Gigi Radice, l’allenatore dell’altro grande Torino

È morto oggi, ad 83 anni, l’ultimo allenatore campione d’Italia con i granata. Dopo il titolo, l’incidente del 1979 e le disavventure con Inter, Milan e Fiorentina.

Gigi Radice, l’allenatore dell’altro grande Torino

L’autogol dello scudetto

È morto Gigi Radice, l’allenatore del Torino che vinse lo scudetto nel 1976. L’uomo che riportò il tricolore nella Torino granata dopo il dramma di Superga. È morto a 83 anni. Per capire chi era Gigi Radice, basta guardare il filmato del giorno in cui i granata vinsero lo scudetto. Con Paolo Frajese che gli comunica la vittoria del tricolore mentre Radice è incazzato nero per l’autorete che regalò il pareggio al Cesena.

Radice creò una squadra straordinaria. Che vinse uno scudetto e ne perse un altro totalizzando 50 punti. Risultato mai raggiunto nel campionato a sedici squadre. Un record che somiglia tanto ai 91 punti del Napoli lo scorso anno.

Era il Torino di Pulici e Graziani, i gemelli del gol che quando vedevano bianconero si trasformavano e non perdonavano. Praticamente mai. La squadra di Claudio Sala, il poeta del gol che passò anche da Napoli. Il Torino di Zaccarelli, di piedone Pecci, di Giaguaro Castellini, di Caporale (questi ultimi tre sono poi tutti approdati a Napoli). Di Mozzini, Patrizio Sala.

Soprattutto la squadra di Pulici e Graziani, una delle coppie gol più forti della storia del calcio italiano. Se non la più forte. Pulici è l’emblema del tremendismo granata. Il calciatore che viveva quella maglia come una seconda pelle.

L’incidente del 1979

Nel 1979, rimase vittima di un terribile incidente stradale. Era il 17 aprile, viaggiava sull’Autostrada dei Fiori insieme all’amico Paolo Barison, ex calciatore del Milan e del Napoli. Nello scontro Radice riportò alcune contusioni, mentre Barison perse la vita.

Radice fu un allenatore moderno, praticava un calcio decisamente distante da quello che viene comunemente definito all’italiana. Con Vinicio, fu tra i primi in Italia a introdurre il pressing asfissiante sull’avversario.

Lontano da Torino, però, non ebbe mai la stessa fortuna. Nemmeno all’Inter o al Milan (con cui da calciatore vinse una Coppa dei Campioni). La sua casa è sempre stata solo il Torino. Con un’eccezione: la Fiorentina di Cecchi Gori. Nel 1992-93 riuscì a creare lo stesso clima di Torino. Aveva un giovane Batistuta, Brian Laudrup, Massimo Orlando, Pietro Maiellaro, Ciccio Baiano, Steffen Effenberg. Quella squadra giocava un calcio spumeggiante. Era seconda in classifica quando una domenica venne sconfitta in casa dall’Atalanta. E improvvisamente venne licenziato da Cecchi Gori. Pare per motivi extracalcistici. La maledizione che aleggiò sulla viola dopo quell’esonero fu tremenda. La squadra fu affidata ad Agroppi, e dal secondo posto in classifica finì dritta in Serie B. Quasi come il sortilegio di Bela Guttman per il Benfica. Fu il canto del cigno di Gigi Radice.

 

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