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Tifosi del Napoli, perché in De Laurentiis cercate l’amore?

Il presidente di una squadra non deve generare sogni. Le sue parole ad Ancelotti su James si chiamano mercato, realtà, vita. Per fortuna, non amore

Tifosi del Napoli, perché in De Laurentiis cercate l’amore?

C’è bisogno che usciamo dall’incantesimo, cari amici. Che la realtà si riappropri del luogo che le compete, persino nella mente di noi napoletani, ormai in uno stato di serissima e inconsapevole prostrazione dinanzi alla solita teoria di sentimenti – la nostalgia, la malinconia, l’amore.

L’amore dei napoletani

L’amore. Ecco. L’amore. Nella vita di ogni napoletano esiste una quantità patologica di amore, un languidume perenne, uno strabordante e paralizzante diabete sentimentale, una malattia cronica alla quale non riusciamo a sottrarci. Siamo immersi sin da bambini in questa condizione di bulimia affettiva, tanto che il presidente di una azienda calcistica parla alla radio e noi ci facciamo largo tra le parole per scovarlo, anche lì, da qualche parte, l’amore. Da ragazzini cercavamo l’amore sbirciando tra le pagine proibite del Le Ore del giornalaio sotto casa, oggi siamo finiti a cercare l’amore tra i piani di bilancio, tra le partite doppie, tra i diritti d’immagine, tra le rescissioni di contratto.

È imperativo che oggi, almeno oggi, noi usciamo da questa bolla che ci separa da qualunque contesto reale perché – si faccia molta attenzione – lo stato allucinatorio che ha permesso ad un individuo come Sarri di razziare (con dolo) larga parte delle coscienze napoletane è il medesimo che ci porta a pretendere che De Laurentiis debba combattere le nostre battaglie di bottega, di micro-clan, che siamo convinti siano fondamentali per il pianeta mentre sono totalmente irrilevanti – perché non se la prende con i sarristi? Perché non passa all’incasso? Perché non difende Ancelotti?

Queste ed altre domande sono parte della nostra schizofrenia, sono un transfert mostruoso che la città fa da secoli su uomini, donne, gruppi, squadre, cantanti, calciatori, attori, perché ciò in cui pretendiamo altri si impegnino è precisamente quanto noi non riusciamo a fare. Il napoletano non sa farsi largo tra gli intrichi della storia, non sa battersi né contro gli amici né contro i nemici e allora strilla al cielo quanto sia un sacrilegio che a un tale esemplare di intelligenza e passione come lui non venga immediatamente spianata la strada della vita.

Il presidente di una squadra non deve generare sogni

Non deve dar vita ad alcun afflato mistico. Egli deve trovare le risorse con mille giochi contabili. Deve pagare e programmare i bilanci. Devi attirare il talento giusto, legarlo a sé con contratti di difficile rescissione e a totale suo vantaggio per poi rivenderlo al momento opportuno. Deve costruire la rete politica attorno a sé per mantenere il proprio potere di controllo. Insomma, deve fare il lavoro che è richiesto nella realtà, dove i napoletani che si incaponiscono a vivere in Pane amore e fantasia non vogliono dirigersi mai.

A meno che davvero non crediate alle agiografie da blockbuster di seconda categoria, i più grandi geni imprenditoriali sono stati l’incarnazione dei più spietati camminatori sulle ossa altrui, un lavoro sporco che va osservato ad occhi aperti e raccontato, senza sentire il bisogno continuo del melenso. Cercare l’amore in De Laurentiis è come entrare nella stanza del direttore che ci impone, come a Fracchia, di provare la merendina al cioccolato “il Sempliciotto” per poi intonare il canto di dolore perché non ci troviamo di fronte, come speravamo, a Santa Teresa d’Avila.

Ben venga il deserto di questi sentimenti

Soprattutto perché, in sostanza, questi sentimenti non valgono granché. Servono solo a tenerci in vita come in una sala di rianimazione. La cura che possa contribuire alla generazione degli anticorpi contro i Sarri che verranno è seguire, a costo di dover sopportare qualche antipatia, chi da sempre fa della misura della realtà l’unico valore concreto, tralasciando il commento non necessario sullo stile o l’educazione. A Napoli, solo De Laurentiis. Se esistiamo, come realtà sportiva, è solo perché’ uno ci ha visto e continua a vederci lungo. Uno che ha chiamato Ancelotti e gli ha detto – giustamente – che gli compra James Rodriguez ed è meglio che lo faccia fruttare, se vuole continuare a sedere sulla sua panchina. Si chiama mercato. Si chiama realtà. Si chiama vita. Per fortuna, non si chiama amore.

 

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