Massa Lubrense piange “Ciriniello” travolto da un gommone

Un’altra tragedia del mare, un fenomeno tragico in aumento e che viene colpevolmente sottovalutato. L’ultima vittima un pescatore molto noto a Massa e a Nerano

Massa Lubrense piange “Ciriniello” travolto da un gommone

La tragedia in mare

“Ciriniello è morto”. “Ciriniello è morto”. L’urlo è risalito dalla spiaggia di Nerano fin su a Massa Lubrense e da qui è arrivato fino a Sorrento ripetendo un rituale che si perde nella notte dei tempi. Perché il mare nostro annuncia quasi sempre tragedie – lo ha appena urlato il presidente Mattarella riferendosi al cimitero dei migranti – e in queste riviere la vita dipende quasi esclusivamente dal mare. Che dà e prende ma più spesso prende e non dà: per fatalità, per incoscienza, per mancanza di controlli, soprattutto notturni. Nella tragedia di due notti fa questi elementi ci sono tutti ed ora si piange la morte di “Ciriniello”, cioè di Antonino Pane, un muratore buono e gentile, conosciutissimo e amato da tutti, a Nerano e a Massa. Il suo barchino è stato travolto da un gommone di sette metri condotto da Giuseppe Milano. Non c’è stato niente da fare nonostante una corsa disperata all’ospedale Cardarelli.

“Era de core” ora dicono tutti. È vero, Lo abbiamo conosciuto e il suo aspetto mi ricordava quello di Santiago il pescatore sfortunato de “Il vecchio e il mare” immortalato da Ernest Hemingway: i capelli arruffati, il berretto di traverso e, in assoluto, una scarsa voglia di parlare. Tanto c’è poco da dire. E, infatti, sono state scarne anche le ultime parole di “Ciriniello” che salutando un amico prima di imbarcarsi gli ha regalato le pere appena colte in giardino.

Il suo lanzino

Da quando aveva smesso di tirare su abitazioni utilizzando in maniera geniale ogni centimetro di spazio – per la sua famiglia era riuscito a ricavare una raffinata casa per vacanze ristrutturando una sorta di rudere – Ciriniello, insomma, viveva intensamente il mare a bordo di un gozzetto di quattro metri – un lanzino, cioè una piccola lancia – che tutti conoscevano ma che a mare spesso non si “vedeva” perché, come tanti altri, fidando nella buona sorte ma anche sulla conoscenza delle insidie delle correnti, Antonino qualche volta spegneva le luci quando gli sembrava di aver trovato il tratto di mare nel quale totani e calamari abboccavano e venivano agganciati dagli ami della “porpara”.

L’ultima “stroppiata” di totani

È un desiderio irresistibile ma anche un azzardo assoluto soprattutto da quando il mare di notte somiglia sempre di più ad una autostrada della morte. Il buio è amico del pescatore, ma anche il suo nemico più insidioso, e due notti fa c’erano le condizioni per una buona “stroppiata” di totani rossi da consumare a casa e, in parte, da regalare agli amici. Se le cose sono andate così, anche quando il gommone di sette metri con a bordo un gruppo di partecipanti ad una festa che era in corso nella insenatura magica di Crapolla ha colpito in pieno il barchino, dovrà accertarlo l’inchiesta che è già partita ma, è difficile da portare avanti perché il mare di notte è terra di nessuno.

Troppa incoscienza a mare

In tutte le stagioni dell’anno ma particolarmente in estate quando ribolle di falsa allegria: troppe feste, troppa imperizia, troppa incoscienza. Soprattutto il mare di punta Campanella che negli anni d’oro del contrabbando di sigarette è stato il rifugio ideale degli “scafi blu”. Anche i contrabbandieri viaggiavano al buio per sfuggire all’inseguimento delle “vedette” della Guardia di Finanza e trovavano riparo nelle grotte, tra Mitigliano e la punta di Massa, che raggiungevano tirando allo stremo i motori dopo aver alleggerito la barca buttando a mare casse di sigarette che galleggiavano fino all’alba prima di diventare preda di scugnizzi e pescatori.

Si vive e si muore così da queste parti

Si vive – e si muore – così da queste parti, ma nessuno se ne dà per inteso. Le cose stanno come erano cinquanta anni e passa fa, niente è cambiato, anche se la presenza della riserva marina aveva fatto sperare in una svolta. Tutto cambia perché nulla cambi e non c’è da meravigliarsi se settecento anni dopo le marine spesso vengano scosse da un urlo che annuncia una ennesima tragedia.
Il più potente di tutti risuonò, secondo la leggenda, per annunciare che nel tentativo di assaltare Meta il feroce pirata saraceno Alì venne trafitto e ucciso in uno scontro. «Alì murì, Alì murì», si gridò quella volta e tanti anni dopo il nome della frazione che ospita il porticciolo dove sbarcò il veliero dei pirati venne cambiato in Alimuri. Si chiama ancora così e il caso ha voluto che su quella spiaggia venisse edificato il “mostro” di cemento che è stato abbattuto solo dopo molti anni di offesa al paesaggio in nome di una “ragione” turistica in verità molto poco convincente.
Settecento anni dopo l’urlo di morte è risuonato per annunciare un’altra sconfitta: la speranza è che sia anche l’ultima.
Carlo Franco ilnapolista © riproduzione riservata