Ancelotti: «A Napoli si sta da Dio. Il calcio è importante, ma nella vita ci sono cose ben più gravi di una sconfitta»

La presentazione del libro di Alciato: «Napoli è un paradiso. Mi piace quello che faccio, mi diverto. Lo stress bisogna saperlo gestire. E quando si vince, bisogna festeggiare»

Ancelotti: «A Napoli si sta da Dio. Il calcio è importante, ma nella vita ci sono cose ben più gravi di una sconfitta»
Ancelotti alla Feltrinelli tra Tilly Romero e Alessandro Alciato (foto di Riccardo Siano, tratta da repubblica.it)

One man show

Si è inevitabilmente tradotta in un Carlo Ancelotti Show la serata di presentazione di “Demoni” il libro scritto dal giornalista di Sky Alessandro Alciato. Tredici storie di tredici calciatori che hanno affrontato un momento particolarmente difficile della loro esistenza. La serata si è svolta a Napoli, alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri, in una sala particolarmente affollata. Presentatore della serata è stato l’altro giornalista Sky Marco Nosotti e al tavolo c’era anche l’ex presidente del Torino Romero protagonista anche del libro: fu lui, tifoso granata sfegatato, domenica 15 ottobre 1967 a investire mortalmente con la macchina Gigi Meroni. In platea anche il figlio di Ancelotti, Davide, e l’allenatore dei portieri Nista.

Ma l’occhio di bue è stato ovviamente sempre puntato sull’allenatore del Napoli che come al solito si è trovato a proprio agio nei panni del mattatore. E da consumato attore, ha saputo dosare perfettamente i momenti leggeri a quelli più lirici. Ha preso in giro i due giornalisti: «Alciato è buon amico, un ottimo scrittore, di calcio però entrambi ne capite poco. A Napoli si sta da Dio, è un paradiso, gli unici demoni siete voi due». Del libro, Ancelotti ha scritto la prefazione.

L’importanza dei rapporti umani

A proposito di demoni, Carlo ha sottolineato l’importanza dei rapporti umani: «Il mio è un mestiere in cui hai a che fare innanzitutto con persone, in particolare con ragazzi giovani, quindi con poca esperienza, e quando sei giovane le difficoltà ti sembrano ancora più grandi. Lo spogliatoio è un luogo sacro, lì si vedono come sono le persone. Ibrahimovic, ad esempio, ha un’immagine completamente diversa da quella che ha nello spogliatoio. Se ci si crede, nella vita le difficoltà si superano e diventano opportunità per essere migliori. Lo stesso capita nel calcio: le sconfitte sono opportunità per migliorare e riconoscere i propri errori. Ovviamente non è facile. Ma non bisogna essere troppo negativi né troppo positivi. Occorre equilibrio. Non bisogna considerare la difficoltà come qualcosa di insormontabile».

La gestione del gruppo

Ancelotti: «Forse andiamo fuori traccia, ma la gestione di un gruppo di lavoro è complessa e anche molto semplice allo stesso tempo; le persone devi coinvolgerle, motivarle, renderle responsabili. In maniera formale e informale. Devi far rendere al meglio le persone con cui lavori, non solo i calciatori, anche un medico ad esempio. Bisogna parlare di persone di qualità, più che lavoratori di qualità. Quando un calciatore viene a parlarti del suo matrimonio che è saltato, vuol dire che si è instaurato un rapporto diverso. Io credo che quando il rapporto non è più solo lavorativo, le persone rendono di più».

«Il calcio, lo sport, è una metafora importante della vita»

Nosotti ha ricordato ad Ancelotti i suoi infortuni al ginocchio. Anche in questa occasione lui ha sfoderato la sua flemma: «Ero anche un po’ incosciente, non le ho mai considerate cose gravissime. Ho sempre considerato gli infortuni un problema lavorativo che poi mi ha anche formato. Gli infortuni sul lavoro esistono, ci sono cose molto più gravi di una sconfitta. Il calcio, lo sport è una metafora importante della vita, bisogna però incastonarlo nel posto giusto. La vita è piena di problemi molto ma molto più gravi di una partita di calcio persa, ciò non toglie che poi le sconfitte ti rimangono addosso mentre poi le cose positive tendiamo a dimenticare velocemente. E secondo me è sbagliato».

«Quando si vince, bisogna festeggiare»

Anche in questo Ancelotti ha mostrato, senza ostentarla, la propria diversità. Nosotti gli ha chiesto di quella che è sicuramente la sconfitta più cocente della sua carriera: Istanbul 2005, finale di Champions contro il Liverpool, primo tempo 3-0 per i rossoneri e alla fine coppa alzata da Gerrard e Benitez.

«Come l’ho vissuta? Come l’episodio di un percorso che fai, in cui c’è del positivo e del negativo. Mi è rimasto addosso il 2007 (Champions vinta proprio contro il Liverpool, ndr), il 2003 (Champions vinta contro la Juve, ndr) e ho cercato di farmi rimanere addosso anche qualcosa del 2005 la sconfitta. Nel calcio si dice sempre, anche quando si vince: pensiamo alla prossima partita. Io invece dico che quando c’è da festeggiare, si festeggia e festeggiare ti dà la possibilità di pensare meglio alla partita successiva».

Nosotti ha poi ricordato la prima partita della Champions 2006-2007, quella della rivincita. “Eravamo ad Atene, lo aspettavo per l’intervista. Lo vidi che camminava e quasi contava i passi, gli chiesi: “cosa fai”? Lui rispose: “Prendo le misure che poi devo tornare qui per la finale”.

«Volevo farmi coraggio – ha risposto Ancelotti – eravamo in un periodo disastroso, tant’è vero che quella partita con l’Aek l’abbiamo persa».

Le lezioni di Ulivieri a Coverciano

Nosotti ha citato le lezioni di Ulivieri a Coverciano: «Prendeva sempre come esempio le partite di Ancelotti, perché – diceva – quando gliela incarta, gliela incarta bene. Una lezione era su Milan-Manchester, un’altra su Bayern-Real e sono convinto che il prossimo anno ci sarà  Napoli-Liverpool (applausi della sala). In genere – ancora Nosotti – quando Ancelotti diceva “gliela incartiamo”, quasi sempre gliela incartava. Che hai fatto contro il Liverpool? Hai tolto la profondità, il pressing (sta rispondendo da solo), han mica fatto un tiro in porta? Klopp avrà detto: “se devo perdere, meglio contro Ancelotti”». Carlo ha sorriso: «Vedo che hai studiato».

Arrigo Sacchi e lo stress

Tra i protagonisti del libro c’è anche Arrigo Sacchi e il demone dello stress. «Sacchi è stato un innovatore, pretendeva molto dagli altri e anche molto da sé stesso. Quello è stato il motivo dello stress che tutti hanno. Devi riuscire a gestirlo, c’è chi lo gestisce peggio o meglio. Per chi lo gestisce peggio, diventa preoccupazione; per chi lo gestisce meglio, diventa energia. Lo stress esiste, tutti hanno stress. Ogni giorno c’è un motivo di preoccupazione, di stress. Se la squadra non si allena bene, è anche un motivo per farlo meglio il giorno dopo. Nel primo periodo, Sacchi è riuscito gestirlo; poi non è riuscito più. A livello alto, ha avuto una carriera breve, poi non è riuscito più a gestirlo.

«Io e lo stress? Mi piace quello che faccio, è una passione per me. Mi diverto. Non ho voglia di smettere. I demoni nei giocatori fortunatamente non ne ho trovati. Il demone per un allenatore è imbattersi nel calciatore egoista, superficiale, poco professionale. Devo dire che adesso il calciatore è molto più professionale di quando giocavo io».

Kaladze

Tra i protagonisti del libro c’è anche Kaladze cui rapirono e uccisero il fratello il cui corpo fu ritrovato non lontano da Tbilisi. «Kaladze – ha ricordato Ancelotti – ha mostrato sempre molta dignità e anche noi nei suoi confronti nel non calcare la mano sulla brutta vicenda che lui ha vissuto. È stato perfetto dal punto di vista professionale. Dovevamo giocare la partita contro il Bayern Monaco, gli avevamo detto: “se hai bisogno di andare a casa, vai”. Invece volle giocare la partita e la giocò anche molto bene”.

I tredici protagonisti del libro

Alciato ha ricorda i tredici protagonisti del suo libro:

«Balotelli e il razzismo (a Brescia da bambino gli dicevano: “non giochi a pallone perché sei nero”); Buffon e la depressione (non poteva dirlo a nessuno); Cassano e il problema al cuore (quando pensa di essere sul punto di morire, prende il telefonino e scrive alla moglie “ti amo”); Coulibaly (ex centrocampista Pescara) aveva il sogno di giocare a calcio ma il papà in Senegal non lo faceva giocare, allora lui è salito su un barcone ed è partito per coronare la sua ambizione, nel libro ha ricordato le notti in un parco a Livorno, al freddo; per Ibrahimovic è il sentirsi diverso, svedese non biondo e senza occhi azzurri, ha dovuto faticare di più; Kaladze e il rapimento e poi la morte del fratello in Georgia durante il periodo decisivo della Champions; Mihajlovic e la guerra dei Balcani; Fabio Pisacane è passato attraverso il vivere la faida di camorra, la sindrome di Guillain-Barrè (è andato in come e si è risvegliato), poi il calcio-scommesse; Quagliarella e lo stalking; Romero e la morte di Meroni investito da lui in auto, Sacchi e lo stress; Shevchenko e Chernobyl; Verratti e il terremoto a L’Aquila.

Alciato ha detto: «non c’è stato bisogno di convincerli, anche perché sapevano di poter aiutare gli altri. Qualcuno lo ha raccontato più difficoltà, ad esempio è stato toccante vedere Mihajlovic con le lacrime agli occhi».

Infine Tilli Romero, ex presidente Torino. Nosotti ha ricordato l’incredibile casualità: il pilota dell’aereo che si schiantò a Superga, si chiamava Meroni.

“Mio padre – ha raccontato Romero – aveva sognato giorni prima che avevo investito un toro. In questi giorni volevo andare a salutare la sorella Maria, sono 50 anni che non ci vediamo, adesso è lui fuori Italia. Credo che sarà un incontro molto importante per me.

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