saponara dietro le due punte ma DeLa non lo accontentò e lui si adattò. Buon viaggio, Lorenzo.

ilnapolista © riproduzione riservata