La rivista Panenka si dedica a Napoli e non riesce a rinunciare al triplice luogo comune degrado-rifiuti-camorra

La rivista Panenka si dedica a Napoli e non riesce a rinunciare al triplice luogo comune degrado-rifiuti-camorra

Panenka è un mensile di calcio spagnolo. Il nome della rivista omaggia Antonìn Panenka, trequartista cecoslovacco degli anni 70/80, passato alla storia come l’inventore del “cucchiaio” dal dischetto. Nella finale degli europei del 1976, la partita Cecoslovacchia – Germania Ovest terminò 2 a 2 dopo i tempi supplementari, toccò a Panenka battere l’ultimo rigore decisivo beffando il portiere Sepp Maier, con un colpo che entrerà nella storia.

Il numero 0 del giornale, fondato nel 2011, si apriva con una lunga intervista all’ispiratore del periodico – in cui spiegava tra le altre cose di sentirsi prigioniero di quel tiro dal dischetto – ma sopratutto con un manifesto di 11 punti in cui si enunciava la mission della rivista: il racconto del calcio non legato alla dittatura dell’attualità e lontano dai luoghi comuni.

Sono un lettore assiduo del magazine spagnolo, spesso vi ho trovato spunti e storie interessanti. Quando ieri mattina ho visto che il numero appena uscito, titolava “Nápoles, una ciudad a la sombra del mito” con una bella foto di Maradona, ero entusiasta.

Nella presentazione del fascicolo numero 41 si legge che sarà dedicato “all’azzurro di Napoli, ad una città del sud Italia, alla sua complessità sociale, i suoi conflitti, la sua bellezza” ma soprattutto “al calcio, lo sport che un giorno ha restituito l’orgoglio perduto davanti alle potenze settentrionali. Questo speciale include uno sguardo sulla storia del club azzurro e si avvicina alla storia di Ciro Esposito, tifoso del Napoli assassinato un anno fa a Roma. Abbiamo anche l’opportunità di osservare la città e il club, tramite il regista Paolo Sorrentino (tratta dal numero 1 di Undici), che ha dedicato il suo oscar a Diego Armando Maradona. Il genio argentino occupa un posto speciale nel nostro dossier.”

Mai giudicare un libro da una copertina. L’articolo di apertura è firmato da Aitor Lagunas e s’intitola “Mil colores, mil miedos” (Mille colori, mille paure) con la foto di una turista a Piazza Gerolomini ed alle spalle un cumulo di spazzatura. Se lo scatto scelto suscita qualche perplessità, la didascalia lascia basiti: “Orientarsi per le sue strade richiede più che un piano: significa mettere in prospettiva il suo degrado urbano, il respiro della camorra e l’intesa identificazione della città con la sua squadra di calcio”.

Che la nostra città non sia Zurigo è noto. Meno chiaro è il motivo per cui, nel descrivere Napoli, la rivista non riesca a trovare qualcosa di diverso, dal bolso trinomio: degrado-camorra-rifiuti.

Nel lungo articolo di Lagunas, si sovrappongono e si ripresentano soliti stereotipi. A iniziare dalla pizza e il mandolino. A Napoli ci sono luci ed ombre, bellezza e decadenza, solidarietà e crimine organizzato. Un disfattismo genetico dove “I sensi sono sopraffatti da sapori, odori e rumori provenienti dalla sua versione più cruda e autentica, forse troppo calda in questo tempo di globalizzazione, in cui tutte le città del mondo alla fine si somigliano. No, Napoli non ha uguali”. Riusciamo a sopravvivere nonostante il traffico caotico, i marciapiedi pieni di spazzatura e i palazzi scrostati grazie alla “napoletanità ”, uno strano e frizzante orgoglio dei suoi abitanti.

In questa rappresentazione stereotipata della città, trova spazio anche la vicenda di Ciro Esposito. Un racconto che non può fare a meno della foto di Genny, non quella arci-nota sulle ringhiere dell’Olimpico, ma un’altra scattata all’Emirates con una didascalia inequivocabile: “Genny ‘a Carogna, lìder de la curva partenopea. Si te lo encuentras por la calle, cambia de acera”. (Se lo incontri per strada, cambia marciapiede)


Per Lagunas, Genny è un hijo de un camorrista, che quel 3 maggio indossava una maglietta in favore di un assassino, e solo dopo aver parlato con Hamsik diede il beneplacito alla partita. “Il futbol italiano scopre inorridito il suo avanzato stato di decomposizione”. Il giornalista raccoglie le parole dello zio di Ciro che, a suo dire, ha una visione meno catastrofica dei fatti: ”Non è che lo Stato si è piegato alla Camorra, si trattò di uno scambio di informazioni. Un paese normale sarebbe grato a Genny per la mediazione: evitò un disastro”.

La figura di Daniele De Santis (nell’articolo diventa Di Santis) per fortuna trova spazio, sempre tramite lo zio di Ciro, che racconta dei suoi legami politici, la sua appartenenza alla Curva Sud, le tracce di cocaina trovate nel sangue e del suo unico obiettivo: uccidere un napoletano. Lagunas scrive inoltre delle iniziative di Vincenzo Esposito per fare luce sulla vicenda di suo nipote. Le difficoltà, per chi viene da Scampia, di destrutturare l’immaginario collettivo edificato dal racconto di Roberto Saviano: “Lottiamo contro i peggiori luoghi comuni: per alcuni, se il ragazzo viene da Scampia e segue il Napoli in trasferta, è responsabile di qualsiasi cosa.”

Nell’articolo si parla anche di Diego per voce del Professore Nicolaus. “Già con Maradona c’era un fortissimo legame tra la città e la squadra. È una delle poche città metropolitane d’Europa che ha una sola squadra di calcio – spiega uno degli ideatori del Te Diegum, nella sua casa dei Quartieri Spagnoli, nel degradato centro storico napoletano – Maradona fu amato perché rappresentava l’ideale di un napoletano: vincere senza rinunciare alla fantasia.”

In realtà però sono fuochi fatui. È un articolo “a tesi”, in ogni frammento del racconto ci deve essere spazio per la camorra. Nel ripercorrere gli anni ’70 ed ’80 del Napoli dove i titoli non bastarono a compensare una situazione sociale di estrema crisi: l’ascesa della Nuova Camorra Organizzata, il colera, il terremoto e i 200 omicidi l’anno di stampo camorristico.

Cita ancora Saviano, sul rapporto tra il boss Giuliano e Maradona; riporta i sospetti di alcuni camorristi che ritenevano la vittoria del Milan nella stagione 1987-88 frutto di pressioni della camorra sui giocatori del Napoli, a causa di un eccesso di scommesse illegali sugli azzurri. Per fortuna sul tema interpella Nicolaus che rigetta questa spiegazione romanzesca e puntualizza come ci fosse “semplicemente una divisione tra i giocatori e l’allenatore. Maradona non avrebbe mai accettato nessuna pressione per perdere”.

Lagunas anche quando parla del Napoli di De Laurentiis e dei suoi successi, non può non menzionare la criminalità organizzata: “La camorra continua a far parte del paesaggio, pero i suoi tentacoli non sono indecenti come negli anni, quando c’era Raffaele Cutolo (celebre l’incontro Juary dell’Avellino, ndr) È verità che Lavezzi giocava a Playstation con il figlio di un boss e che diversi giocatori hanno patito degli avvertimenti sotto forma di rapine, pero il club è pulito.”

Dopo questo meraviglioso affresco di Napoli, la rivista riporta una lunga intervista a Raul Albiol: “Siamo in lotta con tutto il Nord Italia.” Il difensore spagnolo parla di Napoli, una città che vive di calcio. Una tifoseria dal sangre caliente, che senza la pista di atletica sarebbe un vero inferno per gli avversari. Il ricordo di Diego è vivo ovunque. Racconta di Higuain, della maturità raggiunta e delle sue possibilità di diventare il trascinatore di questa squadra. Insigne un muchacho genial, che ha un rapporto forte con la tifoseria e la città. Viene poi chiesto ad Albiol del suo rapporto col Vesuvio e scherzando il difensore ha risposto: “Ogni tanto guardo dalla finestra che vada tutto bene. È una terra vulcanica, immagino sia tutto sotto controllo”. Le rivalità con le squadre del Nord sono molto sentite, in particolar modo con la Juventus, in un Athletic-Siviglia manca questa componente.

Una chiacchierata fino a questo momento godibile, che nelle due domande finali assume tutt’altro contorno: ”Non volevo finire senza domandarti della camorra – precisa Roger Xuriach – Sono apparse notizie di giocatori del Napoli minacciati dalla camorra. È certo? Come si commenta nello spogliatoio?”

Onestamente non si sentiva il bisogno di questa domanda, se non per corroborare le tesi di Algunas.

Ti parlo per me – risponde Albiol – non ho avuto nessuna disavventura. Alcuni miei compagni hanno subito qualche rapina. Però ho la sensazione che questo pericolo esista in molte altre città, non è una cosa esclusiva di Napoli. E’ certamente vero che forse ci sono posti dove sia meglio non andare…”

Questa risposta apre un varco in cui il giornalista s’inserisce e rilancia: “Dunque, la camorra ha più fama che presenza a Napoli?” La replica dell’ex difensore del Real Madrid sembra non chiarire: ”Hombre, immagina che ti dico di sì e poi mi succede qualcosa…..Menuda gracia. Non ho notato niente di strano, sinceramente. Certo è che ho una vita molto ordinaria. Da casa all’allenamento o da casa alla partita. Vivo lontano da tutto e non m’informo di nulla”.

Che dire? Da Panenka tutto ci saremmo aspettati, tranne che si crogiolassero nei più triti luoghi comuni, ad iniziare dalla foto di apertura, utilizzando il tema della camorra come un fiume carsico lungo tutto l’articolo. Non è un novità assoluta, l’abbiamo visto di recente nello spot della tv tedesca e sulla tv francese con Higuain. Ma su Panenka lascia l’amaro in bocca. 
Alfonso Noël Angrisani

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