Perché non ci uniamo alla tempesta su Benitez

Sarebbe bello parlare soltanto di calcio all’indomani di una sconfitta che indubbiamente fa male. Non sarebbe male provare a rivedere mentalmente la partita e a discutere di come possa essere maturata. Purtroppo non solo di calcio si dovrà parlare. Noi, però, ci proviamo ugualmente.

E partiamo dai numeri. Terza sconfitta in campionato, prima in casa in questa stagione, seconda consecutiva. La prima contro un avversario più debole. Una battuta d’arresto, c’è poco da dire. Che non compromette nulla in modo definitivo, ma incide. Mica non lo sappiamo che perdere in casa contro il Parma è dura da digerire. Lo sappiamo bene. Lo sentiamo bene. Però… i però non mancano.

“Benitez non conosce il calcio italiano”. “Benitez si ostina a giocare con due soli uomini in mediana”. “Benitez non è stato capace di fornire un’adeguata preparazione atletica alla squadra”. Insomma, i giudizi oscillano tra l’incompetente al “non ha capito il calcio italiano”. Lo dissero anche dopo il Sassuolo.

Dicono anche altro, eh, ma su quello sorvoliamo, è un risentimento che affonda radici chissà dove. Atteniamoci al campo, è meglio, altrimenti scantoniamo. Non sappiamo se il modulo di Benitez sia sbagliato. A noi non pare. E non solo perché in Europa si gioca così. Non ci pare che abbiamo subito il Parma in mezzo al campo. Tutt’altro. Non ci hanno messo sotto, nemmeno atleticamente. Hanno vinto senza rubare nulla, questo sì.

Ma hanno vinto perché noi siamo andati sistematicamente a sbattere contro il muro. Perché abbiamo commesso tante ingenuità. Perché, e questo è il punto, almeno a me, più caro, il Napoli sembrava ripetere stancamente un gesto sapendo che non saremmo approdati mai al gol. Il Napoli, il Napoli di Benitez, fin qui ha sempre dimostrato – soprattutto contro le più deboli – di entrare in campo sapendo che avrebbe vinto la partita. Erano gli altri ad agitarsi e noi a vincere. Ieri, sin dall’inizio, sono invece mancati quella convinzione, quella cattiveria, quell’ardore agonistico indispensabili per vincere. Oltre al vigore dei “suoi” uomini, su tutti Callejòn e Higuain.

Nel calcio non si vince più in souplesse. Rafa lo sa bene. E non sta scritto da nessuna parte che bisogna dare spettacolo. Bisogna vincere le partite. Come a Firenze. Questo, Benitez, lo sa meglio di ogni altro. E ieri è mancato. È mancata quella calma che avrebbe consentito di sfruttare le occasioni avute nel primo tempo. È mancata la consapevolezza che prima o poi avremmo vinto. Come si chiama? Mentalità vincente? Ecco, forse. Cattiveria, agonismo. Voglia di portare la vittoria a casa.

Di questo ci piacerebbe parlare. Così come vorremmo parlare della libertà che è stata concessa a Cassano sul gol. E della mancata reazione dopo l’1-0. Ma fuori infuria la tempesta. Certo, nulla che Benitez non avesse previsto. Lo disse all’Independent, se non sbaglio. “Ora mi hanno accolto bene, vediamo alle prime difficoltà”. Non saprà cambiare schema, eppure dopo poche settimane aveva già capito perfettamente in quale ambiente si era calato. Lo sapeva lui e lo sapevamo anche noi. Avevamo scritto che mai come quest’anno sarebbero stati determinanti il ruolo e il peso del presidente, soprattutto all’insorgere delle prime, inevitabili, fisiologiche difficoltà.

“Napoli è una città religiosa. Prima ti mette nel presepe e poi ti mette in croce”, ha scritto il Ciuccio su Facebook. Parole sagge e tristemente vere. Del resto, è anche fisiologico dopo due sconfitte consecutive. Fisiologico in sé e, soprattutto, come ha scritto Zambardino, storicamente fisiologico. Antropologicamente fisiologico. Non non sappiamo vivere nella sofferenza. Dobbiamo agitarci. Basterebbe pensare a cosa sta accadendo al Milan, con Allegri. Oppure a quante crisi ha superato Ferguson a Manchester.

Non abbiamo consigli da dare a Benitez. Non pensiamo di potergliene dare. Si chiuda nel suo fortino. I gucciniani Bertoncelli, tanto, li troverà ovunque. Noi qui non ci spostiamo di un millimetro (seppure addolorati, certo), e non perché dogmatici. Ma perché abituati a giudicare un lavoro sul lungo periodo. Ci hanno insegnato così, nella vita e nello sport. E li abbiamo sempre trovati quelli che si prendevano carta e penna e ci facevano vedere come si doveva fare. Per poi dileguarsi alle prime difficoltà. Chissà quanti ne ha trovati lui.

«Quanno ‘o mare è calmo, ogni strunz’è marenaro». Se lo faccia spiegare, Rafa. Si farà una bella risata. Ce ne faremo tante. Poi. Adesso il mare è agitato e martedì potrebbe essere burrasca. Con un uomo solo al timone. Uno skipper di lungo corso. Buon lavoro, Rafa.
Massimiliano Gallo

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