Perché i napoletani sono chiamati partenopei?

Il mito della sirena Partenope che si affogò per lo scuorno di non essere riuscita a incantare Ulisse. Partenope sorse dove oggi è la collina di Pizzofalcone

Perché i napoletani sono chiamati partenopei?
La fontana della sirena Partenope, in piazza Sannazaro a Napoli (la foto è tratta dal sito www.visitnaples.eu)

Una sirena che si sarebbe affogata

Spesso siamo così assuefatti a ciò che è parte del nostro vissuto che lo accettiamo passivamente, senza curiosità: solo i bambini chiedono in continuazione “perché?” ma, poi, anche loro, stanchi forse dei silenzi imbarazzati dei genitori, finiscono col non porre più domande.

Quante volte abbiamo sentito parlare del “popolo partenopeo” riferito ai Napoletani e ci siamo mai chiesti perché ci chiamino così? Il termine è legato alla fondazione della nostra città che, prima di chiamarsi Napoli, si chiamava Partenope che, secondo un antico mito, era una sirena che si sarebbe affogata e il cui corpo sarebbe stato trascinato dal mare fino all’isolotto dove oggi è il Castel dell’Ovo.

Che cosa erano le sirene per i greci

Qualcuno potrebbe anche chiedersi che schifezza di sirena fosse che non era neanche capace di nuotare! In realtà, per i Greci (e sì, c’è il loro zampino dietro tutta la nostra storia!) le sirene non erano quegli esseri affascinanti metà donne e metà pesci che fanno parte del nostro immaginario collettivo ma avevano le sembianze, alquanto repellenti, di uccelli con la testa di donna ed erano spesso collegate anche con il mondo dell’Aldilà (insomma, oggi diremmo che erano degli uccellacci del malaugurio!); in compenso, avevano una splendida voce e, con il loro canto, ammaliavano gli incauti naviganti che passavano nei loro paraggi e che finivano per fare naufragio.

Lo scuorno per non essere riuscita a incantare Ulisse

Tornando alla nostra sirena, il mito narra che si sarebbe, appunto, affogata non per una banale pena d’amore ma per non essere riuscita ad incantare l’eroe greco Ulisse. Mi si conceda, a questo punto, un’altra breve digressione, giusto per non lasciare zone d’ombra, per spiegare come sia riuscito il grande, ma soprattutto astuto, eroe a sfuggire a morte certa.

Dunque, finita la guerra di Troia, Ulisse fa rotta con la sua nave verso il suo regno, cioè l’isola di Itaca, non immaginando che quel viaggio sarebbe durato ben dieci anni (e poi ci lamentiamo dei ritardi delle nostre ferrovie!) e che sarebbe stato punteggiato di avventure più o meno piacevoli, fra cui l’incontro con le sirene: Ulisse, oltre ad essere coraggioso, è anche alquanto curioso e, così, decide di voler ascoltare questo favoloso canto però con la certezza di poterlo, poi, raccontare (in poche parole, non ci vuole restare secco!) e, quindi, con della cera crea dei tappi con cui ottura le orecchie dei suoi compagni e si fa legare strettamente all’albero della sua nave, in modo che non potrà gettarsi in mare attirato dal canto fatale. Il suo stratagemma riesce alla perfezione e Partenope, per lo scuorno, si ammazza!

Oggi è la collina di Pizzofalcone

Quando i Greci, per mancanza di terre nella loro patria, si spingono a cercare nuove località da popolare (e beh, sì, gli immigrati ci sono sempre stati e, probabilmente, anche loro saranno stati considerati clandestini dalle popolazioni locali), giunti sulle nostre coste, fondano Cuma e, una volta che questa città è divenuta forte e potente, da qui si spostano lungo la costa, allora chiamata Cumana, per fondare piccoli centri con funzione di sentinelle. Tra questi centri, troviamo appunto Partenope, sorta su quella che oggi è la collina di Pizzofalcone (già, proprio quella dei, forse, più famosi “bastardi” della fortunata serie di romanzi polizieschi portata anche in televisione).

La sfortunata sirena, in quanto personaggio semidivino nonostante il suo comportamento non del tutto irreprensibile nei confronti di un compatriota, fu seppellita con tutti gli onori e per lei vennero organizzate, ogni anno, delle gare atletiche e una celebrata corsa che si svolgeva di notte con delle lampade lungo la spiaggia. Successivamente, non essendoci grosse possibilità di ampliamento dell’ambito cittadino, si fondò una nuova città (Nea Polis) nell’area dell’attuale centro storico. Il vecchio insediamento continuò ad esistere ancora per alcuni secoli e prese il nome di “Città Vecchia (Palepoli).

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