Le abbiamo a Napoli sette donne che portano la città in piazza per dire sì al termovalorizzatore?

A Torino in 40 giorni sette donne hanno portato 30mila persone in piazza per la Tav, con i partiti a traino. Sarebbe possibile da noi?

Le abbiamo a Napoli sette donne che portano la città in piazza per dire sì al termovalorizzatore?

Perde colpi il fronte del No

“Bogia nen”. Non ti muovere in dialetto piemontese. La Stampa di Torino titola così, l’8 ottobre, la lettera firmata da Adele Oliviero. Una lettera contro l’immobilismo politico che stava narcotizzando la città. Una lettera contro l’impero del No professato dalla giunta grillina guidata da Chiara Appendino. Lettera che si conclude così: «non ci sta bene e, anche se “Bogia nen”, abbiamo il nostro orgoglio e magari inaspettatamente pronti a ritirare la nostra fiducia a chi l’ha usata male».

Ripetiamo, 8 ottobre 2018. E seguiteci. Non ne nacque un dibattito. No. Venti giorni dopo, il 29 ottobre Adele Oliviero e altre tre donne si ritrovano – loro scrivono “quasi per caso” – a Palazzo di Città il giorno in cui all’ordine del giorno c’è il voto per il No alla Tav. E mentre si annoino aspettando che il consiglio comunale voti la delibera che interessa loro, parlano, progettano e decidono: creiamo un gruppo Facebook e organizziamo una manifestazione per contestare questa cultura del no che non appartiene alla storia di Torino. Detto, fatto.

Il 10 novembre, piazza Castello viene invasa da torinesi. L’epica vuole che fossero in quarantamila (probabilmente erano in trentamila), come un’altra manifestazione che segnò quella città e l’Italia tutta in un periodo storico particolarmente travagliato. In piazza senza bandiere politiche. I partiti sono andati a traino, le sette donne non hanno consentito a nessuno di mettere il cappello su quella mobilitazione. Un momento storico. Probabilmente per la prima volta l’Italia segna un’inversione di tendenza, le piazze non sono più appannaggio dei fautori del no. È la prima vera sconfitta del Nimby.

Il fiuto di Salvini

Non a caso, una settimana dopo la mobilitazione, il Corriere della Sera pubblica un sondaggio in cui il 59% degli italiani si schiera in favore del completamento della Tav Torino-Lione. È il segnale che qualcosa sta cambiando. Che c’è un bacino elettorale che non si sente più rappresentato. Che il partito dell’immobilismo oggi è sovradimensionato. E il primo esponente politico a capirlo è Matteo Salvini. Non a caso, aggiungiamo, essendo di gran lunga il più sensibile – nel bene ma fin qui soprattutto nel male, per chi scrive – ai mutamenti del proverbiale Paese reale. Poi potremmo aggiungere che la politica non può essere soltanto un registratore di succhi gastrici, ma non è questo il momento.

In settimana, Salvini torna a Napoli e coglie immediatamente il punto. «Serve un termovalorizzatore per ogni provincia, altrimenti il problema rifiuti non si risolve». Una ovvietà. Non per questo territorio, diciamo non per l’Italia. Ne nasce un caso politico nazionale. Del resto i 5 Stelle basano gran parte del proprio consenso sulla politica del No. Anche il presidente della Regione Vincenzo De Luca reagisce come morso da una tarantola e definisce quella di Salvini «una buffonata propagandistica». E lui è un esperto in materia.

La lezione di Isaia Sales

Ci soffermiamo per poche righe sulla reazione del vicepremier Di Maio che replica facendo sfoggio di una approfondita analisi comparata europea: «No, perché è un business che fa gola alla camorra». Frase che si commenta da sé, ma che viene fatta a pezzi sul Mattino da Isaia Sales oggi forse il più assiduo studioso di camorra.

Sull’utilità o meno di costruire altri termovalorizzatori in Campania ognuno può avere le sue idee. Ma opporsi ad essi sostenendo che la loro realizzazione favorirebbe i clan di camorra è opinione finora smentita dai fatti. Anzi, la storia della crisi dei rifiuti in Campania (che è cominciata nel 1996, con punte drammatiche tra il 2007 e il 2011e che si è protratta fino ad oggi) dimostra esattamente il contrario. Le imprese camorristiche si sono inserite nel settore approfittando della lunga crisi dei rifiuti, ma non hanno svolto nessun ruolo nell’unico termovalorizzatore costruito finora, cioè quello di Acerra, né si vede come potrebbero accaparrarsi la gestione di un secondo o di un terzo.

L’articolo è molto interessante. Ci limitiamo a riportarne l’inizio. Registriamo per fortuna anche la posizione del vicepresidente della Regione Franco Roberti che riscatta almeno in parte – dopo mesi – la scellerata scelta di entrare nella giunta De Luca dopo essere stato il procuratore che lo ha inquisito e processato più volte a Salerno. Ne scrive Antonio Polito sul Corriere del Mezzogiorno, ovviamente in favore della proposta di Salvini. Ma Polito non fa notizia, si schierò già dalla parte di De Laurentiis e quindi a Napoli può essere considerato a tutti gli effetti un alfiere dell’asse del male. Contro – ça va sans dire – ci sono gli stessi che grazie alla Terra dei Fuochi hanno acquisito una rendita di posizione politica: dall’attuale ministro Sergio Costa all’immancabile padre Patriciello. C’è anche il sindaco de Magistris. Gli altri aggiungeteli voi.

Ora lo spazio politico c’è

Ma torniamo a bomba. Alle sette donne di Torino. E allo spazio politico nazionale colto dal sondaggio di Pagnoncelli sul Corriere della Sera e subito rilevato da Salvini. È possibile a Napoli organizzare una analoga manifestazione, con analogo successo, per gridare basta al partito del no, all’immobilismo e dire che c’è anche una città che da tempo non crede più alla stregoneria? Facciamo molta fatica a immaginare un percorso simile, non lo neghiamo. Fatichiamo a immaginare quattro donne che si presentano spontaneamente in consiglio comunale (le altre tre sono state coinvolte in un secondo momento), preoccupate per le sorti della loro città e che soprattutto mai prima d’ora si sono impiastricciate con qualche partito politico.

Napoli è la città in cui la società civile in questi anni ha prodotto il papponismo e poco più. Tornano alla memoria le mirabili associazioni Emily (tutta al femminile) e Diametro (aperta a entrambi i sessi) che in epoca bassoliniana scossero culturalmente la città dalle fondamenta – è sarcasmo, of course -. E di cui stranamente non c’è traccia nell’agiografico dibattito – Napoli non è Torino, qui il dibattito piace – che sta imperversando sui giornali napoletani (con un’incursione sul Foglio) e in cui si fa fatica a distinguere Bassolino da Dreyfus.

Al di là delle chiacchiere sul passato, uno spazio politico ora c’è. Servirebbero coraggio e azione politica. E, possibilmente, sette donne con entusiasmo, passione e competenze e, come scrivono sul loro sito, con «gli uomini della nostra vita che cucinano per noi».

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