Il calcio è un business che si fonda sulle emozioni

Roma-Barcellona giocata alla Luiss, con Baldissoni e Francesco Calvo. Pensando a quanto potrebbero rendere le emozioni del Napoli

Il calcio è un business che si fonda sulle emozioni

Roma-Barcellona non solo in campo

Questa sera Roma e Barcellona scendono in campo all’Olimpico. Sono stati venduti 65.000 biglietti. Nonostante il risultato acquisito del Camp Nou all’andata (4-1), tifosi e amanti del calcio seguiranno la partita da tutto il mondo come un grande spettacolo, con la speranza di assistere a una competizione animata da colpi di scena. Il calcio non li ha mai negati e anzi spesso hanno permesso di scriverne le pagine di storia più belle. A Napoli per esempio, domenica scorsa, a pochi minuti dalla fine, sullo 0 a 1 per il Chievo, molti sembravano aver dimenticato questa proprietà emergente. I fischi ingenerosi a Lorenzo Insigne e gli spalti che si svuotavano sono stati la rappresentazione più plastica di un tale disimpegno. Peccato per loro, che si sono persi! Ma restiamo ancora a Roma.

Il big match dell’Olimpico ha fornito questa mattina l’occasione per parlare di calcio dentro l’università, con i dirigenti delle due squadre che si affronteranno stasera, grazie a uno speciale laboratorio organizzato dall’associazione ItaliaCamp. Quando Mauro Baldissoni ha iniziato a parlare alle 10 davanti a una platea gremita di studenti, per un attimo è apparso quasi surreale che fosse una lezione universitaria. “Non so dire se il valore di una squadra di calcio sia tangibile o intangibile” ha detto il Dg romanista, “è un business che si fonda sulle emozioni, noi produciamo e distribuiamo emozioni”. Nell’aula magna alla Luiss di viale Romania si è scelto il calcio per spiegare agli studenti di economia come scovare il valore nascosto di alcuni asset invisibili, che normalmente non compaiono in un bilancio, ma che a un certo punto potrebbero determinare la crescita futura non solo per il proprio club, ma per una platea più larga di interessi collegati.

Da sinistra, Fabrizio Sammarco, Mauro Baldissoni, Francesco Calvo

Quanto vale il sorriso di Milik?

Bene, mentre sta per prendere la parola lo chef revenue officer del Barcellona, Francesco Calvo, torniamo un attimo agli ultimi minuti giocati al San Paolo domenica scorsa. All’89° minuto un lancio di Insigne illumina l’area di rigore. Milik sbuca come una freccia alle spalle dei difensori scavalcati dal pallone e di testa la mette in rete alle spalle di un prodigioso Sorrentino, che fino a quel momento aveva negato agli azzurri ogni gioia. Arcadiusz Milik, l’attaccante polacco reduce da un doppio infortunio al ginocchio, che ne aveva quasi distrutto la carriera. Mesi di duro lavoro per recuperare la condizione dopo gli interventi chirurgici. Lo sguardo sempre sui suoi compagni che sul campo quest’anno hanno volato come non mai. Il sorriso perenne in ogni foto rimbalzata sui social network per raccontare il suo percorso di riabilitazione. Che impatto avrebbe avuto sul bilancio del Napoli la mancanza di una tale determinazione? Un flusso sotterraneo potente, che si è manifestato in un lampo all’ultimo minuto di una partita compromessa. E non è finita qui.

Che le partite non terminano al 90° minuto, l’abbiamo sempre saputo, ma ci è voluto un ripasso. Amadou Diawara, la giovane promessa della Guinea finora relegato in panchina da un Sarri determinato a puntare sulla sua sporca dozzina. Allo scadere dell’ultimo dei tre minuti di recupero concessi dall’arbitro ha la palla del vantaggio sul piede e non sbaglia, completando in appena quattro minuti la rimonta che tiene ancora aperto il campionato. Grazie a due drop out torna quello stato di grazia che giorno dopo giorno tiene tutti connessi. Una caratteristica molto napoletana che forse andrebbe considerata di più.

Mès que un club

“La frase Mès que un club identifica ciò che il Barcellona è per la popolazione catalana” ha detto Francesco Calvo dopo l’intervento di Baldissoni per spiegare la diversità del proprio club, “da noi c’è un interesse a 360° gradi e meno isterismo rispetto al risultato sportivo”. “Rispetto alla Juventus, dove stavo prima, qui vincere è importante ma non è tutto. Da noi contano i valori e come si gioca”. Dalla vittoria della prima coppa dei campioni nel 1992 nell’anno delle olimpiadi, la squadra bluegrana ha costruito un valore per sé e per la città senza uguali. Il proprio museo fattura 45 milioni l’anno ed è tra i tre più visitati di Spagna. Il 10% del flusso turistico della città catalana è attratto dalla squadra di calcio. Attualmente tutti gli sforzi si stanno indirizzando sulla formazione di nuovo talento, sull’attrazione delle tecnologie e sulla maggior inclusione possibile nel proprio universo calcistico. “Il prezzo dei biglietti non è così importante” ha detto Calvo, “i nostri ricavi da abbonamenti sono tra i più bassi dei top club europei, perché vogliamo favorire la comunità locale”.

Lo spunto di queste testimonianze è che se un processo di trasformazione va avanti in un modo virtuoso, in un bilancio prima o poi potranno comparire dei contrappesi che chi era abituato a compilare i conti con ricavi ed oneri generati da asset tradizionali non poteva immaginare. Non a caso gli impatti positivi di qualunque business sul contesto di riferimento riscuotono da qualche anno un’attenzione crescente da parte di quelle istituzioni finanziarie di sistema che sono interessate allo sviluppo di un territorio. “La connessione sentimentale generata dal calcio è un’energia in grado di alimentare grandi trasformazioni anche nella realtà”, ha spiegato al Napolista Fabrizio Sammarco, ceo di Italia Camp, tra gli autori con AS Roma, del primo bilancio di impatto di una società di serie A e in procinto di profilare nei prossimi mesi uno dei club più forti del mondo come il Barcellona. Intanto a Napoli abbiamo un sogno nel cuore.

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