Mi innamorai di te dalla tripletta al Pisa

E così, Ezequiel, sei andato via. Con un sms al Pampa e la conferma dell’unico giornalista esperto di calciomercato di cui mi fidi, Gianluca Di Marzio. Lo sapevamo tutti noi che eravamo nella parte Nord dell’Olimpico: quelle urla, quelle lacrime, quelle braccia in alto con gioia e rabbia, ce lo avevano detto.Anche se ammetto che io, come un innamorato cieco, cocciuto e irrazionale, speravo fosse una dichiarazione d’amore. E lo era, ma non eterno, come speravo io. Ventotto milioni di euro, l’incasso di un’amichevole col PSG, la possibilità, diciamocela tutta, per risolvere un equivoco tecnico e tattico: lui stesso. Se devo ragionare freddamente, posso dire che la cessione di Lavezzi potrebbe diventare come quella di Ibrahimovic per l’Inter: se ne va l’uomo che prendeva sulle spalle le sorti della squadra, l’amore e le aspettative dei tifosi, l’uomo che poteva cambiare, rompere le partite. L’uomo che deresponsabilizzava tutti gli altri. E rimane Pandev: più utile e duttile, più quadrato e lineare, più organico alla squadra. Ma se ne va il genio e il sorriso spensierato, il piccolo grande uomo che si arrabbiava alle sostituzioni e rideva dopo un fallo subito, il ragazzo che conobbi dietro le quinte di una trasmissione della Carrà e rimase ad ascoltarmi dieci minuti e mi sembrò così “normale” e sensibile. Che mi parlava di Thomas. L’uomo con cui mi sono fotografato e che ora campeggia all’inizio del mio profilo facebook e che mi ha fatto innamorare follemente, anni dopo di Lui, Diego.

Per carità, nessun legame tra i due, rimane un abisso ovviamente nella tecnica, nel carisma, nella fantasia. E poi io sono un sentimentale, per me conta solo la maglia e quindi mi affeziono a chiunque la vesta (tranne Gianello e Quagliarella, ci tengo a sottolinearlo): sono stato male quando se n’è andato Ignoffo, rimpiango ancora Boghossian, guardo Bogliacino giocare col Bari e soffro. Per non dirvi di Bonomi e Varricchio, quanto mi mancano.

Ma tu Pocho, mi hai fatto andar fuori di testa. Fin da quella tripletta contro il Pisa in Coppa Italia. Siamo sinceri, non erano bellissime quelle reti, molto ci mise anche il portiere nerazzurro. Ma tu, che sembravi cicciotello e svogliato, volasti. Dopo 14 anni, arrivava un altro a fare tre gol tutti insieme, dopo quasi tre lustri ho pensato che a quel folletto potevamo dare le chiavi del nostro cuore, la speranza di rovesciare le nostre sorti. E quell’esultanza, come Diego non pensavi a strane coreografie, balletti o mimi: no, ti si accendeva il viso, si muovevano le braccia, gli occhi si riempivano di felicità. Lo so, non sei morto, anche se parlo all’imperfetto. Ma te ne vai e anche se simpatizzerò per quegli antipatici parigini, un pezzo di te, e di me, muore oggi. Quello che mi faceva arrabbiare con te per quelle partite in cui fuggivi via e per quei tiri facili sballati e sbagliati, quello che mi ha fatto correre e tirare con te contro il Cagliari al 94′, nella mezza rovesciata con l’Udinese, cadendo contro il Parma (o quest’anno, in fuorigioco), contro il Chelsea, contro l’Inter. Quello che mi ha fatto stare simpatico un gatto- e dio sa come mi stiano antipatici, che gli animalisti e i felinofili mi perdonino- solo perché il mio amico Dario Bevilacqua l’ha battezzato Pocho.

Me li ricordo tutti i tuoi quasi 50 gol e so, dentro di me, che questa cessione sarà una benedizione. Perché mai più ti avremmo venduto a tanto. Perché hai 27 anni e quell’esplosività non rimarrà nelle tue cosce, nei tuoi piedi, nella tua testa, ancora a lungo. Perché fuori da Napoli, fuori da quell’amore che forse ti soffocava ma che di sicuro ti spingeva oltre, non riuscirai ad essere il Pocho, ma solo Ezequiel. Perché in una squadra un Hamsik e un Lavezzi sono complicati da tenere: troppo atipici entrambi, e infatti ci potevate regalare il contropiede di Napoli-Siena, ma anche tante partite in cui vi perdevate.

E fai bene ad andartene da vincitore: il ricordo, tuo e nostro, ci sarà più dolce. Sei caduto, falciato da Storari, davanti a me, prendendo il tempo a tutti. Da lì abbiam messo le mani sulla Coppa Italia. La mia ultima immagine di te giocatore azzurro è quella. Vicina al saluto sotto la curva a Roma e all’urlo con cui abbracciasti Cavani al secondo gol contro gli attuali campioni d’Europa.

Mai caduta fu più bella. A Parigi segnerai di più, nessuno ti fermerà con la rudezza del campionato italiano, Miss Screpante sarà felice. E potrai partire per l’Argentina quando vorrai, da Thomas. Ti hanno sempre preso in giro per quelle partite saltate sotto Natale: se solo sapessero quanto quell’amore finito ti ha costretto ad essere un padre addolorato e scippato di un diritto e dovere d’amore, non si permetterebbero. Se sapessero delle estati passate al freddo per poche ore con il tuo piccolo campione, starebbero zitti. Muti.

Pocho, saremo felici e contenti entrambi, separati. E lo so, tu continuerai a tifare per noi e noi per te. E sogneremo entrambi un ritorno, che forse ci sarà pure (persino Aurelio non lo esclude).

Ma mi mancherai. Cazzo, se mi mancherai. Perché il calcio per me sei tu, il guitto che cerca il pallone laddove nessuno pensa di poterlo prendere, recuperare e mettere, quel ragazzo che mai si venderebbe una partita, quello che se gioca, gioisce. Anche se perde. Il ragazzo che non s’è mai fatto espellere- o almeno così ricordo- ma prese a pallonate Allegri. Per poi esultare al 3-3 di Mariano, come un pazzo. Quello discontinuo e a volte (in)dolente, perché vivi di lampi.

Tu, Marek ed Edinson siete stati i tre tenori perché c’è purezza nel vostro talento, nel vostro impegno. Proprio le esultanze vi tradiscono: Marek a Villareal e all’Olimpico, Edinson in tribuna a Bologna, tu più o meno sempre: vi sentiamo vicini, perché non ci sono sovrastrutture, marketing, furbizie in quei momenti di gioia. Loro ci credono ancora nel nostro sogno azzurro, tu non più. Loro rimangono, tu no. E un po’ ti odio, anche se dei tre, Pocho mio, sei il più sacrificabile, campione ancora acerbo pur essendo il più “anziano” del trio. Ti odio perché t’ho amato come quei figli discoli e dispettosi, ma che ti sorprendono sempre e comunque. Perché mi riconosco nella tua fragilità, nella tua imperfezione, nell’incapacità d’essere come gli altri ti vorrebbero, nel sentire il peso delle aspettative di chi non ti conosce davvero.

Pocho, maledetto te, sei il più grande affare di calciomercato che il Napoli abbia mai fatto. Eppure oggi sono triste come se un amico fosse partito senza che io sappia quando e se tornerà. E io un po’ ci credo che a parità di condizioni avresti scelto comunque Parigi. Perché il San Paolo rimanesse il tuo stadio solo con la nostra maglia. Perché quel nerazzurro non t’avrebbe donato. Non lì, a casa tua.

Ciao Pocho, ciao Ezequiel. Non vedo l’ora di batterti, in Europa. E sono sicuro che quel giorno un piccolo sorriso, nella tua rabbia genuina di sconfitto, si farà largo.
Boris Sollazzo

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