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Sono dieci anni che il Napoli non sa comunicare

Sono dieci anni che il Napoli non sa comunicare

Non sopravvalutiamo l’episodio di Lorenzo Insigne che restituisce sgarbatamente il microfono a Nicola Lombardo, uomo comunicazione della società per l’occasione conduttore di varietà, che a Dimaro lo aveva a sua volta presentato in modo maldestro. Il presentatore era imbarazzato, il giocatore sarà stato nervoso per problemi suoi. Sono sciocchezze, cose che passano.

Quello che non passa è un problema che il Napoli di De Laurentiis si porta dietro dalla sua rinascita: la comunicazione.

Conosco bene Nicola Lombardo. Era il curatore del servizio finanziario video di Kataweb, azienda internet del Gruppo Espresso, e lavoravamo insieme negli anni subito dopo il giro del secolo. Nicola proveniva già dal settore del giornalismo economico e dopo quell’esperienza nel Gruppo non ha avuto problemi nello svolgere mansioni complesse e qualificate in grandi aziende televisive. Lombardo è un professionista sobrio, educato, competentissimo nelle sue materie (la finanza e la televisione), fiero della sua napoletanità fondata sul rigore e sul lavoro – un tratto che noi “espatriati” curiamo molto, anche per un puntiglio culturale. Sono stato felice quando è andato a lavorare per il Napoli. Pensavo che potesse garantire un salto di manageralità nella comunicazione della società. Non è stato così e credo che la responsabilità non sia sua o non esclusivamente sua.

Ora parliamo del problema e non delle persone. Mi pare che nel Napoli, nell’azienda intendo, ci sia un certo massacro di professionisti della comunicazione. Che mi risultano, per testimonianza quando non per diretta conoscenza, tutti bravi e brave. Però la gente, in quel posto, “si consuma” invano, come un fantasista messo a fare il centrale difensivo. Riempie male uno spazio, lasciando palesemente vuoto quello decisivo.

Eppure se c’è una carenza evidentissima nel Napoli è l’esigenza di un lavoro di “massaggio mediatico” verso l’esterno, che altre società fanno su base permanente e professionale. Due nomi: la Juventus e la Roma. Si capisce che da quelle parti c’è un lavoro di routine, magari staccato dalla notizia, di confidenza e di collaborazione. Poi quanbdo arriva l’emergenza questo lavoro dà i suoi frutti. Per esempio nei giorni della crisi-Conte, si alza il telefono e si chiama tutto il presepe dei media: dal dormiente Benino, passando per la Sacra Famiglia fino agli angeli su nel cielo. Spero non sia necessario sciogliere la metafora: con i media, e con chi li amministra, bisogna conoscersi, darsi del tu, entrare subito in argomento, convincere, orientare, influenzare. Ripeto: influenzare. E non influenzare il lavavetri al semaforo, con tutto il rispetto: influenzare i capi redattori, i capi servizio, gli inviati, i corrispondenti, forse gli editori. È un lavoraccio duro, quotidiano, un “bonsai” della comunicazione, un ricamo di San Leucio dei rapporti professionali e umani.

No, non è questione che ci vuole quello adatto anche se il carattere conta. Ma non credo che questo sia l’aspetto strategico quando si parla di professionisti formati: oddio, se c’è uno che conosce tutti quelli che scrivono di sport in Italia è meglio, un pezzo del lavoro è fatto. Ma questa è una carenza colmabile se – attenzione, questo è lo snodo – il professionista (o i professionisti, si parla di staff) che lavora ha la libertà mentale di “fare”. Se cioè lo staff ha una delega da parte del vertice, a chiamare, dire, orientare. Intendo: chi chiama e dice “Guarda che Conte, te lo dico io in un orecchio, è stressato, ha fatto delle gran cagate, la società già da tempo non ne poteva più” (esempio immaginario eh, buoni con le querele. è fantasport) non è che lo fa perché se lo inventa sul momento. Prima magari c’è stata a inizio settimana una riunione di staff dove chi può ha dato “la linea”. Ma poi basta, lavora il professionista, ha la delega per farlo. Il professionista o lo fai lavorare o lo licenzi.

Sbaglierò ma non mi pare ciò che accade al Napoli, dove “chi può” tace per lunghi mesi quando servirebbe parlare e poi esplode in un trionfo di dichiarazioni quando pensa che sia il momento (Fuori tema: belle le dichiarazioni sullo scudetto, foriere di grande serenità nei prossimi mesi).

Sempre per immagini calcistiche: in questo modo il “giocatore” della comunicazione non sa mai cosa vuole da lui l’allenatore, sente di esser messo di continuo in fuori gioco o nel ruolo sbagliato.

Non so come si possa ovviare alla soluzione ma non è difficile immaginarlo. Innanzitutto sposando uno stile aziendale e meno da “Autunno del Patriarca”, il romanzo di Marquez dove la fa da padrone un dittatore allo stesso tempo sanguinario e generoso. Non so se sia necessario “comprare” il fantasista giusto mettendo i gentiluomini a fare cose serie, tipo organizzare il canale tv della società. Ma il punto è che in questo campo puoi anche ingaggiare Maradona, se poi non gli dai la libertà di giocare, non arrivi da nessuna parte.

Di certo il Napoli-azienda non “massaggia i media”, non si sente quando si dovrebbe, non alza difese quando partono le tempeste mediatiche che lordano il nome della squadra e dei suoi tifosi, non approfitta dei momenti di vento favorevole. Scuderie del Quirinale, abbiamo un problema. Serio. 
Vittorio Zambardino 

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