Benitez ci riporta ad Arrigo Sacchi, il trauma che non abbiamo mai superato

A due generazioni di tifosi quel giorno lo hanno solamente raccontato. Gli altri, quelli che c’erano e l’hanno vissuto, non l’hanno più dimenticato. Se lo sono portati dentro, addosso, sulla pelle e nell’anima. Sono quelli per cui (parlo per me) la più grande delusione non è stata vissuta allo Stamford Bridge la sera di un anno e mezzo fa, ma al San Paolo il primo di maggio di 25 anni fa, sotto un sole che scioglieva il tartan.

Vennero a casa nostra e si portarono via lo scudetto che avevamo cucito sulle maglie. Lo fecero nell’anno del Napoli più bello di sempre. C’era Gullit sì (ah, quella scelta di farlo marcare da Bigliardi lasciando in panchina Giordano), c’era Van Basten, era il Milan di Berlusconi. Ma il nostro nemico, l’uomo che non abbiamo mai digerito era seduto in panchina. Arrivò al San Paolo coperto da occhialoni da sole giganti e con quel ghigno di chi sapeva come sarebbe andata a finire.

Chi c’era, non ha dimenticato niente. Il fallo iniziale su Careca, che oggi chissà come sarebbe stato sanzionato. Il primo gol su un rimpallo. Il pareggio su una delle punizioni più incredibili mai eseguite nella storia del calcio (la palla passò sopra la testa di Gullit che saltò almeno, e dico almeno, mezzo metro). Poi il secondo tempo. Il silenzio. Le lacrime. E gli applausi. Perché noi, col cuore nei calzini, lo facemmo uscire tra gli applausi l’uomo di Fusignano. Quel giorno, e per tanti anni, l’uomo più odiato dai tifosi del Napoli.

Anzi, e qui apro una parentesi, non lo tollero il coro “chi non salta juventino è” che parte a ogni gol del Napoli. Per me, e forse per quelli come me, la Juventus è una squadra che abbiamo strapazzato in ogni salsa, sommersa di gol a Torino come a Napoli e sbattuta fuori dalle coppe all’ultimo minuto, come solo nei sogni di bambino.

L’uomo più odiato era Arrigo Sacchi. Punto. Fine della discussione. Un trauma, diciamolo, mai realmente superato. Abbiamo provato a rimuoverlo, a nasconderlo in un qualche meandro della nostra coscienza. Di quell’uomo abbiamo seguito la parabola senza poter nascondere a noi stessi la soddisfazione di vederlo finire imbrigliato dalle sue stesse idee ossessive. Ma – ed eccoci al punto – non ne abbiamo mai riconosciuto la grandezza. Beh, in realtà sarebbe stato impossibile farlo. Sarebbe stato chiedere troppo.

Ci siamo aggrappati a tutto. Non ha inventato nulla. E grazie che ha vinto, aveva quei giocatori. Con le regole di oggi Baresi sarebbe sotto la doccia dopo 25 minuti. Il fuorigioco lo chiamavano loro. Eccetera eccetera. Potrei continuare ancora per un bel po’. Abbiamo persino rimosso l’ammirazione sincera che Diego provava per lui (elloso, Botti, questo è un colpo basso).

Ma la storia, 25 anni dopo, ci ha riportati lì. Senza volerlo, perché De Laurentiis ha meriti enormi ma lui nel 1988 il calcio neanche sapeva dove stava di casa, Aurelio ci ha riportato il trauma in casa. Come spesso succede nella vita. Quel che non superi ti si ripropone sotto altre forme. Stavolta ha un nome e cognome: Rafa Benitez, sacchiano ortodosso.

Lo ha scritto il Ciuccio nella biografia del tecnico che stiamo pubblicando a puntate sul Napolista: Rafa in viaggio di nozze fece tappa a Milanello. Arrigo è da sempre la sua stella polare. Arrigo con le sue teorie. Se hai la palla tu, gli altri non possono tirare in porta. Accorciare il campo, togliere il respiro agli avversari. La scienza applicata al pallone. Quel che a noi ha sempre fatto andare il sangue alla testa. Noi che eravamo abituati a vedere Giordano girarsi di tacco sull’out sinistro e metterla in mezzo per un accorrente Careca che la infilava sul primo palo.

Oggi, intervistato da Sport Mediaset, alla domanda sull’allenatore da cui avesse tratto spirazione nella sua carriera, Rafa ha risposto così: «Ho sempre cercato di prendere il meglio da tutti quelli che ho conosciuto, ma se devo parlare di ispirazione allora dico Arrigo Sacchi: quando ero nel settore giovanile del Real Madrid il suo calcio offensivo è stato d’esempio».

Venticinque anni dopo, un sacchiano è sulla nostra panchina. Dante la definì legge del contrappasso. Noi, più semplicemente, proviamo a farci i conti. E a riconoscere meriti che ci siamo sempre rifiutati di ammettere.
Massimiliano Gallo

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