Lo sport è capacità di produrre Mito, altro che mercato di riparazione

Mi interessa la dimensione da epopea, romantica, da grande sogno. È il sale del calcio, come il gol di Brignoli al Milan. Oppure, pensando al Napoli…

Lo sport è capacità di produrre Mito, altro che mercato di riparazione
Bringoli, il portiere del Benevento che segnò al Milan di Gattuso

Mercante in fiera

E anche questa è andata.

Non penso a un’altra giornata del campionato di calcio giocato, che può aver confermato o deluso le nostre aspettative, ma a quel torneo parallelo, più simile al “Mercante in fiera”, in parte latente, in parte manifesto, che dura – secondo me – tutto l’anno, con le effervescenze che lo rendono evidente e le fasi occulte, durante le quali si svolge un lavorio continuo, inesausto, di cui sappiamo poco o nulla, e che esplode in tutta la sua forza mediale in due o tre momenti dell’anno, scatenando entusiasmi (a volte malriposti) o delusioni, rabbie, tristezze, recriminazioni – con lo stesso andamento ondivago e effimero del grosso dell’informazione di massa.

Penso al “mercato” del calcio di cui la fase di gennaio, l’ancora cosiddetto “mercato di riparazione”, è un picco importante nell’immaginario calcistico, più importante, per certi versi, di quel che si potrebbe pensare: non più come in passato un momento di rifinitura e correzione, ma il momento che potrebbe cambiare l’intera stagione di una squadra, almeno nella percezione degli appassionati. Che scatenano, in genere, la loro delusione.

Il Napoli e il suo indotto

Penso al Napoli, e a tutto l’indotto mediale che lo riguarda – in particolare in questi giorni, specie quello nutrito da una parte dei suoi sostenitori.

Non penso alla informazione “istituzionale”: giornali, riviste, su carta o online (che pure contribuisce, nel prima – ma è nella sua natura di informazione giornalistica – a alimentare speranze e entusiasmi), penso a tutta l’area della comunicazione “spontanea”, individuale, personale, non “istituzionale” quella dei social e dei blog.

Non abbiamo comprato nessuno! Apriti cielo! come facciamo a realizzare il sogno, a competere con l’altra squadra di Torino, quella che non ha la maglia granata! (scusate, ma non riesco a nominarla, il grigiore della razionalità contabile applicata allo sport non mi piace…)

Le “buone maniere” del tifo

Con tutte le declinazioni possibili, dai commenti più paludati di coloro che cercano di conservare un minimo di buon gusto e aplomb, ai commenti più estremistici, isterici, infantili delle frange estreme, tipo i cosiddetti “papponisti” – che poi sono disponibilissimi a “rendere onore” e fare gli auguri di compleanno a un calciatore simbolo degli eterni nemici – e coinvolto pure, a quanto pare, nella pratica poco sportiva del calcio scommesse… Quelle “buone maniere” che fanno parte della pratica del tifo, che portano a esporre striscioni grondanti di retorica salvo poi trasformarsi in comportamenti beceri e sguaiati… Una ipocrisia poco dignitosa che dimostra quanto alcuni siano vicini alla logica dell’etichetta piccolo borghese del “pare brutto” e della scarsa memoria (o peggio, a quella criminale che prima decreta l’omicidio di un rivale e poi partecipa a capo chino al suo funerale…)

“Abbiamo da giocarci lo scudetto! E c’è anche l’Europa League! E già ci siamo chiamati fuori dalla Coppa Italia! (la “coppetta” di una volta, che non cagava nessuno).

Per vincere dobbiamo diventare più forti di loro, o perlomeno forti come loro!”

I social come la vecchia piazza del paese

Ma i social network sono mimetici al mondo, alla vecchia piazza del paese dove ci si riuniva a commerciare, discutere e litigare, e sono anche molto di più, per cui, mescolati agli interventi dei singoli, o quelli dei blog, o i “post” delle “pagine” delle vecchie testate giornalistiche su carta, insieme a biglietti di auguri, commenti politici e frammenti di vita privata, si trovano anche altre cose, più “serie”, come per esempio un “call for paper” (una richiesta di proposte di saggi) di una rivista scientifica di sociologia, che propone come tema del “call” The Sports Heroes in the Social Immaginary, “Gli eroi dello sport nell’immaginario sociale”.

Cercando di essere un sociologo e occupandomi appunto di “immaginario sociale”, ho pensato in un primo momento di partecipare, poi ho rinunciato, perché di sociologia dello sport ne so poco.

Chi sono gli eroi dello sport

Però ho continuato a pensarci, ogni tanto, al tema del “call”: “Chi sono gli eroi dello sport? I Maradona? Un po’ banale, con i grandi, riconosciuti, campioni giochi facile… certo non i portieri coinvolti nel calcioscommesse e contigui agli esperimenti agricoli di famosi medici (poco) sportivi…

Gli eroi dello sport sono quelli che vanno oltre i propri limiti, e che così producono immaginario e Mito”.

Brignoli

Per me, per esempio, è un eroe (e a lui avrei dedicato il mio contributo) il portiere del Benevento, Alberto Brignoli, che il 3 dicembre dell’anno scorso, al 95 minuto, con la sua squadra che perdeva 2 a 1 col Milan appena consegnato a Rino Gattuso, chiamato come allenatore al posto di Vincenzo Montella per “dare una scossa alla squadra”, lasciava la sua porta e andava a saltare sull’ultimo corner della partita insieme ai suoi compagni e segnava il goal del pareggio, regalando il primo punto in campionato ai suoi.

Perché un eroe? Perché ha avuto coraggio, certo, a provarci. Ma più di questo per una serie di circostanze particolari, che nel calcio – e nello sport in generale – sono la sostanza da cui si produce Mito.

Gattuso

Era la prima partita di Gattuso – lui stesso, a suo modo, un eroe del calcio: un mediano potente, non certo un piede fino, ma un lottatore, uno che non si arrendeva mai – come allenatore. Dopo un inizio di campionato deludente finalmente il Milan vinceva, pure fuori casa. Vabbè, col Benevento, che era ancora a zero punti, ma questo per le statistiche non conta, era comunque al suo esordio. I “Lupi” spesso erano stati beffati nel finale delle partite precedenti, ormai il gioco sembrava chiuso. E invece questo portierino, va, segna, e regala il primo punto alla sua squadra. Producendo Mito, perché in fondo diventava una sineddoche della sua squadra: la parte per il tutto, che, realizzando l’impossibile, esaltava l’eroismo di undici calciatori di certo non straordinari, ma che comunque, arrivati in Serie A, si giocano ogni settimana la loro onesta partita nonostante i risultati inesorabilmente, sistematicamente negativi. Dei piccolissimi Davide, di fronte a diciannove Golia di varie altezze, stazze e potenze.

La capacità di produrre Mito

L’eroismo, la capacità di produrre Mito, è qui, in una condizione che sembra fatta apposta per esaltare la natura narrativa del calcio, uno degli sport più telegenici e contemporaneamente più narrativi. Quella natura che ci permette addirittura di rivedere una partita (a volte può capitare) come se fosse la prima volta, come succede per i film – o per la musica, se è per questo.

Ora, il Napoli non è sicuramente il Benevento: sulla carta è un po’ più forte. Ma sta sicuramente provando a portare a termine un’impresa che – a torto o a ragione, per derive “complottiste” o per ragioni giustificate – è titanica, fosse solo per la legge dei grandi numeri: negli ultimi quaranta cinquant’anni quante sono state le squadre che hanno interrotto il predominio delle cosiddette “squadre a strisce”? Ricordo la Fiorentina di De Sisti, il Cagliari di Gigi Riva, il Verona del grande Osvaldo Bagnoli. E il Napoli di Maradona, Ciccio Romano, del “guerriero” Bagni. Qualcun’altra? Non mi pare.

Tutte, hanno fatto più di quanto era prevedibile, pronosticabile.

Dimensione romantica

Una dimensione da epopea, romantica, un sogno eroico.

Questa dimensione romantica è quella che mi piace, quella in cui il più debole, nonostante sia più debole – per ragioni strutturali, atletiche, “politiche” – vince lo stesso. Perché supera se stesso e i propri limiti.

Non è una questione di gioco, intendiamoci, anche se il gioco del Napoli mi piace ed è splendido. Ognuno usa le armi che ha.

E d’altra parte, l’Italia e i club italiani per decenni hanno vinto ispirandosi a Nereo Rocco, facendo “difesa-e-contropiede”, e battendo quelli più forti di loro.

Il gioco all’italiana mi piace, e continua a piacermi: si fa beffe e taglia le gambe agli avversari. Ma quando si è più deboli: quando si è – o ci si ritiene – il più forte, ci si aspetta che tu faccia vedere anche un po’ di spettacolo.

È per questo che non mi lamento del “mercato” del Napoli: mi piacerebbe che vincessimo così, in maniera romantica, da eroi, superando tutti gli ostacoli, dentro e fuori del campo, nelle stanze del potere e nelle job-station dei media.

Allora sì che festeggerei con vera gioia. Che ci vuole a vincere, se si è i più forti?

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