“Adotta un bambino povero italiano”, il Terzo Mondo siamo anche noi

Siamo diventati un paese dell’Europa dove “vivono” minori che hanno fame e necessitano di una adozione “ravvicinata”, come ci sollecita lo spot di Mission bambini

“Adotta un bambino povero italiano”, il Terzo Mondo siamo anche noi
Lo spot di Mission bambini

Uno spot sui canali Rai

“Mission bambini aiuta i bimbi in Italia, adotta in vicinanza per cambiare la vita di un bambino italiano in Italia”. È il testo di uno spot che è andato in onda sui canali Rai. Una di quelle cose che ti passano davanti all’improvviso, mentre sei lì davanti alla tv a mangiare una pizza da asporto: soluzione obbligata per i single che non sanno cucinare e tornano a casa senza fare la spesa. Mastichi amaro, la pizza diventa gomma che proprio non riesci a mandar giù perché lo stomaco ti si è chiuso, neanche fosse un porto italiano di oggi o ai tempi dell’ultima guerra.

L’evidenza di essere finiti in un tunnel economico non è trasmessa dalla variazione dello spread e degli indici di borsa che vanno giù a picco come una nave silurata, né dalla pizza divenuta ormai immangiabile. Ma da uno spot, un video che chiede aiuto per i bambini italiani con immagini più gentili, ma con toni simili a quelli che più o meno trent’anni fa invocavano l’aiuto dell’Occidente per quelli che, mangiati vivi dalle mosche, morivano di fame nel Terzo Mondo.

Roba da immediato Dopoguerra

Roba da immediato Dopoguerra, quando i bambini mangiavano, se e quando mangiavano, solo grazie agli aiuti americani che arrivavano nei porti “riaperti” per dare sollievo alla fame disperata o per alimentare la borsa nera.

Sì perché un porto di mare che non è aperto rappresenta una contraddizione in termini. Una specie di ossimoro del tipo: ghiaccio bollente. Insomma, la realtà è un po’ come la vendetta, un piatto che va servito freddo come una pizza da asporto: siamo un Paese che ha la fame in casa che rifiuta di accogliere persone affamate.

Corsi e ricorsi storici direbbe il Vico. Oggi dal Terzo Mondo arrivano quelli di Aquarius che una volta aiutavamo anche organizzando concerti fatti apposta per loro. Oggi il live è per la buonanima di Pino Daniele, una volta il Live aid era per le anime degli africani affamati.

Reminiscenze da “Age of Aquarius”, l’età che auspicava pace e pane per il mondo, l’età dei capelloni di “Hair” (1979), il film musicale con cui Milos Forman celebrava i figli dei fiori e gli anni del “Fate l’amore non fate la guerra”. Oggi Aquarius non richiama l’impegno ma il disimpegno. Il “me ne frego” piuttosto che il “me ne faccio carico”. Siamo diventati un paese dell’Europa dove “vivono” minori che hanno fame e necessitano di una adozione “ravvicinata”, come ci sollecita lo spot di Mission bambini; ma siamo anche il Paese che viene messo sul banco degli imputati dall’Europa per aver negato l’accoglienza agli immigrati di Aquarius.

Accogliere o non accogliere? Essere o sembrare? Questo è il dilemma.

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