Ancelotti merita, non solo per il passato

Abbiamo ottenuto un secondo posto che ora è sminuito nella considerazione generale semplicemente perché si è avuti la capacita di non farlo mai essere in dubbio

Ancelotti merita, non solo per il passato
Per la prima volta in stagione il Napoli perde due partite consecutive, scatenando il comprensibile malumore di una tifoseria che non ha più obiettivi reali da sognare da qui sino a fine maggio. Non resta che sperare passino velocemente e in maniera indolore le prossime cinque giornate, per concentrarsi al meglio sul rinnovamento di un organico che, a leggere i numeri, da novembre 2017 e, in particolare da febbraio dell’anno scorso, è in leggero ma continuo calo dopo aver strabiliato l’Italia intera nell’anno solare 2017.

Il rischio “Inter del triplete”

Il ricordo di quel rendimento favoloso, 31 vittorie in 39 partite di campionato, segnando 96 gol ha rappresentato la scorsa estate un’illusione e allo stesso tempo un debito di riconoscenza capace di impedire quel rinnovamento necessario per essere competivi. Una strada indicata tra l’altro dallo stesso Sarri appena prima di non trovare la forza di dichiarare pubblicamente la sua volontà di restare a Napoli. Il tifoso ha il pieno diritto di guardare il dito che indica la luna e confondere i 91 punti con la scorsa stagione nel suo complesso, la dirigenza non lo aveva.
Chi in società ne ha la responsabilità, se davvero quest’anno già si voleva vincere, doveva forse meglio notare come si passò, dopo l’infortunio di Ghoulam col City, da 30 punti nelle prime 11 giornate a una media punti successiva di poco superiore (2,26) ai due punti a partita e a giocare con un attacco che segnava in campionato ancor meno (1,66 a gara),  di quello che sta facendo quest’anno. Se il Napoli vive ulteriormente sul ricordo del passato e non accetta che, rispetto al 2017, due anni in più per dei già trentenni come Albiol, Callejon, Hamsyk e Mertens siano tanti e che Ghoulam non sia ancora lui, si rischia seriamente di compiere l’errore che in Italia fece l’Inter del post triplete, un debito di riconoscenza che quella società ancora sta scontando (e almeno quella squadra aveva vinto).

La legge di Murphy

Quella contro l’Atalanta, la squadra ad aver fatto più punti in Serie A nelle ultime otto gare, è la partita simbolo di un 2019 in netta involuzione da parte del Napoli, che segue inesorabilmente il famoso paradosso pseudo-scientifico “Se qualcosa può andar male, andrà male”.
Gli azzurri giocano bene almeno per un’ora, vanno in vantaggio e si divorano almeno un paio di clamorose occasioni da rete. Una serie di oramai consuete disattenzioni difensive e la grande capacità offensiva degli orobici (secondo attacco della Serie A, a una lunghezza da quello della Juve) consentono però all’Atalanta di prima rimontare e poi ribaltare il risultato, lasciando il Napoli alla sua crisi, per fortuna innocua, di risultati.
Il secondo posto, ottenuto già in due casi nelle ultime tre stagioni, non sembra però essere a rischio: i punti sull’Inter sono sei a cinque giornate dal termine, con uno scontro diretto da giocare in casa alla penultima di campionato.

Crisi di risultati nel 2019

Su una cosa invece non c’è dubbio: il 2019 della squadra di Ancelotti è stato in netto calo rispetto a quanto fatto nel girone d’andata. Nelle quattordici partite di questo girone di ritorno iniziato dopo la pausa invernale, il Napoli ha raccolto appena ventitré punti, trovandosi solo al sesto posto, a sei punti dalla seconda, Atalanta. Soprattutto, questo mese di aprile è stato davvero nero: solo una vittoria e un pareggio in sei partite giocate, costati l’eliminazione in Europa League e un allungo del distacco dalla Juventus.
Dopo quella contro l’Atalanta, si fanno dieci le partite consecutive in cui il Napoli subisce almeno un gol: la stessa squadra che prima della gara di ritorno con la Juventus aveva fatto le sue fortune con la solidità difensiva, subendo otto gol nelle diciotto partite precedenti, nelle successive otto ne ha incassati dodici. Questa fragilità difensiva è la causa vera della attuale crisi di risultati in campionato, visto che il Napoli ha mantenuto sostanzialmente la stessa media di gol fatti nei due periodi considerati (rispettivamente, 1,83  e 2). Le cause possono essere tante e molto probabilmente tutte giuste: tra queste, l’assenza di un leader come Albiol, la mancata sostituzione del veterano e capitano Hamsyk, la flessione di rendimento di Allan in un centrocampo numericamente povero dopo l’ulteriore partenza di Rog e l’infortunio a Diawara. Senza dimenticare il fondamentale aspetto mentale: le motivazioni inevitabilmente diminuite e i successivi cali di attenzione dopo la sconfitta contro la Juve, che mise una pietra tombale sul campionato.

No ai processi per un secondo posto

Quel che è certo è che il Napoli ha perso diversi punti malamente e la delusione legittima dei tifosi è la stessa di Ancelotti, che merita ampiamente il credito di fiducia di ricostruire la squadra come meglio crede. Il calcio è il terreno ideale del pressapochismo qualunquista che permette al tifoso di criticare chi, facendo una professione ad altissimo livello da più di vent’anni, ha vinto con squadre fortissime contro compagini che lo erano altrettanto in quattro nazioni diverse con altrettante squadre differenti, conquistato tre Champions. Che tutti sbaglino, anche i più bravi nel loro settore, non vi è dubbio e sicuramente qualcosa non è andato come ci si immaginava in campionato. Errori per fortuna non decisivi per chi è solo al primo passo di un più lungo progetto, che ha investito il primo anno per studiare rosa e campionato nel quale mancava da più di dieci anni.

Ancelotti non merita solo per il passato recente

Anche per aver ottenuto un secondo posto che ora è sminuito nella considerazione generale semplicemente perché si è avuti la capacita di non farlo mai essere in dubbio. Per definizione della lingua italiana, si può essere delusi se l’aspettativa iniziale era diversa. Aver avuto un ottimo cammino europeo, il migliore degli ultimi cinque anni, e aver raggiunto un secondo posto che a inizio stagione pronosticavano in pochissimi, a Napoli e in Italia, non può essere deludente. Lo è il girone di ritorno.
Lasciando stare le ormai celebri griglie della Gazzetta, appena tre giorni fa un celebre e onesto commentatore come Beppe Bergomi ha avuto l’onestà di dire, a differenza di una maggioranza di opinionisti e tifosi dalla memoria cortissima, come non si aspettasse questo piazzamento, che ancora tanti a dicembre in televisione e sui giornali, vedevano appannaggio dell’Inter. E se fosse poco un secondo posto raggiunto appena sette volte in precedenza nella storia, lo era ancora maggiormente nei precedenti campionati, ancora più poveri tecnicamente di quello attuale (molti ricorderanno come in estate si fosse esaltata la Serie A per il livello tecnico medio alzatosi e per il gap con i  maggiori campionati diminuito). La maggioranza delle squadre si è rinforzata, togliendosi punti a vicenda, ma il nostro campionato ha maggiormente importato, piuttosto che esportato la scorsa estate.

Ufficializzato il periodo di difficoltà con Insigne

Ci sono state partite ben più brutte del Napoli in questo 2019, che se dopo un’ora di gioco fosse stato almeno sul 2-0 non avrebbe rubato nulla contro l’Atalanta. Ma di questa partita a breve nessuno ricorderà più nulla, se non un suo aspetto. Insigne è stato infatti fatto riposare: non solo gli è stato preferito Mertens come titolare – bella prova quella del belga, a prescindere dal gol – ma anche Younes, come sostituto di Dries a partita in corso.
Sebbene Ancelotti abbia ovviamente smentito, sembra ormai certo che il momento attuale con l’allenatore sia di difficoltà. Lorenzo dal 10 novembre in poi, tra campionato, coppa Italia, Champions e Europa League, ha complessivamente segnato tre reti e fatto quattro assist: uno score non da ottimo giocatore quale è, in controtendenza però con l’ottima prima parte stagionale, ma purtroppo, piuttosto in media con i cinque gol e sette assist fatti da novembre 2017 sino allo scorso maggio.
In estate bisognerà capire con coraggio se si ritiene che Insigne possa tornare quello di due anni fa o della prima parte di stagione con Ancelotti: se cosi non fosse, per il bene di tutti, forse occorrerà il coraggio di separarsi.
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