Caro Mazzarri, chi prova a vincere se ne frega delle statistiche

Se nel tifo contasse solo la voce del padrone, non avremmo di che sostenere Napoli, Lazio, Roma, Fiorentina, che senso avrebbe essere tifosi, al di là dell’appartenenza cittadina? Dove finirebbero la rivalsa, il gusto dell’eccezione, quell’aria diversa perché qualcuno altrove ha deciso di tentare la grande scalata? Ricordo molto bene, tanti anni fa, 1998, una domenica pomeriggio: giocavo a basket su un campo in cemento armato a Monte Mario, radiolina a terra. La mia Lazio vinceva a Udine con Mancini e Fuser, ma soprattutto l’Inter pareggiava in casa contro il Vicenza di Guidolin, era il 37° del secondo tempo, al 49° Ronaldo su rigore avrebbe ribaltato il risultato. 12 minuti possono sembrare un’eternità soprattutto se sei secondo in classifica, se smetti di palleggiare, ti abbracci col tuo amico e vedi gli altri che ti guardano male. Alla fine la Lazio arrivò solo settima, vinse però la coppa Italia e da lì iniziò la stagione vincente di Eriksson. Quella sensazione a Roma non si viveva dalla metà degli anni 80.

Quando a fine campionato 2004 Walter Samuel lasciò la Roma con cui aveva vinto lo storico scudetto del 2001, disse che andava al Real perché voleva vincere. Comodo fare il vagone di un treno che si presume vada da solo per il blasone del club e per i galacticos arruolati, più difficile ma onesto fare di tutto per restare e cercare di essere la locomotiva. Durò poco Samuel al Real, poi tornò in Italia all’Inter. Non fu l’unico campione giallorosso a defilarsi in quegli anni. Ma questo non conta. Conta che se non si prova a vincere in una piazza come Roma, dove sennò?

Ai tempi della Lazietta fine anni ottanta un mantra nelle interviste delle freepress da stadio erano le dichiarazioni di stima degli ex o addirittura di qualche illustre avversario: “Questa società merita ben altro, il pubblico è da coppa dei Campioni”. Bullshit avrebbero detto in Texas. Per restare saldamente in A ci volevano bilanci a posto e pedalare (tanto), ma il tifoso quasi sempre vuole sognare quando ci sarebbe da stringere i pugni e allora si mandavano giù quei complimenti ringraziando col capo, pareva fossero innocue ma sotto sotto bruciavano. Solo che i tifosi possono fare poco, ai tifosi non è dato scrivere ricette per arrivare in vetta, a noi spettano solo stomaci chiusi. Sono gli allenatori e i giocatori a dover provare a invertire i sogni del tifoso.

Tutto questo per dire che mi sono riletto sul Napolista la diatriba su Mazzarri, ho riascoltato le sue dichiarazioni alla Domenica Sportiva. Non ha fatto una bella figura, l’anno sabbatico poi, in Italia, ma quando mai: se uno è appena arrivato in Champions che fa, va in vacanza? E poi gli allenatori italiani sono degli animali della panchina, non giocano al fantacalcio da una spiaggia delle Maldive. Ma al di là della vanagloria, mi ha colpito l’elogio delle statistiche come se Napoli fosse un pallottoliere. Forse ai tempi di Reja, per stabilizzare anni di amarezze, ma non oggi. E poi quella frase che lo scudetto arriverà con un altro allenatore.

Mi è venuto il dubbio che il pur bravissimo Mazzarri sia stato attento a Napoli a non contraddirsi, a far stare le sue idee sempre in ordine, ma mai a vincere davvero. Forse Mazzarri non ha avuto la paura di vincere, di creare una stagione che si chiama irripetibile proprio perché la maggior parte dei giocatori coinvolti non vedranno mai più certe posizioni in classifica. E non si è fatto detestare abbastanza dai giocatori per averli messi nella condizione di vincere qualcosa che non immaginavano neanche. Questa paura si chiama scudetto. Certo, ha fatto bene. Ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di salire in vetta a tutti i costi e una piazza come Napoli, in questi anni, è fatta per provarci. Walter Samuel al Real fece solo statistica, arrivando secondo senza vincere nulla. Da tifoso romano ho sempre pensato che aveva fallito a non rimanere nella capitale.
Stefano Ciavatta

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