Il Napoli di Ancelotti somiglia a quello dell’89: le facce scure sono fuori luogo

Secondo in campionato e in corsa in Europa (quello vinse la Coppa Uefa). Dopo Empoli, qualche domanda è lecita ma le tragedie no

Il Napoli di Ancelotti somiglia a quello dell’89: le facce scure sono fuori luogo
Hermann / KontroLab

5 aprile 1989

Sono passati esattamente 30 anni da una delle partite più importanti nella storia del Napoli.

Quella sera al San Paolo si giocava la semifinale di andata di coppa Uefa, con gli azzurri che affrontavano (non da favoriti) quel Bayern Monaco che stava dominando la Bundesliga.

Si trattava di una partita molto temuta, si sarebbe invece trasformata nel primo passo decisivo verso il trionfo europeo.

Il Napoli quattro giorni prima aveva giocato la 23a giornata di campionato, perdendo in casa per 2-4 contro la Juventus, una delle Juventus più anonime della storia, lontana parente di quella odierna. I suoi giocatori più importanti si chiamavano Rui Barros, Zavarov e Laudrup.

Anche allora, soprattutto in prospettiva Coppa Uefa, vi fu sconcerto dopo la sconfitta. Eppure, nonostante il crollo contro la nemica storica (che gli azzurri avevano da poco eliminato proprio dalla Coppa UEFA), nonostante il distacco dall’Inter capolista che giornata dopo giornata diveniva sempre più ampio, nessuno si permise di pensare o di dire che, se non si fosse vinta quella partita contro il Bayern (meno che meno se non si fosse vinta quella Coppa UEFA), quell’annata sarebbe diventata fallimentare.

Quel Napoli arrivava da uno scudetto perso pochi mesi prima, in maniera amarissima, al termine di una stagione stradominata. La squadra sembrava aver già concluso il suo ciclo dopo il campionato vinto nel 1986-87. Si parlò apertamente di campionato venduto, di calcio-scommesse, lo spogliatoio era spaccato e la società individuò i capri espiatori in Garella, Ferrario, Bagni e Giordano.

La campagna acquisti aveva portato in azzurro Alemao, Giuliani, Crippa, Corradini, Fusi, Neri e Giacchetta, calciatori che prima del loro arrivo a Napoli non erano certo considerati dei campionissimi, oltre ad una serie di comprimari che non lasciarono traccia nella storia del Napoli.

Un calciomercato del genere oggi avrebbe provocato la rivoluzione social. Ma 30 anni fa nessuno si riempiva ancora la bocca con la parola “top player”.

Nonostante queste premesse, il San Paolo si continuava a gremire come nulla fosse

54.000 tifosi si abbonarono, malgrado l’amaro epilogo del campionato precedente e le incertezze della stagione in arrivo. La media a fine stagione sarebbe stata di 61.500 spettatori (fonte stadiapostcards.com), con il pubblico di Napoli secondo come presenze solo al Milan di Sacchi, fresco campione d’Italia. I tifosi del Napoli riempirono lo stadio addirittura più dell’Inter che avrebbe poi vinto lo scudetto 1988-89.

Parafrasando Fabio Concato, i tifosi azzurri andavano allo stadio ancora felici “come dei bimbi ad una gita”. E ci andavano soprattutto per tifare instancabilmente, quasi mai per fare l’analisi tattica della partita.

Quella stagione rimase poi storica per la conquista della Coppa Uefa, ma i risultati in campionato non furono all’altezza dei due anni precedenti. Il Napoli giunse sì comodamente secondo, ma a ben 11 punti di distacco dall’Inter che, ricalcolati con il sistema attuale, diventerebbero 19 punti in 34 giornate (non 38 come oggi).

La stagione fu costellata di partite scialbe, con ben 11 pareggi e 5 sconfitte. Il Napoli fu capace di perdere persino a Lecce ed Ascoli, pareggiò a Pescara ed in casa col Pisa, due squadre che sarebbero poi retrocesse.

L’Inter di ieri come la Juve di oggi

Lo scudetto fu assegnato con ben 4 giornate di anticipo sulle 34 totali.

Il pubblico di Napoli si rese presto conto della superiorità dell’Inter dei record, non mise mai sotto accusa squadra, allenatore o Società, e comprese perfettamente che l’obiettivo stagionale stava diventando l’Europa. Nessuno mise mai spalle al muro la squadra del cuore, nessuno immaginò neanche di pronunciare la parola fallimento se quella Coppa Uefa non fosse arrivata. Il tifoso del 1989 aveva un’idea più chiara della dimensione della propria squadra. E l’amava a prescindere.

Oggi come allora il Napoli ha iniziato la stagione dopo lo shock di uno scudetto sfuggito per un amen.

Anche quest’anno lo spogliatoio ha avuto bisogno di ricompattarsi psicologicamente.

Anche questa stagione è stata dominata in maniera incontrastata da una squadra da record.

Purtroppo anche quest’anno, come 30 anni fa, la stagione del Napoli è stata caratterizzata da alti e bassi.

Ma anche quest’anno, come 30 anni fa, il Napoli è lì, secondo indisturbato. E ancora in corsa per un trofeo europeo.

Però i tifosi sono amareggiati, pretendono che il Napoli non perda mai. Ogni sconfitta o pareggio diventa un’occasione per istituire processi e parlare di stagione fallimentare.

Tutto questo è incomprensibile. Farsi qualche domanda è lecito, come ha giustamente sottolineato Massimiliano Gallo nel suo articolo dopo Empoli-Napoli.

Le tragedie no, quelle sono inaccettabili. Soprattutto perché avvelenano una stagione che, da molti punti di vista, è migliore di quella che in tanti avevano preventivato.

E che già ora meriterebbe molti più sorrisi che facce scure.

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