“Napoli: A Football City”: una visione pittoresca e rassicurante del tifo a Napoli

Il documentario di Dugout si basa sull’annullamento del pensiero critico. È una visione falsa e buonista, che conferma i soliti luoghi comuni

“Napoli: A Football City”: una visione pittoresca e rassicurante del tifo a Napoli

Nel momento esatto in cui scrivo è uscito il secondo episodio di Napoli: A Football City, un documentario di Dugout sul rapporto tra Napoli e il gioco del calcio. Si tratta del secondo di una serie inaugurata da Marseille: A Football City. Stesso tema, città diversa.

Si tratta di un documentario strano: non è molto interessante, non è autoriale, non è un commento ma neanche un documento. Ed è anche un’opera paradossale perché vorrebbe descrivere l’unicità di un posto incastrandola in un format ripetibile, vorrebbe spiegare quanto i tifosi del Napoli siano speciali ma di una specialità identica a quella degli altri. E questa volontà paradossale finisce per mettere in mostra una delle problematiche più strambe dell’approccio corporativo al calcio contemporaneo: sa bene come esportare il gioco del calcio ma non sa ancora bene cosa farsene dell’idea di tifo.

La piattaforma

Ma andiamo piano. Prima di tutto cosa è Dugout: sarebbe un social network del calcio con lo scopo di promuovere il gioco nei paesi orientali attraverso la produzione multimediale. Ed è di questo che parlo quando parlo di approccio corporativo al gioco: l’idea che il calcio vada esportato attraverso la produzione sul gioco prima che attraverso la partecipazione al gioco. E questa pretesa di esportazione coatta richiede due cose: che il calcio venga reso innocuo (perché deve essere investito di una moralità che possa essere globale); che venga reso semplice (perché le cose semplici si esportano più velocemente di quelle complesse).

È questa l’operazione che Napoli A Football City prova a mettere in atto: rendere innocua e semplice l’idea di tifo. Che però non è né innocua né semplice. Mi piacerebbe partire da qui:

Ma poi non è forse Clementino il rapper più innocuo di Napoli?

Questo fotogramma in cui Clementino parla, letteralmente, di Napoli come della città del «sorriso, del calore e del buon cibo» è un momento problematico per tutte le ragioni più ovvie: è accondiscendente, è rassicurante, inorgoglisce fino all’annullamento del pensiero critico. Ma soprattutto è un momento che rinuncia a raccontare la caratteristica principale della città: la sua ambiguità morale ed estetica.

Anche quando pochi secondi dopo Clementino parla della cazzimma napoletana lo fa con quel solito tono assolutorio e bonario con cui i napoletani parlano della cazzimma. E si tratta anche di un momento aggravato dal fatto che Clementino è un’artista napoletano. Immerso in un contesto che, da artista, dovrebbe analizzare criticamente.

Il punto è che queste affermazioni fanno il gioco di Dugout: restituiscono un’immagine universalizzabile della città, un’immagine che non esiste ma che accontenta i napoletani che guarderanno il documentario e contemporaneamente appiattisce lo strato culturale che genera il tifo ad uso e consumo del corporativismo (e direi capitalismo se non vivessimo un sistema economico innominabile?).

Il mare e il sole

Napoli: A Football City tinteggia un mondo in cui tifare Napoli è una diretta conseguenza del mare, del sole e dell’allegria. Ed è una suggestione irrealistica perché il tifo può nascere anche dall’odio, dalla rabbia, dalla frustrazione. Conosco persone che tifano per sentirsi sinceramente rancorose o nervose, e altre che lo fanno come esercizio per sperimentare il dolore o il dispiacere. E sarebbero tutti aspetti legittimi del tifo se solo Dugout non decidesse di ometterli.

Chiaro è che i sorrisi, il sole e il buon cibo vendono più magliette ufficiali che l’ambiguità o il rancore o la frustrazione. Ma è anche vero che il calcio contemporaneo deve trovare una qualche nuova formula per raccontare i tifosi, svincolandosi dalle idee retrograde di appartenenza, passione e coinvolgimento. Esistono tifosi, anche del Napoli, che non sono passionali o che sono coinvolti solo a tratti; esistono zone di Napoli in cui i sismografi non registrano nulla (e sarebbe interessante sapere se quelli di Fuorigrotta registrano davvero qualcosa o se è solo l’ennesima trovata di marketing); ed esistono quei tifosi che si sentono legati al Napoli ma non a Napoli o viceversa. Ma probabilmente quei tifosi lì devono essere taciuti perché… veicolano un’idea scomoda di tifo?

Pensateci: è un caso se nel documentario non c’è un immagine come questa? Anzi, allargo il concetto: è un caso se un’immagine del genere non si vede mai nella narrazione calcistica corporativa? Siamo davanti al paradosso: il calcio globale ha interrotto la connessione tra le squadre e i territori ma si rifiuta di raccontare quella stessa disconnessione perché la reputa poco rivendibile. Eppure i napoletani/juventini sono una parte importante dell’esperienza calcistica di Napoli.

E poi c’è quell’altro aspetto problematico dell’esteticizzazione del tifo e delle tifoserie che è un’altra delle manie inspiegabili del calcio corporativo. In NAFC ci sono questi due minuti senza montaggio in cui si vede Decibel Bellini declamare la formazione davanti ad uno stadio pienissimo. Mentre la guardo, non posso fare a meno di pensare che si tratta di una scena affascinante, magari di una bella cartolina. Ma che non è assolutamente la normalità: al San Paolo quella scena si vede raramente e la normalità sta piuttosto in una scena simile ma a spalti semivuoti.

Siamo davanti all’ennesimo paradosso: a Dugout (e al calcio globale) serve l’immagine di un San Paolo strapieno per giustificare quel racconto del tifo come di quella energia religiosa e mistica incontrollabile ma contemporaneamente serve anche un San Paolo semivuoto perché, alla fine, il calcio globale vende abbonamenti tv e non abbonamenti allo stadio.

Napoli: A Football City

Letteralmente: i Jackall che raccontano di improbabili riti scaramantici, palpitazioni, mosse e tic durante una partita del Napoli. In una descrizione del tifoso napoletano che è piuttosto un’autoparodia inconscia.

Qua siamo davanti all’ennesimo feticismo del racconto calcistico globale: quello di parlare dei tifosi napoletani come di inguaribili scaramantici. Ed è ovvio, ed ho vergogna anche solo a doverlo esplicitare, che la frangia scaramantica sia solamente una minoranza benché di quelle molto rumorose. Esiste anche – oh mio dio – quell’altro modo di tifare il Napoli. Quello che presuppone di potersi sedere in una posizione casuale del divano senza particolari problemi, o quel modo che ti permette di guardare la partita senza continui attacchi d’ansia e palpitazioni. Il punto è che, ancora una volta, il racconto del tifoso come di un essere intrinsecamente scaramantico è un racconto molto comodo per Dugout. Il tifoso mosso, o convinto di essere mosso, da un’energia primitiva e semi-religiosa come quella della scaramanzia è un tifoso che può facilmente essere separato dai suoi soldi.

Ed è per questo che non c’è un racconto alternativo a quello della scaramanzia: un tifoso razionale, controllato o mosso da forze non imponderabili dà un pessimo esempio ai tifosi apprendisti in Oriente che guarderanno Napoli: A Football City. Sta dicendo loro che si può essere anche parzialmente interessati al calcio, o appassionati in maniera controllata o critica o attenta. E che non c’è niente di male ad essere scettici prima che scaramantici. Si tratta di un messaggio spaventoso per i signori del calcio che vorrebbero invece esportare un’idea di un tifo sciamanico prima che scientifico (pensate solamente a quanto poco spazio è dedicato, ad esempio, alla divulgazione del regolamento del gioco, all’approfondimento delle basi di tecnica e tattica o alla demistificazione delle complesse dinamiche manageriali dietro una società di calcio).

Tantissimi livelli di passione

Il punto è che potrei continuare questa operazione per ore. Troverei moltissimi altri esempi di come un documentario come Napoli: A Football City possa essere pericoloso nella sua visione parzialissima di quello che è il tifo partenopeo e non solo. Cristallizza nell’immaginario collettivo un’idea di tifo che può essere pittoresca o affascinante e anche, per carità, parzialmente veritiera. Ma che non può essere l’unica. NAFC non racconta del rapporto dei napoletani col calcio: racconta di un sogno, che è il sogno delle corporazioni di esportare questo modello di tifo ovunque nel mondo. E mette in bocca a personaggi innocui della napoletanità dei concetti estremi di tifo. Che sono diventati, a furia di sentirceli ripetere ogni giorno, la normalità dell’essere tifosi.

Poiché la passione estrema e totalizzante vende sciarpe, vende abbonamenti tv, vende magliette e lo fa indifferentemente ovunque nel mondo. Ma contemporaneamente annulla i discorsi, le diversità, il confronto e la possibilità di poter essere appassionati di calcio a tantissimi livelli, tutti comprensibilissimi.

Napoli: A Football City

«Ma se qualcuno avesse un problema… qua ci sarebbero così tante persone ad aiutarti»
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