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Elio Alongi: «Mia sorella morta per incuria da burocrazia. De Magistris non ci ha mai chiesto scusa»

Intervista al fratello della donna uccisa da un ramo d’albero: «Dopo la sua morte, sono cambiate le procedure in tutta Italia. Al sindaco proposi anche un restauro dei giardini: è scomparso»

Elio Alongi: «Mia sorella morta per incuria da burocrazia. De Magistris non ci ha mai chiesto scusa»

Il 10 giugno 2013

La mattina del 10 giugno 2013, Cristina Alongi, 44 anni, mamma di una bimba di 9 anni, moriva in via Aniello Falcone mentre era a bordo della sua autovettura, travolta da un pino secolare alto 17 metri. Quell’albero già da tempo si mostrava inclinato: era stato segnalato più volte dagli abitanti della strada e dal titolare del baretto di fronte ai giardinetti.

L’11 ottobre scorso, dopo 5 anni, sono state rese note le motivazioni della sentenza di Appello. 40 pagine in cui sono state parzialmente modificate le conclusioni del primo grado. I giudici hanno confermato la condanna per l’agronoma del Comune di Napoli, Cinzia Piccioni, hanno condannato il vigile del fuoco che raccolse la segnalazione del titolare del baretto, Tiziano Fucci, che era stato assolto in primo grado, ed hanno confermato l’assoluzione per il vigile urbano al quale si era rivolto Fucci, Marino Reccia. La pena, per i due condannati, è stata fissata in un anno e quattro mesi per il reato di omicidio colposo.

Nella sentenza si parla di omissioni e mancati interventi, di uno sconcertante scaricabarile alla fine del quale non intervenne nessuno, provocando la morte di Cristina.

«Sono abbastanza soddisfatto di come è andato il processo – dichiara Elio Alongi, fratello di Cristina, che ha accettato di scambiare due chiacchiere con Il Napolista – In primo grado avevano condannato solo l’agronoma, la Piccioni. Ero arrabbiato per la giustificazione che aveva dato il giudice quando aveva dichiarato innocenti sia il vigile del fuoco che il vigile urbano».

Quale era questa giustificazione?

«Il giudice aveva ipotizzato che, se pure i vigili fossero intervenuti, non avrebbero potuto fare altro che chiamare la stessa agronoma Piccioni che sarebbe andata sul posto e magari avrebbe detto che l’albero non era in procinto di cadere. Il giudice di secondo grado l’ha dichiarata un’ipotesi assurda: i vigili del fuoco avrebbero potuto transennare, potare l’albero, fare qualunque cosa. Avrebbero potuto chiamare l’ente Parchi e Giardini, dove lavoravano sei persone, sarebbe potuto venire uno dei loro addetti, sarebbe potuta venire la Piccioni che, magari, chiamata dal vigile del fuoco, sarebbe stata più attenta. Per il giudice di secondo grado l’ipotesi fatta in primo grado non era proprio valutabile, non era da tenere in alcun conto».

Perché il vigile urbano è stato assolto?

«Perché pare che la prima telefonata, quella fatta dal titolare del baretto di fronte ai giardinetti, non sia stata tanto allarmante. Parlava di un albero inclinato. Il vigile urbano potrebbe non aver percepito del tutto il pericolo, perché il vigile del fuoco, quando lo ha chiamato per passargli la notizia, potrebbe non averglielo trasmesso. Il vigile del fuoco, invece, è colpevole perché, pur essendosi reso conto che il vigile urbano non sarebbe mai intervenuto, ha richiamato il cittadino che lo aveva contattato e quello, la seconda volta, ha aggravato la situazione, parlando di un taglio nell’albero, dicendo che l’albero si era piegato su se stesso. A quel punto ti devi rendere conto che devi intervenire. Per cui il giudice ha condannato, per me giustamente, il vigile del fuoco».

Quindi tutto si basa sulla percezione del pericolo trasmessa dal cittadino al vigile del fuoco e, a sua volta, da questi al vigile urbano?

«Sì. Ma non solo. Anche se il vigile urbano può aver pensato che quell’albero non era pericoloso, che non stava cadendo, che non riguardasse il suo ufficio, si è comunque attivato per fare qualcosa: ha scritto un bigliettino con la segnalazione e si è alzato per portarlo nella centrale operativa. Lasciamo perdere, poi, che il bigliettino non è mai venuto fuori, non si sa perché, che nessuno abbia detto di averlo trovato o letto, solo lui dice di averlo scritto, ma non è stato neanche provato il contrario. Il vigile è stato assolto perché si è comunque attivato ed ha seguito quella che il suo dirigente, il capo della polizia urbana, ha dichiarato essere la prassi».

La prassi prevedeva un bigliettino volante passato alla sala operativa?

«Sì. E trovo sconvolgente che la polizia urbana funzioni con un centralinista che non ha un tasto per passare la chiamata alla sala operativa, ma si deve alzare, scrivere un fogliettino di carta tipo pizzeria e lasciarlo sul tavolo, perché gli altri stanno al telefono e non ti degnano nemmeno di uno sguardo e, alla fine della giornata, quello che avanza si butta, nessuno si accorge se c’è stata una telefonata più importante».

Come ha fatto, secondo lei, il vigile del fuoco a non capire la gravità?

«L’aggravante per il Fucci è che il centralinista ha un ruolo maggiore rispetto ai suoi colleghi, è un graduato, proprio perché deve fare da filtro: deve capire la gravità delle segnalazioni, deve avere le competenze per capire. È una persona preparata, deve essere gentile, tranquillizzare, mettere nel computer i dati che verranno in automatico evasi, tutti. Poi magari una segnalazione diventa prioritaria rispetto alle altre, perché certo è più importante un incendio che il nido di vespe da rimuovere, ma i vigili del fuoco vanno a fare tutti e due gli interventi. Il problema è che l’intervento relativo all’albero inclinato il Fucci non lo ha messo proprio in cantiere e quindi nessuno ci è andato, sapendo perfettamente, tra l’altro, che tanto non ci sarebbero andati nemmeno i vigili urbani».

I vigili del fuoco dicono che non sono intervenuti perché non c’erano mezzi a disposizione. Eppure dal tabulato dei loro interventi di quel giorno non sembra ci fosse nulla di più urgente di un albero che rischia di cadere: c’era da aprire una porta bloccata per un’infiltrazione in uno scantinato, da verificare una scala per il recupero di masserizie, da rimuovere un nido di vespe…

«Sì. Sembrano interventi stupidi, in realtà loro dicono: non credete che questi interventi siano sempre così minimi. Dietro l’apertura della porta magari c’è un’anziana che sta male, o uno che sta per morire, ma loro indicano semplicemente l’intervento ad una porta rotta».

Che cosa ha dichiarato il vigile del fuoco, al processo?

«Quando gli hanno chiesto se conoscesse via Aniello Falcone, ha risposto che non c’era mai passato. Cioè: uno fa il vigile del fuoco a Napoli e per via Aniello Falcone non è mai passato? È mai possibile? Non è che parliamo di un alberello caduto in periferia… Ci sono solo due strade per andare al Vomero: via Aniello Falcone e Piazza Mazzini. Questa è una delle cose agghiaccianti del processo, una delle tante».

Parliamo dell’agronoma del Comune di Napoli, la Piccioni: aveva fatto un sopralluogo a quell’albero?

«Per due volte ha rilasciato dichiarazioni alla polizia dicendo di aver fatto il sopralluogo, ha spiegato come si fa il sopralluogo visivo, lo ha descritto perfettamente, ha usato dei termini, ‘’ispezione visiva”, mi pare, quando è stata interrogata, che sono stati riportati per iscritto dai carabinieri: non può averli inventati il poliziotto ed averle messo in bocca qualcosa che lei poi ha firmato. Poi ti puoi rimangiare le tue parole dicendo semplicemente che avevi parcheggiato la macchina a via Tasso per andare in Floridiana e sei passata a piedi davanti ai giardinetti e hai guardato l’albero, però dai, sei l’agronoma del Comune di Napoli e passi tanti giorni della tua vita sotto a quell’albero, come il sindaco, che abita al Vomero. Il Comune all’epoca pubblicò un comunicato stampa sul sito, sta ancora là: diceva che l’albero era stato verificato l’ultima volta a maggio. Quindi qualcuno glielo aveva detto che c’era stata la passeggiatina della Piccioni… Nella descrizione del sopralluogo la Piccioni, poi, parla addirittura di colature di resina: parcheggi la macchina, passi a piedi perché stai andando in Floridiana e vedi le colature di resina? E dai…».

La sentenza di Appello indica la Piccioni e Fucci come “i soli chiamati a rispondere delle gravi omissioni costate la vita alla sventurata Alongi nel pur variegato e complesso panorama delle ipotizzabili responsabilità anche a livello istituzionale”. Perché sono colpevoli solo l’agronoma e il vigile del fuoco e non i loro superiori, compreso il sindaco di Napoli Luigi de Magistris?

«Perché il meccanismo è simile ad una piramide: se un anello si rompe, la causa della responsabilità dell’omicidio si ferma lì. La Piccioni non ha comunicato l’esito del sopralluogo al suo superiore, Giuseppe Pulli che, dunque, non sapeva e non può essere accusato. E neppure il sindaco di Napoli. Ciò non toglie che, secondo me, Comune, sindaco e chi per essi sono responsabili civilmente. Nel civile si allargano le responsabilità, c’è il concorso di colpa. È un danno che qualcuno dovrà pur quantificare».

Se le cose avessero funzionato meglio, sua sorella si sarebbe salvata?

«Se tutto avesse funzionato, i vigili urbani sarebbero dovuti andare sul posto. Non avrebbero potuto potare l’albero? Allora avrebbero dovuto chiamare i vigili del fuoco o il servizio Parchi e Giardini che magari chiamava la Sovrintendenza. Magari era tutto così complicato come dicono, ma nel frattempo l’albero non sarebbe caduto, o sarebbe caduto senza macchine sotto. Che ci vuole a potare un albero? Perché poi è pura sfiga che sia passata mia sorella, sotto, in quell’istante».

Sua sorella, alla fine, è morta per incuria…

«Sì. Quell’albero era stato segnalato decine di volte. Gli abitanti di via Aniello Falcone erano mesi che lo dicevano. Era un continuo: il proprietario del baretto, per tutte le segnalazioni che ha fatto, lo hanno preso per pazzo. Ci sono, tra i testimoni, tutti agli atti processuali, quelli che abitavano al terzo piano del palazzo di fronte e un giorno si affacciano e vedono che il ramo non è più alla loro altezza ma all’altezza del secondo piano. Roba da folli».

La morte di sua sorella ha insegnato qualcosa alla città?

«Nulla. È avvilente che, dopo cinque anni, i giornalisti mi chiamino perché è caduto l’albero dietro al Sannazaro. Un albero che anche in quel caso era già stato segnalato, fotografato qualche giorno prima. Poi, il giorno dopo, sul Mattino si scopre che le potature agli alberi sono state fatte prima ogni due mesi, poi ogni sei, poi stop, ora non se ne fanno più».

Non è cambiato niente, quindi…

«È iper-avvilente: le cose peggiorano. Il sindaco dice che ha dato mandato per il monitoraggio degli alberi. A parte che è obbligatorio per ogni Comune farlo, ma poi lo aveva chiesto anche l’amministrazione precedente. È mai possibile che ogni sindaco che arriva richiede daccapo il monitoraggio del patrimonio arboreo e aspetta che lo si faccia di nuovo, senza acquisire quello di prima perché deve essere sicuro del suo tecnico? E intanto?».

Secondo il Comune a Napoli ci sono 1700 alberi da abbattere immediatamente…

«Sì, però il Comune dice che non ha i soldi per farlo. È una cosa assurda. Non ci sono soldi per potare gli alberi o abbatterli? Va bene, ma si può pensare di fare un piano in prospettiva da qui a dieci anni?».

Dopo la morte di Cristina in città hanno abbattuto moltissimi alberi, però…

«Sì, hanno abbattuto tutto. Pare che addirittura il caso di mia sorella sia arrivato in Canada, al Parlamento, e che abbiano abbattuto non so quanti alberi anche lì per evitare una tragedia del genere. L’idea dell’albero che cade è diventato un incubo per tutti. E mica solo gli alberi! A Napoli si muore per la pietra caduta nella Galleria, per il buco nella strada, per non parlare di come stanno messi i palazzi: non si pensa mai ad un piano di ristrutturazione».

Torniamo al processo e alle procedure che non hanno funzionato. Nemmeno le procedure dei vigili urbani nella segnalazione degli interventi sono cambiate, dopo l’incidente?

«Sì, le hanno cambiate. Il foglietto volante non esiste più: esiste una scheda prestampata sempre volante e sempre cartacea, quindi il vigile si deve sempre alzare dalla sedia e andare a metterla nella sala operativa, ma adesso, a fine giornata, quelle non evase le catalogano, le conservano. Per sapere che ci sono. Se per caso è stato scritto o nemmeno quello, per averne la prova».

E la procedura per le segnalazioni dei vigili del fuoco? È cambiata?

«È cambiata anche quella ed è ancora più grave perché, trattandosi del Ministero, la procedura cambia in tutta Italia. L’hanno cambiata dopo questo incidente, anzi, per loro stessa ammissione subito dopo l’incidente, due o tre giorni dopo. Mentre, prima, i vigili del fuoco chiamavano anche gli altri organi, era lecito chiamare anche i vigili urbani, quindi, come nel caso di mia sorella, oggi intervengono comunque. Chiamano comunque i vigili urbani, ma si recano ugualmente sul posto, anche se i vigili urbani non ci vanno. Intervengono in tutte le telefonate, non le girano più e se ne lavano le mani come successe all’epoca. Per me, comunque, tutti questi cambi di procedure sono tutte ammissioni di colpa».

In questi cinque anni qualcuno le ha chiesto scusa, almeno in privato?

«Mai. All’epoca dell’incidente il sindaco dichiarò di aver contattato la famiglia Alongi, ma non ha contattato né me, né mio fratello e nemmeno mio padre, che nel frattempo è morto di dolore. Nessuno è mai venuto a parlare con noi. L’unica cosa che abbiamo avuto fu una corona di fiori al funerale, che tra l’altro non è mai arrivata perché fu subito buttata da qualcuno dei nostri amici o degli amici di Cristina».

Nemmeno il Ministero le ha mai chiesto scusa?

«Durante il processo penale abbiamo chiamato Comune e Ministero a fare la transazione. Il Ministero, con i suoi avvocati, quasi ci rise in faccia: ci dissero di aspettare gli esiti del processo penale e che poi, eventualmente, ci saremmo incontrati per una transazione. L’avvocato del Comune non si presentò nemmeno: mandò una letterina per comunicarci l’assenza e disse che peraltro c’era un processo in corso con il Ministero. Quasi a dire: noi i soldi non li teniamo, se viene convocato il Ministero vedetevela con loro. Dopo il primo grado, non essendo stato condannato il vigile del fuoco e quindi neanche il Ministero, non li abbiamo neanche richiamati. Dopo la sentenza di secondo grado, però, sì: il 12 novembre, data del mio compleanno, faremo un incontro con gli avvocati. Mi aspetto che dicano: vediamo il terzo grado di giudizio. Sono curioso di vedere se il Comune viene, se il Ministero si presenta».

Come giudica l’operato dei vigili del fuoco?

«Si sono molto difesi, invece di chiedere scusa. Una volta, sul Mattino, fu pubblicata una pagina intera che diceva: ‘Non attaccate i vigili del fuoco per il caso Alongi’. Secondo me, dovrebbero essere loro i primi ad incazzarsi. La sentenza di primo grado che li assolve dice che, se pure fossero intervenuti, avrebbero dovuto chiamare l’agronoma. Vuol dire affermare che i vigili del fuoco non servono a niente. Si dovevano incazzare e dire che sono persone preparate, che i rami li potano in cinque secondi e mezzo, in continuazione. Io li ho visti al lavoro quando hanno segato il tettuccio della macchina per liberare mia sorella, o quando si sono portati via il gigantesco ramo dell’albero: non ci mettono niente, sono in gamba».

Cosa pensa delle condanne?

«La legge è garantista, le pene sono queste perché gli imputati sono incensurati. Naturalmente pena sospesa: tutti a casa. Poi ci sono le assurdità. Io vado al processo e gli avvocati degli imputati nemmeno mi salutano: sono cose vergognose. Mi descrivono la Piccioni come una povera vittima in cura dallo psicologo. Ma anch’io sono stato in cura dallo psicologo e da uno psichiatra. Mia sorella ed io eravamo molto uniti, ci sentivamo tutti i giorni. È un legame profondo. Per dire: quando decisi di sposarmi, chiamai Cristina per chiederle di accompagnarmi a scegliere l’anello, ma lei stava in Costiera e allora decisi di desistere, che non lo avrei chiesto subito alla mia futura moglie. Poi Cristina tornò e mi chiese che cosa avrei voluto dirle quel giorno. Glielo dissi e fu così felice che mi accompagnò subito a comprare l’anello. Questo per dire il legame che c’era tra noi: forse una cosa che ti cambia la vita, senza di lei non la fai. Insisto molto su questo aspetto del legame familiare. Il risarcimento va a tutte le famiglie che si sono inguaiate la vita. Cristina è morta a giugno e mia figlia era nata un mese prima. Per il primo anno della sua vita io non ci sono stato, non potevo, ero totalmente assente. È una cosa di cui soffro tantissimo. Tutto perché? Perché a mia sorella è caduto un albero addosso uccidendola? E soprattutto c’è mia nipote: dovrebbero ricoprirla d’oro per averle tolto la madre».

Il giorno dell’incidente lei è stato tra i primi ad arrivare sul posto. Cosa ha visto?

«Sono stato il primo della famiglia ad arrivare. Appena girata la curva con il motorino vidi tutta la strada occupata dall’albero. Trovai i miei amici là fermi, che mi aspettavano. Mi arrivavano i messaggi sul telefonino perché era già uscita la notizia su Internet. La prima cosa che ho dovuto fare è stata chiamare a casa di mio padre e dire alla cameriera di spegnere la televisione per non fargli vedere il Tg3, per non fargli scoprire così che aveva perso una figlia. Dopodiché andammo da lui con un medico per parlargli. Una situazione delirante, una follia totale».

Cristina Alongi

Quanto è arrabbiato?

«L’incazzatura non passa mai. Ti arriva sempre di nuovo addosso. Sono passati cinque anni, credo di essere ben preparato, con le spalle forti, eppure ogni volta che cadono alberi, arrivano sentenze o che ho appuntamento con l’avvocato, mi intossico di nuovo e torno a casa dalle bambine troppo nervoso. È un continuo e non è sano. L’altro giorno, quando è arrivata la sentenza, ero allo studio. L’ho letta e ho detto ai colleghi: ‘Ragazzi, ci vediamo dopodomani, mi prendo anche un giorno di festa per starmene per i cavoli miei’. Ce l’ho con me stesso per questo. Ogni tanto mia moglie ed io pensiamo di andarcene da questa città: non si resiste più».

Ha più avuto rapporti col sindaco?

«Ad un certo punto ho pensato di fare qualcosa per i giardini. Preparai un progetto per sistemarli. Lavoro in uno studio di architetti, pensai che potevano aiutarmi ad elaborare un progetto da proporre al Comune, parlai anche con gli abitanti di via Aniello Falcone. Era un progetto completo, prevedeva un’area per i cani, delle altalene, persino gli artisti di strada che coloravano gli alberi e, naturalmente, una cancellata a chiudere il giardino. Il titolare del baretto di fronte si disse disposto ad aprirla lui, serviva solo concordare con il Comune un orario di chiusura e farla chiudere dalla polizia municipale. Avevo anche parlato con i miei amici: siamo tutti professionisti, stiamo bene economicamente e tutti si dissero disponibili a fare qualcosa per la città, per quel giardino. La mia idea era di adottare le aiuole con un progetto di crowdfunding, perfetto per la vetrinetta del sindaco. Se poi non lo voleva far adottare a noi ma fare una gara di appalto mi andava bene lo stesso, volevo fare qualcosa per il posto in cui era morta mia sorella».

E le ha dato ascolto?

«Costrinsi il mio avvocato penalista, durante il processo, a chiedere al sindaco di darmi udienza, quando fu il suo turno di testimoniare. L’avvocato mi fece piantare vicino all’uscita di sicurezza, da dove uscì il sindaco, da bravo ex magistrato. Gli chiesi di ricevermi. Lo fece, a luglio di due anni fa. Venne anche l’architetto del mio studio, Gianluca Marangi, con il proprietario del baretto. Presentammo al sindaco il progetto e lui disse che era bellissimo e che mi avrebbe messo in contatto con non so quale assessore che si occupava del recupero delle aree verdi. Disse che mi avrebbe chiamato subito dopo l’estate, a settembre».

La chiamò?

«Zero. Scomparso. Ad ottobre chiamai la sua segreteria per manifestare ancora il mio interesse a portare avanti il progetto. Mi risposero che il sindaco era stato occupato, ma che mi avrebbe contattato. Non lo fece mai. Allora basta. Adesso mi hanno fatto passare la voglia. Certo, un giorno vorrei andare là con le bambine per giocare e non per ricordarmi che ci è morta mia sorella».

Ci torna mai in quel posto?

«Tento di evitare di passarci ma è impossibile, ci si passa per forza per andare al Vomero. Non vado al cimitero e vado là a portare dei fiori in qualche ricorrenza particolare, sotto l’alberello che gli abitanti del quartiere hanno piantato in suo ricordo. Meglio là che al cimitero».

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