Il paradosso di Cesarone: le ‘Maldinate’ in campo, il gioco all’italiana in panchina

Il paradosso di Cesarone: le ‘Maldinate’ in campo, il gioco all’italiana in panchina

Ci sono degli uomini di calcio destinati, comunque vada, a non dividere. Cioè a mettere d’accordo tutti, a prescindere dai colori delle maglie. Pochi eletti, soprattutto se guardiamo ai tempi moderni: Javier Zanetti e Baresi ad esempio, molto più di un controverso Totti. Pescando nel passato, complice anche un’atmosfera più rilassata, si trovano più personaggi così: basti pensare a Scirea, Facchetti, Rivera. Campioni e signori, al di là dei gusti. Istituzioni. Cesare Maldini apparteneva a questo gruppo qui. Ci è entrato con la forza della signorilità e della classe, alimentando poi l’aura di leggenda attorno alla sua figura con i risultati, prima da calciatore e poi allenatore. 

Cesarone ha diviso in un sol caso, quando proprio era impossibile non farlo. Un biennio “monco” da ct, dal dicembre 1996 ai successivi mondiali francesi, chiamato come uomo dell’emergenza per riparare alla fuga di Arrigo Sacchi, traviato da una sconfitta in amichevole con la Bosnia e sedotto da un improbabile ritorno al Milan. Nel suo periodo da commissario tecnico, Cesare riuscì a sconfessare tutto quello che era stato da giocatore, ovviamente in senso puramente estetico-calcistico: in un periodo in cui nel campionato italiano impazzava la moda del tridente, vero o presunto ma comunque tridente, France 98 vide l’Italia ancorarsi al mostro sacro della staffetta Baggio-Del Piero. Mai insieme, solo uno in appoggio al centravanti designato di quella squadra, Bobone Vieri. 

Diamo a Cesare quel che è di Cesare, però: la sua Nazionale, forse non bellissima, uscì dal Mondiale senza perdere. La sublimazione crudele del gioco all’italiana, che ha come immagine simbolo il Cannavaro mummificato del quarto di finale Francia-Italia e la traversa di Di Biagio, che durante la lotteria dei rigori ai quarti di finale spacca la traversa dopo una prestazione maiuscola. Cesare divise perché fu molto criticato da chi gli rimproverava una proverbiale ritrosia offensiva, figlia diretta del suo apprendistato con i mentori Nereo Rocco, concittadino triestino e suo tecnico ai tempi del Milan, ed Enzo Bearzot, allenatore in prima dello staff in cui Maldini faceva da secondo. Anche a Spagna 82, Cesare c’era. Nell’ombra, ma c’era.

Poi decise di passare sotto la luce dei riflettori, con un incarico bello e prestigioso: allenatore dell’Under 21, che dal 1976 alleva i futuri giocatori (e ct) degli azzurri adulti. Azeglio Vicini, l’uomo che sostituisce Bearzot quando il ciclo si esaurisce, arriva proprio da lì. Non ha vinto nulla, ma ha fatto innamorare il Paese degli azzurrini. Maldini suggella questo amore e confeziona addirittura tre successi europei consecutivi, i primi a livello giovanile per l’Italia: 1992, 1994 e 1996. Senza soluzione di continuità.

La sua Under forse non è bella quanto le squadre che l’hanno preceduta, ma arruola futuri grandi campioni e fa respirare un’aria di prezioso che, da sempre, avvolge la carriera di Cesare Maldini. L’uomo federale che arriva e vince, certo. Ma anche il primo calciatore italiano a sollevare la Coppa dei Campioni. Un calciatore assoluto, che i banali ricordano più per le “Maldinate” che per la classe e il rendimento assoluto. Il neologismo fu coniato per descrivere un errore di superficialità, di eccessiva fiducia nei propri mezzi tecnici, compiuto in difesa. Chessò: un dribbling di troppo, un passaggio orizzontale avventato, un tocco di fino eccessivo. Maldini, libero di primo pelo, ne faceva e ne fece un bel po’. Eppure, non si poté evitare di ammirarlo, a prescindere dai colori. Anche per un palmarés leggendario, considerati gli anni Cinquanta e Sessanta in cui si trova ad operare: 4 scudetti, una Coppa Latina e, appunto, la Coppa dei Campioni. Tutte con il Milan, l’amore di una vita diventato legame indissolubile del figlio Paolo, che qui non raccontiamo perché non c’è bisogno di mischiare. Prima dei rossoneri, gli assaggi sotto casa con la Triestina; dopo, un passaggio in granata, al Toro, insieme a Nereo Rocco.

L’allenatore dopo il calciatore è riuscito a sottolineare il valore tecnico e umano di Cesare, che è anche il primo ct italiano dei tempi moderni ad aver guidato una nazionale straniera ai Mondiali. Succede nel 2002, quattro anni e un’edizione dopo France 98: il suo Paraguay supera il primo turno, e si arrende al gol all’88esimo di Neuville agli ottavi di finale contro la Germania. Ancora una volta, ai Mondiali, Cesarone perde quasi senza perdere. Stavolta c’è il quasi, perché al 90esimo è 0-1 al 120esimo, non come in Francia. Un peccato allora, un peccato in Oriente quattro anni dopo. Dire o pensare “Chissà, forse se avesse pensato un po meno a difendersi” è ingrato e ingiusto, anche perché i trionfi azzurri di prima e di dopo non è che siano arrivati in modo tanto diverso. Cesarone ci ha provato, col suo paradosso, e non ci è riuscito. Peccato. Ma nonostante tutto era impossibili non volergli bene.

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