Appalti truccati, una ditta che si era proposta per il Morandi

L’operazione della Guardia di Finanza colpisce indirettamente anche la futura ricostruzione del ponte crollato a Genova

Appalti truccati, una ditta che si era proposta per il Morandi

Signori, ecco a voi l’Italia.

Ancora una fotografia impietosa – ma purtroppo veritiera – del nostro Paese, in cui c’entra, ancora una volta, Genova, con il crollo del Ponte Morandi. In questo caso in maniera “indiretta”, con una delle ditte che si sono fatte avanti per ricostruire il viadotto sul Polcevera, la De Eccher di Udine.

La metastasi del corpo malato

“La metastasi del corpo malato”, così l’hanno definita gli investigatori delle Fiamme Gialle, secondo la Repubblica.

Una nuova Mani Pulite, come la definisce Il Fatto Quotidiano – che parte dal Nordest, e che oggi è su tutti i quotidiani: un cartello di appalti truccati (150 gare per un miliardo di euro di lavori tra il 2015 e il 2018) in cui le imprese si dividevano lavori e denaro e usavano materiale scadente.

È cominciato tutto con una piccola inchiesta sui lavori per risistemare corso Italia, nel centro di Gorizia: appalto di 3 milioni di euro, vince una ditta con sede a Bari ma i lavori li fanno due imprese venete, dopo aver pagato una percentuale alla vincitrice. Sono due imprese molto attive: da qui parte l’indagine.

Dopo un anno e mezzo, le indagini svelano una tela che si dipana dal Friuli alla Campania, passando per l’Umbria martoriata dal terremoto. Un megacartello che “aveva sempre fame” e “posava le ventose sulle opere pubbliche”, scrive Repubblica: il nuovo corso di Gorizia, da cui è partita l’indagine, la strada delle Tre Valli Umbre, l’allargamento della terza corsia della A4 tra Venezia e Trieste, ponti, gallerie, acquedotti, gasdotti, strade e autostrade, impianti di bonifica e protezione ambientale, aeroporti (Verona, Venezia, Treviso, Trieste e pure la pista del “Marconi” di Bologna).

“Il meccanismo era ben oliato – scrive lo stesso quotidiano – i capi delle imprese, alla faccia delle leggi sulla libera concorrenza, e grazie al lasciapassare delle stazioni appaltanti e dei responsabili dei lavori, si scambiavano informazioni sui bandi. E così le ditte vincitrici erano sempre quelle”.

Gruppi di imprese si sono spartite il denaro pubblico “con grave danno per il cittadino, per l’incolumità e l’ambiente”, dichiara Giuseppe Bottillo comandante della Guardia di Finanza del Friuli Venezia Giulia. “Perché, oltre ad abbuffarsi drenando risorse dello Stato, le ditte costruivano usando materiali scadenti e smaltivano illecitamente rifiuti”, specifica La Repubblica.

Tra le aziende coinvolte anche la De Eccher di Bolzano

L’inchiesta, denominata “Grande Tagliamento” (dal fiume che divide il Friuli Venezia Giulia dal Veneto), ha visto impiegati 400 finanzieri sguinzagliati in 14 regioni; 300 perquisizioni; 220 persone coinvolte; un centinaio di indagati. Nomi eccellenti, tra società ed enti pubblici.

Ci sono il colosso emiliano delle costruzioni, Pizzarotti, e anche la ditta che si è proposta per la ricostruzione del ponte Morandi, la Rizzani de Eccher di Udine, e poi il gruppo Grigolin di Treviso, leader dell’asfalto e dei calcestruzzi. Tra gli indagati ci sono Marco Rizzani e i fratelli Roberto e Renato Grigolin (quest’ultimo già condannato nel 2016 a un anno e due mesi per una falsa fattura da 4 milioni di euro).

Tra gli enti pubblici che appaltavano spiccano, nella lista delle sedi perquisite, quelle del Commissario per l’emergenza viabilità in A4, dell’Anas, di Autovie Venete e di Autostrade per l’Italia. Oltre alle società di gestione degli aeroporti.

I reati contestati dal sostituto procuratore di Gorizia Valentina Bossi e dal procuratore capo Massimo Lia vanno dall’associazione a delinquere alla turbativa d’asta, inadempimenti e frodi nelle pubbliche forniture, subappalti irregolari e concussione.

Nel paniere degli appalti pilotati (del valore complessivo di un miliardo) ci sono anche i lavori nelle aree colpite dal sisma del 2016 nel centro Italia, tra cui “Norcia”, “San Benedetto”, “Tre Valli Umbre”. I soggetti coinvolti, stando alle accuse, sarebbero andati avanti a dividerseli se la procura non avesse ordinato il blitz di ieri.

Autostrade per l’Italia si definisce parte offesa

Sulla vicenda è intervenuta anche Autostrade per l’Italia, che ha precisato che nell’inchiesta risulta “parte offesa” e che l’assegnazione di alcuni suoi appalti avviene tramite una commissione di gara nominata dal ministero delle Infrastrutture.

Il coinvolgimento della De Eccher

Il Fatto Quotidiano si sofferma a lungo sull’appalto per la terza corsia dell’autostrada A4, che da Torino passa per Trieste e viaggia verso il Centro e l’Est Europa. Sono coinvolti il Rup (Responsabile unico del procedimento) Enrico Razzini, indagato con l’accusa di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, Paolo Pizzarotti, presidente della Pizzarotti & C, e Marco De Eccher, presidente della Rizzani De Eccher Spa.

Per tutti e tre l’accusa è di turbativa della gara. “In particolare – scrivono gli inquirenti, come riporta il quotidiano diretto da Travaglio – il Rup e la commissione giudicatrice facevano in modo che il lotto sopraindicato venisse aggiudicato agli indagati. E nel frattempo, sempre secondo l’accusa, Pizzarotti, De Eccher e Saicam si accordavano con appaltatori e subappaltatori con l’intenzione di cedere completamente i lavori”.

L’obiettivo era “ottenere l’appalto in argomento e, nel contempo, scambiarsi favori reciproci”. Nonostante questo tipo di accordi sia vietato dalla legge.

Spulciando tra vecchi contenziosi e altre indagini, si scopre che i lavori della A4 avevano “già ingolosito” la De Eccher, scrive sempre Il Fatto, “che però, nel 2014, s’era vista bloccare da una pesante interdittiva antimafia disposta dalla prefettura di Udine”.

La vicenda era finita al Consiglio di Stato che aveva restituito al colosso la possibilità di lavorare. “È vero – sostiene il Consiglio di Stato – che l’anziano patron Claudio De Eccher, nel 1994, ha patteggiato condanne per “corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio in concorso, e nel 1995, per associazione a delinquere, turbativa libertà degli incanti e corruzione aggravata per un atto contrario ai doveri di ufficio”, com’è vera “la condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis c.p.) del dipendente geometra Li Pera Giuseppe”. Ma “non si può disconoscere”, continua la sentenza, “il rilievo dei fatti accertati nel giudizio penale che ha visto coinvolti Claudio e Marco De Eccher per la vicenda napoletana, conclusasi con l’assoluzione dal reato di associazione mafiosa e la riparazione per l’ingiusta detenzione di Claudio De Eccher”.

Il punto è – chiarisce il quotidiano – che si tratta di fatti “molto risalenti nel tempo, non collegati fra loro e non provano un condizionamento attuale dell’impresa”.

Nessuna infiltrazione mafiosa, infatti, viene contestata agli indagati, neanche per il nuovo lotto citato negli atti. L’accusa resta comunque grave: turbativa libertà del procedimento della scelta del contraente.

La Procura indaga sul carroponte del Morandi

La notte prima del crollo gli operai della Weico di Bolzano erano all’opera sul Morandi per montare il carroponte sul pilone 9, quello crollato: avevano bucato il cemento armato, fissando grossi bulloni e binari dove agganciare la struttura mobile da utilizzare in seguito durante le riparazioni. Poco prima dell’alba le lavorazioni erano state interrotte perché durante il giorno, con il traffico intenso, non si poteva operare.

Ieri le Fiamme Gialle guidate dal tenente colonnello Giampaolo Lo Turco, hanno fatto un blitz nella sede dell’azienda e hanno sequestrato progetto, appalto e corrispondenza con Autostrade. A riportarlo è La Repubblica Genova.

L’ipotesi è che il peso del carroponte possa aver minato la struttura già compromessa dall’acciaio corroso.

La Finanza – durante una perquisizione che Il Secolo dice essere durata più di 15 ore – ha sequestrato documenti cartacei riferiti all’appalto da due milioni e 700mila euro, mail e materiale informatico sulle comunicazioni intercorse fra l’azienda altoatesina e Autostrade. E nelle stesse ore nella caserma Testero di Lungomare Canepa, a Genova, è stato sentito come testimone il titolare, Hupert Weissteiner, convocato già dal giorno prima. Lui, insieme al fratello Christof (sentito a Bolzano) manda avanti l’azienda leader in costruzioni metalliche, tra cui funivie, teleferiche, ponti e tralicci.

Il vecchio carroponte era in disuso da almeno 11 anni e Aspi per consentire a Spea di poter fare i controlli, aveva acquistato la nuova piattaforma mobile. Weico ci lavorava da tre anni, aveva finito il montaggio  ed  aspettava solo il collaudo.

Weissteiner: “Non è il carroponte la causa del cedimento”

“Il carroponte non può aver contribuito al cedimento del ponte Morandi – ha dichiarato Hubert Weissteiner  al quotidiano Alto Adige nelle scorse settimane – Avevamo installato i binari sui quali avrebbe dovuto scorrere il carroponte che però non è mai entrato in funzione, perché da circa sei mesi stiamo aspettando che un’altra ditta finisca altri lavori”. Nella stessa intervista precisa che “per predisporre i binari, ogni notte lavoravano 4-5 operai con un by-bridge, una piattaforma aerea”. E però tiene a precisare: “Il carroponte di cui si stiamo parlando, a pieno carico ha un peso di circa 7 tonnellate. Se consideriamo che un tir, in media, pesa attorno alle 40 tonnellate, pensare che abbia contribuito nel crollo del ponte Morandi, pare un’ipotesi quanto meno fantasiosa”.

Tutti aspetti da verificare, secondo i pm titolari dell’inchiesta, Massimo Terrile e Walter Cotugno, come è da verificare da quanto tempo non si facevano ispezioni sulla sicurezza. Secondo Il Corriere i pm sospettano che ciò non avvenga da 6 anni, “visto che il precedente carroponte non funzionava dal 2012”.

Peraltro, anche la commissione d’inchiesta nominata dal ministro Toninelli, nella sua relazione ha scritto che a cedere per prima sia stata l’impalcatura della sede stradale, che “vi fossero delle divergenze tra il progetto di installazione e la relativa messa in opera”, come non fosse stata adottata “nessuna cautela per evitare il potenziale tranciamento delle armature”.

La domanda che si pone Il Secolo XIX è: visto che il carroponte non era stato ancora completato, poiché mancava anche il collaudo, come poteva Autostrade controllare l’impalcato senza la nuova struttura? È la domanda cui dovranno rispondere i vertici di Autostrade.

Rinviato interrogatorio di Castellucci

Come anticipato nei giorni scorsi, l’interrogatorio all’ad di Autostrade, Giovanni Castellucci, in programma domani è saltato. Lo conferma oggi Il Secolo XIX. Il motivo è l’astensione – dal 20 al 23 novembre – degli avvocati penalisti, che protestano contro la riforma della prescrizione. Non è ancora nota la data della nuova convocazione.

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