Figuracce così all’estero non le possiamo fare. È una questione di rispetto

Sono uno di quelli che sostiene da sempre che quello che conta è il campionato. Che non bisogna distrarsi, che non bisogna lasciare che nulla distolga l’attenzione dall’obiettivo primario. Però l’ignobile figura che abbiamo fatto giovedì al Philips Stadion travalica ogni strategia e, sbollita la rabbia, induce a qualche riflessione.

Prima di tutto: devono capire, allenatore, tecnici, società e giocatori, che il Napoli non è una squadra come le altre, quando gioca all’estero. Un secolo e mezzo di ininterrotto processo migratorio, con legioni di meridionali che cercavano fuori confine opportunità di sopravvivenza, hanno costruito una radice forte che lega ai colori azzurri generazioni di persone che Napoli non l’hanno mai vista, ma che l’amano lo stesso. A questi appassionati locali si uniscono migliaia di irriducibili, che con grossi sacrifici economici si sottopongono a viaggi spesso disagiati e difficili pur di essere vicini alla squadra del cuore.

Alla base rimangono i soliti milioni di sofferenti, che pagano fior di quattrini per assistere allo spettacolo (!) in tivù, riempiendo in ogni ordine di posti il famoso stadio virtuale così amato e ben considerato dal Presidente Comunicatore. In tempi in cui, al debutto Champions della squadra campione d’Italia, allo stadio zebrato di cui non ricordo il nome vanno solo in ventottomila (trentamila sul campo, dirà il proprietario), non mi pare poco.

Tutta questa gente merita rispetto. Va bene la rotazione, ok per il turnover, d’accordo per l’obiettivo primario: ma una cosa come quella di giovedì non è giustificabile da nessun punto di vista.

Non voglio entrare nel merito tecnico, ma qualche domanda me la voglio fare. Vargas, ad esempio; qualcuno sa dirmi che giocatore è? Siamo ormai vicini a un anno di permanenza in Italia e nel Napoli. Un anno di allenamenti, di assimilazione di schemi, di cene coi compagni, di lingua italiana e di partite in TV. Ebbene, a oggi io non capisco quale sia il contenuto tecnico di questo ragazzo. Non è una punta laterale, perché non salta l’uomo; non è una punta centrale, perché non ha il fisico; non è un rifinitore, perché lontano dall’area si perde; non ha carattere, non ha personalità. Tecnicamente è bravo e si vede, ma nel calcio europeo non basta. Le occasioni le ha e le ha avute, ma francamente un confronto con, ad esempio, Calaiò lo vede largamente perdente. E non venitemi a dire che la prestazione contro l’AIK, squadra francamente ridicola come dimostrato anche contro il Dnipro in casa, sia la base sulla quale giudicare il calciatore.

Altra questione: chi sarebbe, nel cosiddetto Napoli di coppa, il sostituto di Inler? Donadel appare francamente inadeguato, fisicamente e tecnicamente; al di là di qualche spezzone di partita è evidentemente la quarta scelta. Dzemaili tiene costantemente la testa bassa e pare proprio un altro tipo di calciatore rispetto al conterraneo pelato, e anche Behrami sembra più della categoria dei bravi trattori che dei metodisti. Di El Kaddouri come vice Marek non voglio neanche parlare.

Insomma, il succo è che gli impegni vanno rispettati quanto le priorità. Risparmiare molti degli interpreti è sacrosanto, ma questa seconda squadra sembra avere delle carenze francamente non sistemabili. E allora? Allora va bene in casa, magari per otto undicesimi e non di più; ma contro gente come il PSV si ha il dovere di mettere in campo una squadra almeno decente, e solo chi allena ogni giorno questi uomini è in grado di capire qual è una squadra decente.

E’ una questione di rispetto.

Maurizio de Giovanni

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