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“Rischio ragionato”, rassicura Paratici. E’ come dire, con eleganza, “lo sappiamo che stiamo dicendo una cazzata”

La partita con l’Inter forse era da vincere. Ma tutto sommato si è ancora in corsa per sto benedetto quarto posto. Vedi tu se mi tocca penare così tanto per una cosa che molto probabilmente domani non ci sarà più.

“Rischio ragionato”, rassicura Paratici. E’ come dire, con eleganza, “lo sappiamo che stiamo dicendo una cazzata”
FALLI DA DIETRO –
COMMENTO ALLA 31a GIORNATA DEL CAMPIONATO 2020-21
Al minuto 71 ha sui piedi la palla per chiuderla.
Su corner è solo in area e ha davanti a sé la porta del tutto spalancata.
Può chiuderla lì, e illudere se stesso e i suoi ancora un po’, allontanando il burrone del precipizio. Può chiuderla lì.
E lui invece sbatacchia malamente in tribuna.
In quel momento non sa, in quel momento non può sapere che è quello l’errore fatale.
E invece è lì che la partita cambia.
Lui vede Semplici mettere dentro tutto quello che ha.
Tutti gli attaccanti, tutto il cuore, tutta la disperazione.
Ora o mai più.
E’ recupero. Mancano cinque minuti. I sui sono avanti di un gol. Ma lui non può immaginare quello sta per accedere.
Lui vede Gastón Rodrigo Pereiro López, quel lungagnone uruguagio dal rendimento incostante ma dal talento cristallino, decidere che quello è il suo momento.
Lo vede inventarsi un favoloso tiro a giro da fuori per il pareggio.
Mancano trenta secondi. Ventinove, ventotto.
Lui vede Pereiro mettere la palla in mezzo all’area dove Alberto Cerri, parmigiano di San Secondo, ex di turno, entrato da soli 7 minuti, colpisce di testa e insacca per l’incredibile 4-3.
Che partita!
La risposta italiana ai marziani di Saint Germain e di Monaco, diranno.
Per i sardi tre punti di speranza. Per i ducali l’addio. E’ finita.
Lui non ce la fa.
Non se la sente di rientrare negli spogliatoi.
Non ce la fa a resistere agli sguardi dei compagni.
Jasmin Kurtić si accascia in mezzo al campo e si perde in un pianto disperato.
João Pedro Geraldino dos Santos Galvão brasiliano di Mina è il capitano della squadra vincente.
Neanche lui ha voglia di rientrare.
Ad abbracciare i compagni c’è tempo.
Ad abbracciare i vincitori c’è sempre tempo.
Ora per lui è il tempo della compassione.
E allora decide di sedersi accanto al suo avversario sconfitto.
Ci sono molti modi di scegliere di essere avversario.
Non piangere.
Gli ripeterà due tre volte.
Non piangere.
Resteranno lì, seduti lì, per dieci minuti.
Un africano del Brasile e uno slavo. Due mondi lontani.
Uno ha vinto. L’altro ha perso. Fratelli.
Tenerezza.
Ed è così bello vederli lì.
Così triste, così semplice, così ragionevole, che non era possibile trattenere le lacrime.
Aiutami Prevert.
Oh dolore e mistero delle avversità.
Sangue e bagliori.
Bellezza percossa.
Fraternità.
Altra partita memorabile in zona salvezza
Si gioca al Grande Torino.
Ed è una fantastica rimonta del Toro contro i sangue-oro forse distratti da legittimi sogni europei.
L’ennesima rimonta che regala ai granata una vittoria miracolo in ottica salvezza.
E’ la vittoria di Davide Nicola, ex granata e cuore Toro.
Uomo forte, segnato dal dolore privato indomabile e non cancellabile di essere orfano del figlio che il destino gli ha portato via.
E’ la vittoria di Arnaldo Antonio Sanabria Ayala il piccoletto paraguaiano venticinquenne, ex di troppe squadre che magari di lui non hanno capito niente.
Lui che a inizio ripresa si eleva al cielo sul cross di Ansaldi e brucia Mirante per il pareggio dopo il momentaneo svantaggio firmato da Borja Mayoral a inizio primo tempo.
Poi saranno Zaza e Rincon a proiettare il Torino a quota 30 punti in classifica al pari di Fiorentina e Benevento ma con una partita ancora da recuperare.
Si parte per i quartieri alti.
Dove è in gioco l’Oro d’Europa.
Ancora per poco a quanto pare. O forse addirittura mai più.
Rimbalza inquietante la notizia di una Super Lega nascente.
La Super Lega dei migliori. Roba che tra l’altro in politica non sta andando mica benissimo.
Un campionato a 12 squadre che per ora non convince nessuno.
Con le italiane e le spagnole in gara solo per risanare i propri conti. Insomma, più o meno il modello UE adattato al calcio.
Si scende al vecchio Brumana, oggi Gewiss Stadium, non senza rumori.
In casa agnellina, mentre perdura il silenzio dei giudici sul caso Perugia-Sanchez, giganteggia l’assenza del Toy Boy.
“Rischio ragionato”.
Si affretta a rassicurare Paratici.
E’ la frase più di moda.
Quella che sostituisce con eleganza: “Lo sappiamo che stiamo dicendo una cazzata”.
Il Toy Boy ha i preziosi flessori affaticati e preferisce riposare.
Casa Dea echeggia ancora degli insulti che il prode Gasp ha riservato agli ispettori antidoping. Episodio che riaccende non sopite allusioni sulle pratiche misteriose di quello spogliatoio.
Si scende al vecchio Brumana, con una certezza.
Una delle due alla fine lascerà qualche punto.
O magari entrambe, che è poi la speranza per la concorrenza.
Sembra proprio così, almeno fino al minuto 87.
Sinistro da fuori di Ruslan Malinovskyi. La palla è deviato da Alex Sandro, che spiazza Szczesny.
La spavalda Dea costringe la Vecchia a inchinarsi dopo vent’anni.
Terzo posto prenotato.
L’Inter corre da undici partite verso uno scudetto che non può perdere.
Può anche fermarsi un attimo e riprendere fiato.
All’appuntamento con la capolista il Napoli inaugura la nuova divisa che pare stia sbaragliando il mercato.
Bella, però. Elegante e di classe. Cosa c’entri quell’aquila o quel piccione ad ali aperte con la storia di Napoli e del Napoli è un dettaglio che non mi va di approfondire.
Si inizia con un avvertimento mafioso dell’ineffabile Mazzoleni al Var. Perché il fallo di Barella sul Pibe di Fratta è chiaramente dentro.
Il Napoli è più aggressivo. Gli interisti controllano col più banale trappattonismo speculativo. Difesa e palla lunga per il Titanico belga, mai visto così in evidente difficoltà contro i maestosi centrali azzurri.
La notizia è che in centro campo il Fenicottero Andaluso e Dunga Demme, sorretti da Politano, dal Signorinello Pallido e dal Pibe di Fratta, hanno costantemente la meglio su Barella, Brozo ed Eriksen.
Sì, ci sono due legni nerazzurri. Ma sono frutto di deviazioni, non di azioni costruite.
Noia, tutto sommato.
Simile a quella prodotta dallo spettacolo in streaming di Thomas Bernardt firmato dal regista radical al cachemire, ora tanto di moda. Spettacolo – tra l’altro – che tutti in coro definiscono un capolavoro, ma che nessuno ha visto. Perché nel frattempo o ronficchiavano con voluttà o avevano più saggiamente zippato altrove.
Il vantaggio azzurro non è casuale. Lo sarà la dinamica fortunosa che lo ha procurato.
De Vrij a ostacolare Handa e palla che carambola nel sacco.
Il Dogo del Salento non abbaia. Sta lì, mogio in panchina senza reagire.
Ci vorrà la percussione di Hakimi, il più temuto, il più convincente, pur se in digiuno Ramadan.
Ci vorrà il suo cross, sul quale il timido Albatros friulano non interviene, a innescare il pareggio di Eriksen, danese ovviamente amletico e fino ad allora del tutto anonimo.
Ma sarà ancora Napoli.
Due volte Politano.
Prima su punizione invita Fabian, che arriva in ritardo.
Poi di destro, il piede sbagliato, a colpire il legno.
Sarà ancora Napoli un attimo dopo.
Quando il Signorinello Pallido è fermato in area da De Vrij.
Il fratello ingenuo di Jack la Cayenne indica il dischetto.
E subito si scatena l’inferno.
E’ tutto uno sbandierare per un fuorigioco che non c’è.
E’ tutto un urlare da parte del solito Mazzoleni che dal Var convince l’improvvido ad ammettere l’errore. Intervento sul pallone.
E sia.
Forse era da vincere.
Ma tutto sommato si è ancora in corsa per sto benedetto quarto posto.
Vedi tu se mi tocca penare così tanto per una cosa che molto probabilmente domani non ci sarà più.
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