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Dialogo tra Montalbano e Mimì Augello sulle fimmine

Augello dopo il matrimonio era in una situazione nuova stretto tra la sua natura di donnaiolo e la condizione di marito

Dialogo tra Montalbano e Mimì Augello sulle fimmine

Era in commissariato da un’orata e sembrava che tutto filasse liscio nell’ordinaria amministrazione di una stazione di polizia, ma il pensiero andava al suo vice, Mimì Augello, fimminaro impenitente, che ancora non si era apprisintato in loco e di certo Montalbano non poteva contare sullo sull’ispettori Fazio Giuseppe per sbricare le rutture che si sarebbero prisintate di lì a poco.

Catarella (al tilifono): “Trasì ora il vicicommisari Augelli: Vossia mi dissi che dovevo signalari la sua venuta in lochi.”:
Montalbano: “Bravissino Catarè, ora ti rechi in lochi dell’officio dell’Augello e gli spì se poti vinire per qualichi minuti quia da me… “.
C: “Subitissimamente feci, dutturi”.
Mimì Augello, da quanto si era maritato con Biatrice, una bona picciotta di paisi, attravirsava un piriodo un po’ accussi: stritto tra la sua natura di fimminaro e la nea condizione di marito.
Ora Mimì si palesò nell’officio di Montalbano con la solita ariata alla Bellantonio di Vittorini, ma con un ummira in viso che ne accentuava il mistero.
Augello: “Ciao Salvù, mi facisti acchiamare?”.
Montalbano: “Mimì, più che accihamare, speravano che stammatina ti acchianassi…. Ma che minchia ti successe che ti arricampasti in Commissario all’ura dell’apiritivo nell’Altitalia?”.
A: “Mi devi scusare Salvo, ma ebbi una nuttata storta, nenache a casa mi arricampai. Dissi a Beba che avivo un appustamento, ma in realtà sugno stato con quella commissa di Montilusa che da qualichi jurna mi turmenta con la sua billizza incantatrice, Tu si omo e puoi capirme”.
Montalbano capiva solo che ora ci saribba stata la confessiuna ed iddo non aviva proprio gana di sorbirsela: all’università non aviva scilto di fare psicologie ma liggi…
M: “Io non capiscio una biniditta minchia, Mimì. Tu n’omo spusato sei, e dovristi pinsare a Beba e non ad andari in giro la notti; ché poi la matina mi arrivi anche intordonuto in commissariato e non riesci neanche a dare il tu contributo per un’eventuale ‘ndagini”.
A: “Ragione hai, Salvo”.
M: “La ragione si dà ai fissa, Mimì”.
A: “Ma Salvo tu dovresti vidirla Serena – la picciotta di Montilusa; nota del ridatturi – c’ha uno sguardo che ti affata”.
M: “Ma ‘post fata resurgi’, Mimì? Tu a mia mi servi in offcio, pirchì sei il mio vici, te lo scurdasti?”.
A: “Non havi tutti i turta. Ma io c’ho un cori diviso a metà tra il lioni e l’asino”-
M: “Prima mi dai ragiuna, ura non mi dai tortu: Mimì vidi di diciderti sulla tua vera natura, che sennò chiammo il Vuvueffi”.
A: “Io ora, Salvuzzo, è all’amico che mi sto riferendo: dammi una mano d’aiuto!”.
Montalbano inzio a biastimare tutto l’Olimpu cristiano, greco e pagano. Iddo nun s’era maritato proprio per non essere rotto i cugliuna e spesso si trovava ad issiri il confissori degli amica sulle quistioni di cora.
M: “Mimì, una decisioni havi da prendere: o ti divorzi o fai il marito di Beba, capisti?”.
A: “Ma Salvu, tua non mi puoi diciri quista cosa: io a Beba ci volli bene, e che quanno vido una fimmina che mi fa sangue mi venni isso alla tista e non capisco nihilo”:
M: “Allora vai dal dutturi del sangue fatti prescriveri una cura per il colistiroli delle fimmine”.
A: “Salvù, ma pirchì babbii simpre: io sono qui ginucchiuna e tu mi pigli a cavucia”.
M: “Mimì, commo diciva il maistro Lionardo Sciascia la sturia è simplici o di qui o di là del Rubicuni, altera via non ci sta: a mino ché tu non continui a fari il picciottazzo commu facivi primma del matrimunia”:
A: “Ma non vuoi che ti parlo di Serena che nomen snomen è proprio una criatura paradissiaca e che Salvo mio, havea du boccie che ci poti ridisegnare la donna di Vitruviu”.
M: “Mimì l’homo di Vitruviu, e che minchia nel tuo ciriveddrù havi un fimminamorfismu: non è che stai portando avanti degli studia sulla cultura della differenza come quella antropologa che scriva sul Manifestu?”.
A: “Nonsi, io non la acconoscio la Magli che dicisti, ma sugno per quello che diciva Ciarchil, ‘urrah per la picca differenzia’ “.
La discussiuna stava principiando una periculusa strata ‘ntelletuali e citazionistica che a Montalbano non piaciva per ninta. Tra qualche minuto doviva andari dal Quistori – aveva da poco chiamato l’untuosi Lattes e Mieles – e già gli giravano come a Silverstoni. Ora ci si mittiva pure la stranna morali sessuali del suo vice, criatura mitologica dimmidiata. Andava pirciò prisa una dilibirazioni ‘mmdiata e dicisiva.
M: “Mimì, viniamo a dama – ma non in senso donnesco; nota del ridatturi – stanotte tu a Sirina non la vidi”.
A: “E poi pirchì?”
M: “Pirchì, tu stanotti sei di sirvizi attornu alla villa di quell’imprenditori dell’eolico amicu del sottosegretariu del Nordi che pare essere un sostenitori del ‘latitantu più anziano’ commo dici l’aginti scilto al centralinu nuostro”.
A: “Ma Salvo, allora io stanotti non posso andari a parlari con Serena: eppoi chi glielo dici a Beba, potrebbe pensari ligittimo che io passi la notte con ‘n’altra fimmina”.
M: “A Beba ci tilifono io e glielo dico: così sento pure come sta tu figlio Salvuzzo”.
A: “Salvo mio sei n’omo senza cori, non capisco proprio commo fa quella povira anima bebbra di Livia a stari con un tipo commo a tia”:
M: “Mimì, pinsa alla tua doppia ‘ndentità che alla mia Zita ci pensò io. Ed ura fora nel tuo officio a lavurari pirchia i contribuenta ci pagano lo ‘stipendi”.
Mimì Augello, con un contorsionismo da operetta – genere musical-letterario in cui saribbi stato bena; nota del ridatturi – guadagnò la purta di Montalbano e con un ultimo sguardo da narcisista offeso si lascio alle spalle l’officio midisimo e si recò ad occuparsi del suo di officio, che molto spesso viniva a fagliare. Montalbano lo salutò con una raffica di ‘mproperi mintali. Poi mentre ripigliava a sottoscrivera i documenta ebbi anche un pinsero da patri per l’amico-vice: “In funna havi le sue ragiuna: ‘la su Natura è chista’”.

 

 

 

 

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