Bellenger abbatte un altro tabù e porta il rugby a Capodimonte

Inaugurato il campetto, il direttore francese sta dimostrando che anche a Napoli possono essere realizzati i progetti

Bellenger abbatte un altro tabù e porta il rugby a Capodimonte

L’attacco all’inerzia

Giocare a rugby o a calciotto nello splendore del Real bosco di Capodimonte da ieri è finalmente possibile. Crolla un altro muro: utilizzare il bene monumentale anche per fare sport, a Capodimonte come alla Reggia vanvitelliana di Caserta, non è una bestemmia: fa bene alla salute, al morale e alla disponibilità nei confronti della vita e del lavoro dei cittadini. Elementare Watson, abbiamo dovuto attendere l’arrivo di un piccolo grande manager venuto dalla Francia per capirlo, ma vivaddio è successo: grazie direttore Bellenger.

E non è finito qui l’attacco ai tabù dell’inerzia. Tra un po’ il popolo degli aspiranti rugbisti e dei runners sempre più numerosi avranno a disposizione la Fagianeria e potranno accedere alla struttura di primissima mattina per avere la possibilità di allenarsi e arrivare in tempo al lavoro.
Bellenger

Il direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger

“Per il coraggio di aver creduto in questa città”

La semplice ma significativa cerimonia di ieri, insomma, fa scoprire orizzonti impensabili e indica la strada da seguire. È l’altra metà del cielo: da una parte si fa fatica a ospitare le Universiadi ma a Capodimonte si dimostra che un’altra città, più moderna, è ancora possibile. Sulle macerie della prima. Lo abbiamo capito assistendo alla prima partitina di rugby tra i ragazzi delle scuole del quartiere, ma anche, e forse soprattutto, dalla bellissima dedica che ha accompagnato il regalo di un pallone ovale a monsieur Sylvain: «…Per il coraggio di aver creduto in questa città». Nella quale, è sottinteso, i napoletani non credono. Molto bella anche la risposta del direttore: «Ho scelto il rugby perché è una disciplina di squadra che educa ai valori lealtà».  Senza trascurare l’ambiente: rastrelliere, panchine e, soprattutto, l’adozione di trentatré alberi.

Ha sfidato la sonnolenza delle autorità

La lezione di vita impartita dal piccolo grande direttore venuto dalla prestigiosa scuola del Louvre ha avuto ragione, insomma, della pigrizia mentale e della ignavia della classe dirigente che come sport legittima solo quello praticato nel bosco, si fa per dire, del San Paolo. Assai poco real.
Che possedesse una buona dose di coraggio, esaltata da una spruzzatina di follia che ha reso più lieve, magari senza che lui se ne avvedesse, l’assunzione di responsabilità che in passato nessuno aveva osato prendersi, Sylvain Bellenger, napoletano di fresca adozione ma ormai verace come un figlio autentico di Partenope, lo aveva già ampiamente dimostrato e confermato, sfidando anche la sonnolenza delle autorità con le quali ha dovuto necessariamente confrontarsi, ma questa volta ha alzato l’asticella oltre il limite. E l’ha superato in scioltezza dimostrando che anche nella città più bella e più “ferma” del mondo è possibile vincere una sfida ritenuta impossibile oltre che dissacrante. Grazie direttore e, soprattutto, continui a portare pazienza. E ad abbattere i tabù.
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