“Il professore e il pazzo”: il potere del linguaggio sull’animo umano

L’impresa di realizzare un dizionario della lingua inglese. Il film gode di interpretazioni magistrali: su tutte, quella di Penn

“Il professore e il pazzo”: il potere del linguaggio sull’animo umano

La regia di Shemran

Che gran film “Il professore e il pazzo” con la regia di P. B. Shemran, uno dei protagonisti con Mel Gibson, sta da anni adattando dal romanzo omonimo di Winchester. Il film racconta infatti l’intrapresa che un homo novus, James Murray (Mel Gibson), compì nel 1857, tentando di predisporre un dizionario della lingua inglese su incarico degli accademici di Oxford, tentativo che all’epoca neanche loro erano riusciti a portare a termine. Murray contrastato da quella parte dei docenti che non vedevano di buon occhio che un non laureato potesse confezionare un tale volume, organizza il tutto con una sorta di chiamata alle armi su base volontaria di tutti i lettori e gli umanisti del grande Impero coloniale britannico. Questa storia viaggia parallela con le vicende dell’ufficiale medico americano William Chester Minor (Sean Penn) che per un tragico errore uccide un padre di famiglia e che finisce per questo in un manicomio criminale inglese.

Lo stallo che coinvolse la stesura del primo tomo dell’English Dictionary di Oxford per la penuria di citazioni letterarie sulle parole “arte” ed “approvato”, portò Chester Minor – per un programma di recupero – ad intersecare il progetto di Murray: divenendone prolifico contributore. Tutto questo mentre William andava avanti nella ricerca di un rapporto con la vedova della vittima Eliza Merrett (Natalie Dormer). È in questo frangente che il “pazzo” diviene amico del coordinatore Murray e ritrova l’affetto della Merrett: “It love… then what?”. Il primo volume viene dato alle stampe, ma lo scoppio dello scandalo che a redigerlo sia stato anche un galeotto americano, fa piombare il tutto sub iudice. Altre vicende porteranno l’impresa in salvo.

Il film gode di interpretazioni magistrali: su tutte, quella di Penn che tra lo spiritato ed il tarantolato rappresenta la vicenda del senso di colpa di Chester Minor e la sua discesa negli inferi della condizione psicopatologica. Altro gigante la Dormer nella declinazione di una vedova rancorosa, eppoi perdonante. Ma su tutti c’è quel potere che ha il linguaggio – soprattutto letterario; ma anche minimo – che consente a persone dissimili – ma “chi è cosa?” – di trovare punti di contatto ed amicizia. Ed anche di essere veicolo di annientamento di sentimenti assoluti come l’odio. Un film degno di “Green Book”.

ilnapolista © riproduzione riservata