Caos Var in Roma-Inter: «Inspiegabile la mancata review su D’Ambrosio-Zaniolo»

Grandi polemiche dopo il rigore non concesso alla Roma per fallo di D’Ambrosio su Zaniolo. Un Var che non corregge certi errori è del tutto inutile.

Caos Var in Roma-Inter: «Inspiegabile la mancata review su D’Ambrosio-Zaniolo»

Un problema di protocollo

«Ha perso la Var, non ha vinto nessuno». Scrive così La Gazzetta dello Sport in apertura del suo pezzo su Roma-Inter. Vero, verissimo. Il match dell’Olimpico è stato letteralmente funestato da decisioni arbitrali discutibili, soprattutto nell’era del supporto tecnologico agli arbitri. Per un motivo semplice: il Var c’è ma non viene utilizzato a dovere. Anzi, non viene utilizzato per niente.

Succede tutto al 36esimo del primo tempo, sul risultato di 0-1 in favore dell’Inter. La moviola della rosea, firmata da Alessandro Catapano, racconta così l’episodio: «Zaniolo entra in area e cade a terra dopo un contatto con D’Ambrosio. Il direttore di gara non interviene e la decisione non è del tutto incomprensibile: a velocità normale, tra tante gambe che gli impallavano la visuale, poteva sfuggirgli, sebbene fosse molto vicino all’azione. Il replay, però, chiarisce in modo evidente che il romanista anticipa l’avversario e quello gli aggancia il piede. Dunque, c’erano tutti gli estremi perché il Var intervenisse a correggere il “chiaro ed evidente errore” di Rocchi. Esattamente come prescrive il protocollo. Perciò, è inspiegabile che Fabbri dalla Var room non abbia invitato il collega a rivedere le immagini al monitor a bordo campo, cioè a operare quella che in gergo si definisce una OFR, on field review».

Le polemiche

Tantissime polemiche nel dopo-gara, prima tra tutte quella di Francesco Totti:  «Ma come fanno gli addetti al Var a non vedere un fallo simile? È una vergogna. Che ci stanno a fare se poi valutano gli episodi così?». Il punto del contendere è proprio questo. Posto che Rocchi possa e/o potesse avere una visuale non perfetta, il Var dovrebbe intervenire proprio in casi del genere. A supportare il direttore di gara in difficoltà. Non è successo.

È successo dopo, quando è stato fischiato un (giusto) rigore a Brozovic per un (netto) fallo di mano. Lo stesso Alessandro Catapano ne parla in un pezzo di commento, a parte: «L’arbitro al Var, Michael Fabbri da Ravenna, ha le responsabilità maggiori. Perché non suggerisce a Rocchi, comunque colpevole di non averlo visto, di andare al monitor (in gergo OFR, on field review) a rivedere il contatto tra D’Ambrosio e Zaniolo, e anzi lo rassicura sulla bontà della decisione presa sul campo. Strano, Fabbri non è un novellino, né del campo né del Var. In questo campionato, prima di ieri sera, aveva “diretto” già sette partite dalla Var room. Anche per questo la sua scelta è inspiegabile.

Aggiunge Catapano: «Molto probabile che a parti invertite – lui in campo, Rocchi in regia – alla Roma sarebbe stato concesso già il rigore per il fallo su Zaniolo, che dalle immagini è apparso indiscutibile, forse perfino più del braccio allargato da Brozovic poco più tardi, quello sì meritevole di tutta la trafila: segnalazione all’auricolare, controllo al monitor, assegnazione del rigore».

La diffidenza dell’Ifab

Su Repubblica, il Var viene descritto (da Fabrizio Bocca) con termini duri, severi: «Negato, o addirittura ripudiato». Paolo Casarin, sul Corriere della Sera, ne fa una questione di diffidenza da parte delle istituzioni arbitrali internazionali. Tanto da depotenziare il protocollo (come spiegato dall’ex fischietto Luca Marelli in estate, con ampio anticipo): «La Var, anche altrove, ha aiutato gli arbitri a sbagliare di meno ma, soprattutto, ha convinto Orsato, in Fiorentina-Juventus, ad avvalersi della Tv senza correre il rischio di perdere la elevata credibilità di cui gode e a cui tiene perfino in eccesso. Con Massa, bravo, tutto è apparso giusto in area e anche fuori (nove gialli). Un esempio di arbitraggio a due irrinunciabile, a dispetto dei protocolli insufficienti ed ormai espressione dello scetticismo iniziale dell’Ifab, e non solo, verso la tecnologia».

Ecco, il punto è proprio questo.  Se gli arbitri sono limitati dal protocollo, o sono indirizzati a limitarsi dai paletti imposti dall’Ifab, il Var non ha più senso. Bastava andare al monitor per rendersi conto del chiaro ed evidente errore commesso in campo. Lasciando tutto alla discrezionalità dell’arbitro, abbiamo un supporto tecnologico che resta da utilizzare solo per i falli di mano. Che non toglie dubbi, piuttosto li alimenta. L’esatto contrario dell’idea iniziale rispetto a una rivoluzione regolamentare che oggi sembra incompiuta, dopo un inizio molto promettente.

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