Quando al San Paolo apparve Nino, il mio Pallone d’oro

Era il settembre del 1981. Ultima giornata del girone di Coppa Italia, Napoli-Ascoli. Per passare il turno dovevamo vincere. Marchesi schiera dall’inizio il nuovo acquisto Palanca, attesissimo. Ma quello non va, non funziona, sbaglia pure un rigore e il primo tempo finisce zero a zero. Poi, nell’intervallo, eccolo. Sbuca dagli spogliatoi prima di tutti, a passo di carica. La folla lo accoglie con un boato. Forse di stupore, ma boato fu. Comunque fuori Palanca e dentro lui, Gaetano Musella detto Nino, ventun anni, napoletano di Fuorigrotta. Passano sei o sette minuti, e Nino prende palla sulla trequarti, parte verso l’area avversaria, triangola con Damiani e tira forte in diagonale. Gol fantastico. Non è finita. Passano due o tre minuti e Nino parte di nuovo, chiede ancora uno scambio al limite ma Damiani gliela restituisce tutta storta e troppo indietro. Non c’è problema: rovesciata volante, palla in rete, due a zero e Napoli qualificato.
La nuda cronaca è questa. Però vi devo raccontare cosa accadde sugli spalti. Ero in tribuna con mio padre e mia madre. Un tizio accanto a noi dopo il secondo gol impazzì. Con le lacrime agli occhi, cominciò ad abbracciare e baciare tutti i suoi vicini. Arrivato davanti a mia madre, si rende conto che non può ripetere il rituale con una donna. Non sa che fare, è troppo emozionato per lasciar perdere, allora esita un attimo e poi le bacia la mano. Dopo qualche minuto si avvicina di nuovo e dice: “Signò, vi devo chiedere scusa. Ma stu guaglione m’ha fatt’ perdere ‘a capa”.
Lo capii. Anch’io impazzivo per Musella. Era il mio preferito in assoluto, nel mio cuore di tifoso bambino Ninuccio era da nazionale, da pallone d’oro, da monumento. Era come la pioggia di marzo, “la speranza di vita che porti con te”. Aveva classe, aveva talento, aveva una grandissima capasciacqua. Di lui si diceva che amasse le discoteche e le belle donne, si raccontavano flirt mirabolanti, si sussurrava che avesse perso la testa per una bellissima ragazza di ottima famiglia, lui che veniva da umili origini. A vent’anni, era titolare nel Napoli di Krol e Marangon, quello che buttò via lo scudetto con la sciagurata partita persa contro il Perugia ultimo in classifica. Era l’anno del terremoto, e Nino in quella stagione fece cose bellissime: un pallonetto da 40 metri per battere la Fiorentina in trasferta, Un gol di testa dal limite dell’area per sbloccare il risultato a Brescia, e poi il gol decisivo, ancora di testa, al Comunale contro il Torino. Faceva gol e faceva assist, e noi sognavamo con lui. L’anno dopo andò meno bene e allora fu ceduto al Catanzaro in prestito. Sembrava dovesse tornare nell’84, primo anno di Re Diego. Ma alla fine rimase in Calabria per una sciocchezza, forse poche decine di milioni. Andò in giro a lungo, tra Palermo, Bologna, Empoli, Juve Stabia… Sì insomma, cito le sue squadre alla rinfusa, perché oggi che Nino è morto io sento che con lui se ne va un pezzetto della mia malattia azzurra, quella che mi fa trattenere il respiro e mi fa litigare, disperare, gridare di gioia e di rabbia. Ecco, questo mondo di sentimenti non so spiegarlo, ma so come nacque. Fu Nino Musella a farmi impazzire per il pallone e per il Napoli. Ora che Nino è morto io lo piango, e non posso vergognarmi di piangerlo. So di aver scritto un sacco di cose scontate, sarà la fretta o la tristezza, e allora mi concedo l’ultima banalità: che la terra ti sia lieve, sarai sempre nel cuore. E stasera vorrei vedere il grande Napoli di oggi scendere in campo nella massima competizione celebrando un suo piccolo eroe di ieri. Basta un gesto semplice: una fascia nera al braccio, per fare finta che questo calcio abbia ancora un cuore.
Giulio Spadetta
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