Il triste bilancio della Roma americana

Un grande progetto e discreti risultati. La Roma americana rappresenta l’immobilismo calcistico (e non solo) italiano, tra investimenti e player trading.

Il triste bilancio della Roma americana

Un rapporto complicato

Un’opera d’arte non invecchia mai, riesce sempre a riscoprirsi attuale e a comunicare a distanza di anni, decenni. Roma città aperta (1945), capolavoro assoluto del nostro cinema, diretto da Roberto Rossellini e con protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi, non fa eccezione. Anche se non vi è bisogno di sottolinearlo – ma lo si fa per dovere di cronaca – vi è la necessità di contestualizzare il tutto e riportarlo in una società diversa per parlare della cosa più importante tra le cose meno importanti, il pallone.

Sono passati oramai sette anni dall’arrivo degli americani sul suolo italiano. Sono stati accolti come i salvatori di una società ormai allo sbando e con le promesse di un futuro migliore. Oggi, per quanto la situazione sia oggettivamente migliorata, il legame tra la proprietà a stelle e strisce e la Città Eterna vive un momento difficile. La causa? L’ennesima campagna acquisti che ha rivoluzionato la rosa e che ha portato via da Trigoria altri pilastri importanti. Ma andiamo con ordine.

Le difficoltà

Città aperta è uno status che viene attribuito ad una città che, per ragioni di interesse storico, culturale o umano, viene ceduta ai nemici tramite un accordo un accordo di non belligeranza. Una città senza difese, aperta appunto, a chiunque voglia prenderne possesso. Come la Roma di questa prima decade di millennio, la cui situazione economica è stata critica al punto che per anni ha dovuto fare banche, possibili investitori/speculatori e razzia da parte delle avversarie dei propri migliori talenti.

Pubblicamente tutto è cominciato dopo la vittoria dello scudetto del 2001. Ma, in realtà, i problemi iniziano già negli anni Novanta. È il punto più alto dell’epoca del mecenatismo calcistico, potremmo dire, i proprietari delle società investono miliardi e miliardi di lire – che spesso neanche possiedono (vedi il caso Tanzi-Parmalat) – indebitando pesantemente i bilanci fino al punto di non ritorno.

Molte società utilizzavano quello che l’amministratore delegato della Juventus definì “doping amministrativo”, che consisteva in plusvalenze gonfiate dei giocatori per mettere a posto i conti – cosa che non ci è nuova, considerando le notizie dell’estate appena trascorsa. E così, per evitare il default generale, il governo Berlusconi II emanò un decreto che fu ribattezzato “salva-calcio”, che permetteva alle società di spalmare su base decennale l’ammortamento del cartellino dei giocatori.

Roma

Franco Sensi e Vincenzo Montella

Per i giallorossi non è abbastanza, però, perché dalla legge restano fuori i debiti contratti con le banche. Ne susseguono anni di accordi, lotte, austerità per restare a galla. Per la sua amata Roma, Franco Sensi si è svenato. Ha voluto a tutti i costi vincere e ne ha pagato le conseguenze perdendo molti dei suoi asset, tra cui le quote degli Aeroporti di Roma e addirittura l’albergo Cicerone.

La situazione di stallo economico prosegue fino all’arrivo degli americani e, ovviamente, danneggia i risultati sportivi della Roma. Il club giallorosso, nel post-Calciopoli, è incapace di tenere testa alla dispotica Inter, che prevale anche quando la squadra giallorossa sembrava potesse riuscire nell’impresa. Prima Ibra prima (2008) e poi Milito (2010), hanno detto no.

Il modello americano

Il “Progetto Colosseo”, che sembrerebbe più un dossier spionistico alla 007, pone fine al periodo difficile dopo una trattativa lunga sette mesi. Il 15 aprile 2011 la Roma passa alla cordata di Thomas DiBenedetto. Un club italiano torna ad avere una proprietà straniera per la prima volta dal 1997, quando il Vicenza fu acquistato dal manager inglese Stephen Julius.

La prima voce della to-do-list della nuova proprietà è semplice: il nuovo stadio. “Semplice” dovrebbero averlo pensato. Perché non conoscono l’Italia e il perenne immobilismo infrastrutturale che la perseguita. In un contesto in cui vi sono i paletti Uefa del Fair Play Finanziario che limitano l’indebitamento che non riguardi lo sviluppo nel lungo periodo (strutture, vivai) e la pochezza dei ricavi da botteghino e da merchandising del calcio italiano, la risposta non poteva che essere quella. L’esempio della Juventus, che poi è il segreto di Pulcinella, fa capire come la crescita di una società italiana non possa iniziare che da una minore dipendenza degli introiti dei diritti tv (che comunque resta), ampliando il portfolio dei ricavi.

Nel grafico in basso abbiamo preso in considerazione, come modelli, il miglior riferimento nazionale ed internazionale. La squadra bianconera dall’inaugurazione dell’Allianz Stadium ha accresciuto i propri ricavi del 503%, secondo le proiezioni dell’ultimo bilancio.

Cifre non ancora ufficiali, si tratta di proiezioni

Dopo diversi anni di progetti, tira e molla con il comune per la cubatura del progetto e il doversi far carico di alcune opere pubbliche – tra cui il ponte di Traiano e il prolungamento della Metro B verso Tor di Valle -, lo scorso anno era stato dato il via libera da parte di tutti gli enti preposti. Sappiamo poi com’è andata a finireÈ la classica situazione all’italiana, in cui il pubblico e privati – quei pochi disposti ad investire –  non riescono a concludere nulla a causa della burocrazia e della corruzione. In questo contesto il calcio italiano (e lo sport in generale) fatica a tenere il passo dei competitor, che crescono di anno in anno. In questo senso, basti pensare alla Premier League.

E dunque l’unica possibilità di trovare dei ricavi è il player trading. Ricavi che, però, non essendo strutturali portano una crescita momentanea. Il sito Calcio & Finanza ha stimato che dalla sessione di mercato estiva del 2012 all’ultima appena conclusasi la Roma di Pallotta ha incassato oltre 400 milioni di plusvalenze. Le sole cessioni di Nainggolan e Alisson ne hanno generato quasi 90. Nonostante questo, la società giallorossa non ha mai chiuso un bilancio in attivo.

Il campo

Una delle problematiche principali che Franco Baldini, prima, e Mauro Baldissoni, poi, hanno dovuto affrontare è una mancanza di stabilità nell’ambiente dettata dai continui cambiamenti. E se l’impressionante flusso di giocatori in entrata ed uscita è  dovuto in gran parte a motivi economici, sei allenatori in sette anni sono tanti.

Eppure, dopo le prime due stagioni fallimentari, che hanno avuto il loro culmine nella finale di Coppa Italia persa contro la Lazio, la Roma è riuscita ad essere sempre tra le prime forze di campionato, terminando sempre sul podio. La stagione 2016-17, l’ultima di Spalletti e di Totti, l’ha vista terminare dietro la Juventus con 87 punti; nella Serie A a venti squadre (3 punti per vittoria) con questo punteggio si vince lo scudetto il 66,6% delle volte. La stessa stagione ha stabilito molteplici record storici:

  • Migliore media punti stagionale (2.28)
  • Punti (87 punti).
  • Vittorie (28);
  • Vittorie in trasferta (12);
  • Successi consecutivi in trasferta (7);
  • Gol in campionato (90, resisteva dal ’31);
  • Marcature stagionali di un calciatore (Dzeko, 39 gol);
  • Marcature singole di un calciatore in campionato (Dzeko, 29 gol come Volk nel ’30-’31).

Il nuovo ciclo

L’arrivo di Di Francesco nell’estate 2017 ha aperto un nuovo ciclo. I tifosi della Roma si augurano possa essere naturalmente migliore dei precedenti, ma la necessità è che dia stabilità all’ambiente. Nonostante le difficoltà iniziali, i giallorossi hanno disputato una grande seconda parte di stagione, centrando il terzo posto senza troppa fatica ed arrivando ad un passo dalla seconda finale di Champions League della storia.  

L’arrivo degli americani doveva rappresentare la “liberazione” per i tifosi della Roma, la certezza dell’inizio di un ciclo di risultati importanti. Ed è qui che, probabilmente, arriva il cortocircuito. I tifosi italiani, abituati al “presidente che caccia i soldi” faticano a entrare nei meccanismi del business, di squadre di calcio che vengono amministrate come se fossero delle vere e proprie aziende da cui trarre dei ricavi. Ciò non vuol dire che chi investe non ha alcuna volontà di raggiungere traguardi sportivi importanti – migliori sono i risultati sportivi, maggiore è la possibilità di crescita economica –, ma che questi non verranno creati dei vuoti di bilancio (vietati dall’Uefa).

Nulla di sbagliato, considerando che chi investe i propri soldi ha il diritto di voler avere un ritorno economico. Anche se è dura accettare l’idea di doversi esaltare per una plusvalenza, un modello di business sano è la migliore garanzia per il tifoso. Che, in questo modo, può dirsi tranquillo di non rischiare di dover dire addio alla propria squadra, perché fallita o relegata nelle serie minori, o anche fuori dalle posizioni che contano. In Italia abbiamo tante storie che finiscono proprio così.

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