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Non mi sono depresso per l’acqua alta, mi sono depresso per le mani alzate di Mario Rui

Quella mancata ripartenza del Napoli mi ha fatto venire in mente il calcetto amatoriale dove se le danno di santa ragione per una pizza

Non mi sono depresso per l’acqua alta, mi sono depresso per le mani alzate di Mario Rui

È l’ottantesimo, Mario Rui riparte dall’area di rigore palla al piede, accanto a lui quattro, poi tre, poi due, poi nessun compagno. Mario Rui si ferma e quasi alza le mani, come a dire “vabbè” ma i napoletani possono tradurre come preferiscono. Era la situazione perfetta per un contropiede, o, se preferite, come si usa dire adesso, ripartenza, i calciatori dell’Udinese sbilanciati e ormai fermi, ma nessuno del Napoli si muove, eccetto Mario Rui, che non è esattamente un fenomeno, ma che ripartiva, trenta metri di campo aperto davanti a sé, la possibilità – se qualche compagno lo avesse seguito – di arrivare fino all’area dei friulani, ma niente, tutti fermi, che depressione. Depressione sì, non mi viene stanchezza, non mi viene rinuncia, non mi viene mancata volontà. Mi viene in mente il calcetto amatoriale, cinque contro cinque, giovani e vecchi, a darsele di santa ragione fino alla fine, e in ballo c’era la bevanda nello spogliatoio, e in palio c’era la pizza. Vediamo se Mario Rui è libero il giovedì sera che ne manca sempre uno. Depressione, sì.

Ho avuto la casa allagata per l’acqua, abbiamo avuto danni e disagi, abbiamo ancora molte cose da sistemare, ma non siamo depressi. Mi ha depresso soltanto l’ultimo mese del Napoli, ma di andare all’indietro per cercare di capirlo mi stanca, lascio perdere, aspetto la bella stagione, la fine di tutto, una vittoria, due passaggi azzeccati di fila, che torni un’idea di gioco, un po’ di voglia. Paura, dicono. Hey, ma è soltanto pallone. Nessuno dribbla, nessuno inventa, nessuno spera. Tiri improbabili da fuori area, tiri sbagliati, appoggi troppo corti o troppo lunghi, possesso palla fine a sé stesso, colpi di testa senza potenza, cross senza mira, ammonizioni senza motivo. Gente che si guarda e scuote la testa. Che vuol dire? No, non è colpa mia? È sempre colpa di qualcun altro. Tipo di Inler, vedi che è Vinazzani, nooo, sarà Speggiorin. Non si può dire che è colpa della società, secondo alcuni, ma qui lo dico, la dirigenza è la principale responsabile. Ingenuità, superficialità, mostrarsi ridicoli, prendere decisioni avventate e sbagliate, e comunque, anche se fossero giuste, non saperle comunicare. Non si può dire che sia colpa dell’allenatore, secondo molti, ma qui lo dico, anche se a malincuore, caro Carlo è pure colpa tua, hai provato a stare in mezzo e in mezzo non si può, questo non è un centrocampo. Non si può dire che sia colpa dei calciatori, secondo alcuni, ma qui lo dico, cari calciatori, carissimi calciatori, è colpa pure vostra, lo è quando siete scesi in campo senza scenderci, colpa vostra quando non siete scesi in campo, andando a dormire di qua non andando a dormire di là. Depressione sì.

Amy Hempel nel suo ultimo libro di racconti Nessuno è come qualcun altro (Sem editore, trad. Silvia Pareschi) inventa 15 storie tutte diverse, tutte particolari, tutte quante ci raccontano l’umano e, quindi, perché no, tutte potrebbero narrarci il Napoli, ma oggi me ne viene in mente una in particolare Il Tornado di Bambole. Ecco cosa scrive Hempel: “Le bambole formano il vortice e oscurano la stanza con tutto ciò che è stato trascinato dentro quell’imbuto che ha risucchiato anche un telefono e uno xilofono, e le bambole sono intere o senza arti, senza occhi, oppure hanno gli occhi spalancati e i capelli ritti in testa. Sono nude e vestite, nuove e vecchie. Le bambole che possono parlare non parlano; le bambole che possono ‘bagnarsi’ sono asciutte”. Le bambole sono il Napoli, il tornado è la stagione. Quelle che formavano il vortice, che fossero intere o senza arti sono il Napoli fino al sessantesimo minuto giocato contro l’Atalanta. Dopo ci sono le bambole che tacciono ma che potrebbero parlare, sono i calciatori visti in campo nel primo tempo contro l’Udinese o contro la Roma o contro il Genoa o contro il Bologna. Sono loro le bambole che restano asciutte, non corrono, non si bagnano, non sudano.

Il racconto di Amy Hempel è ispirato a un’opera d’arte dell’artista Kim Holleman, dal titolo Toynado. Se tutto avviene nella stessa installazione il Napoli sarebbe l’opera d’arte perfetta per rappresentare la condizione umana. Tutto avviene nel tornado, e il tornado dura poco, e il tornado è infinito. Il gioco splendido contro l’Atalanta e, in maniera rapidissima, il nulla, il declino. Ascesa e sprofondamento. Se il campionato si svolgesse alla Biennale il Napoli avrebbe vinto il primo premio. Ah, se fossimo arte contemporanea, e invece siamo pallone, una cosa che si concretizza con una sfera che varca la linea, qualcuno che esulta, che gira, si sbraccia come fosse una bambola, ma quella di Amy Hempel, di Kim Holleman o di Patty Pravo? Lo sapremo martedì, di sicuro, da questo mese, la nostra vita nei piedi di undici calciatori non la metteremo più.

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