Prima il Napoli non giocava, ora raccoglie poco rispetto a quanto produce

Prima il Napoli non giocava, ora raccoglie poco rispetto a quanto produce

Al recente convegno sul calcio e violenza organizzato a Napoli da Università e ministero dell’Interno, una sezione è stata dedicata al giornalismo sportivo. E il professor Sorrentino ha detto che «oggi il racconto calcistico è eminentemente contrappositivo; i fatti sono considerati superati e si commentano le emozioni». 

Eh, aggiungiamo noi. E le emozioni oggi ci conducono ad analizzare un pareggio 1-1 sul campo dell’Atalanta che sembra equivalere a una sconfitta. Ovviamente, il pregresso non conta, non conta più; quel che in tanti lamentavano appena una settimana fa – sì, perché a Berna si è giocato appena giovedì scorso – sembra non valere più. Ricordiamo che subito dopo, il Mattino pubblicò un sondaggio (non so quanto scientificamente attendibile) in cui tre napoletani su quattro erano favorevoli all’esonero immediato di Benitez. La memoria è importante.

Il pregresso ci ha lasciato in eredità – sempre ad ascoltare il corso d’acqua principale – una squadra senza nerbo, incapace di reagire, priva del gioco che fu, con una difesa colabrodo e un attacco che è lontano parente di quello della passata stagione. What else?

Quindi, prima di farci travolgere dalle emozioni, vale la pena ricordare che il Napoli sembra aver ritrovato il gioco. Almeno per noi, eh. Per la seconda partita consecutiva. Il dominio sul campo di Bergamo – storicamente ostile – è stato assoluto e a tratti imbarazzante. Un possesso palla (che ad alcuni irrita, ma fatevene una ragione) nel primo tempo superiore al 70%. Così come va ricordato che la favola del Napoli che non reagisce forse comincia a non avere più fondamento: è la quarta volta – se non sbagliamo – che la squadra di Benitez recupera uno svantaggio: con lo Sparta Praga, col Torino, col Verona e ieri. 

L’emozione, però, ci dice altro. Ci dice che abbiamo lasciato due punti in una partita che – per come si è svolta – avremmo dovuto portare a casa. È vero, per carità. È anche vero, però, che in altri tempi, dopo aver subito quello sciagurato gol nell’unica occasione concessa agli avversari, probabilmente avremmo perduto.

E invece il Napoli ha reagito, ha sprecato una palla gol clamorosa con Callejon (davvero allucinante), ha pareggiato con Higuain, ha sfiorato il vantaggio con Mertens e poi ha sprecato il rigore con Gonzalo. Ma il Napoli è stato padrone del campo. Quasi sempre. Altro che “Colantuono ha imbrigliato Benitez”, come ha incredibilmente scritto la Gazzetta dello sport; l’Atalanta si è messa all’angolo e ha sollevato le braccia, per dirla in termini pugilistici, cercando di abbracciare l’avversario e non farlo colpire.

Insomma, il Napoli è lontano parente di quella squadra senz’anima, allo sbando, più volte descritta. È una squadra che pratica un gioco europeo, di controllo del campo. Ci manca sempre qualcosa, certo. Quella determinazione, quella cattiveria necessarie a chiudere le partite. A non subire gol assurdi come quello concesso a Denis, con errore imbarazzante di Albiol. E non sono carenze marginali, soprattutto se si vuole compiere il definitivo salto di qualità.

Però è innegabile che qualcosa nella testa del Napoli sia cambiato. Il primo tempo contro il Verona non è stata un’illusione ottica. Bincere aiuta a bincere, dice Rafa e il rigore di Higuain ci avrebbe fatto arrivare alla partita di sabato sulle ali dell’entusiasmo. Magari, paradossalmente, è meglio così. Sta di fatto che il Napoli si ritrova di fronte al suo limite endemico: l’incapacità di spiccare il volo. È su questo che Benitez dovrà continuare a lavorare. Su quello che Fossati definirebbe maledetto muro. Oltre che su questa benedetta fase difensiva. 

La partita di Bergamo, però, ci ha regalato per la seconda partita consecutiva tra i migliori in campo un calciatore che era arrivato tra lo scetticismo generale: quel David Lopez che si sta rivelando niente male, che cresce di partita in partita, che cerca sempre la giocata più semplice e che sembra essere dotato di una rara dote: l’intelligenza calcistica. Con quella, a volte, puoi sopperire ad altre carenze.

Le truppe sono un po’ giù. Ma stavolta non perché la squadra non gioca. Ma perché raccoglie poco rispetto a quanto produce. Insomma, due galassie opposte. Il rammarico è stato di non essere balzati in solitudine (aspettando la Lazio) al terzo posto. Non male per una squadra fino alla settimana scorsa considerata vuota e incapace di offrire una prestazione decente. La verità – presumibilmente – è che siamo appena a ottobre, la nuotata è cominciata da poco, e spesso ci lasciamo travolgere da questa voglia spasmodica di emettere giudizi definitivi.

E invece, dopo un inizio a dir poco difficile, il lavoro di Benitez comincia a mostrare i primi risultati. «Nessuno in Italia gioca come facciamo noi, nessuno controlla la partita come noi. Sono dispiaciuto ma se giocheremo così, i risultati arriveranno». Difficile – almeno per noi – dargli torto. Questo Napoli sembra un arco che lentamente si sta tendendo. 
Massimiliano Gallo

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