Aveva ragione mio fratello su Marek Hamsik

Nel 2008 disse che lui si sarebbe costruito il futuro lontano da Napoli, a differenza di Gargano e Lavezzi. Solo apparentemente si sbagliò

Aveva ragione mio fratello su Marek Hamsik
Hamsik (foto Cuomo - SSC Napoli)

Nell’estate del 2008

Nell’estate del 2008 il Napolista non esisteva. Esisteva Facebook, ma era solo una pagina internet, non ancora la nostra vita. L’iphone era roba per ricchi e la maggior parte di noi aveva in tasca cellulari che, nel migliore dei casi, a stento navigavano. I social non erano così pervasivi, col modo tossico di litigare cui ti inducono. Il confronto, sul calcio come su qualsiasi altro argomento, era ancora affidato in prevalenza al dialogo tra persone, l’una fisicamente di fronte all’altra.

Il Napoli, be’, il Napoli nell’estate del 2008 era una matricola terribile. Una neopromossa protagonista di una stagione ben al di sopra delle aspettative di tutti. Il papponismo, ai tempi, era un movimento di pensiero ancora allo stadio larvale. Col senno di poi, se ne possono riconoscere le prime manifestazioni. Ma, quel che conta, non era né strutturato, né di massa. Nel 2008 il retaggio del Napoli era da squadra decaduta (e con, al massimo, ambizioni di rinascita). Il club veniva da due retrocessioni, un fallimento e otto anni su dieci complessivi tra B e C. Il tifoso aveva fatto l’abitudine a vedere i migliori talenti, finché c’erano stati, poi banalmente i giocatori interessanti transitare da Soccavo per poi approdare in tempi rapidi a più fortunati lidi.

Lui, Gargano e Lavezzi

Nell’estate di undici anni fa, insomma, ci si interrogava sul futuro delle tre stelle della squadra (Lavezzi, Hamsik e, ebbene sì, Gargano) accettando l’idea che le avremmo salutate presto, prestissimo, senza che questa ci sembrasse innaturale. Mio fratello Andrea, allora come oggi, di calcio non capiva niente. Andrea, però, è un ragazzo acuto, uno di quelli che impiegano poco a comprendere le persone. Oltretutto è malizioso, quindi vede arrivare i gesti malevoli prima degli altri. Nell’estate del 2008 mio fratello Andrea, però, su Lavezzi, Gargano e Hamsik si sbagliò. La sua tesi era che i due sudamericani fossero troppo attirati dal massimo risultato col minimo sforzo per saper articolare una strategia funzionale al proprio posizionamento nel calcio europeo. Alle giuste condizioni, la loro esperienza a Napoli si sarebbe potuta rilevare longeva.

Mio fratello Andrea sosteneva che Hamsik fosse, invece, uno intelligente: lui sì che avrebbe potuto ottenere la cessione in tempi brevi per costruire il proprio percorso verso il top del football continentale. Il modo in cui undici anni dopo Hamsik sta gestendo il proprio addio al Napoli, un modo che potremmo definire cinico quanto efficace, riabilita almeno in parte il ritratto psicologico che ne fece mio fratello.

Ammainare le bandiere

Le bandiere sono belle, ma il processo con cui si ammaina una bandiera è sempre faticoso e doloroso, per il club, i tifosi e la stessa bandiera. Perché non esiste la possibilità di una dissolvenza in nero dalle ricadute neutre. Di solito il processo è accompagnato da attriti e dispiaceri (almeno per una delle parti in causa). Senza tornare troppo indietro nel tempo, pensate a Giannini che finisce la carriera a Lecce dopo essere passato da Sturm Graz e Napoli, o a Del Piero che ha dovuto forzosamente fare le valigie dopo aver strappato un anno in più di ingaggio altrettanto forzosamente, cioè grazie a un video. O a Totti, tramontato tra strepiti e scintille, o ancora a Buffon, che si è giocato il jolly PSG lasciando quanto meno di stucco gli juventini.

Ecco, Hamsik si trova a dover amministrare la fine di un duplice ciclo: quello, lunghissimo, personale e quello benitezian-sarriano. Non tira a campare, aspettando tempi ancora più maturi, ma gioca d’anticipo. Così si risparmia le eventualità di sposare per breve altri progetti europei (Buffon), poi trovarsi a in squadre di cabotaggio assai minore (Giannini), dopo essersi ridotto a implorare rinnovi (Del Piero) litigando col mister sul proprio impiego (Totti). Volando in Cina a guadagnarsi lo scivolo (dorato, ma che dico dorato, platinato) verso la pensione, Hamsik fa una scelta un po’ da stronzo (proprio ora, quando potrebbe ancora tornare utile), ma molto assennata. Gioca d’anticipo, tenendo in considerazione non solo i propri interessi, ma anche noi, in fin dei conti. Quella di Hamsik è una mossa da persona intelligente, come lo definiva mio fratello Andrea, ma anche sensibile, come si è dimostrato negli 11 anni successivi a quell’estate del 2008.

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