A Bruxelles gli europei sembrano il palio dei quartieri e io ho scelto i miei

Gli Europei a Bruxelles sono un’esperienza unica, in questa città strana, terra franca del conflitto infinito tra fiamminghi e valloni, capitale di uno stato squarciato a metà e allo stesso simbolo di un Unione, quella europea, che è il progetto politico più ambizioso, incompleto e incompiuto del dopoguerra. E, in fondo, sono tre aggettivi che potresti affibbiare a Balotelli. Uno che ti segna in mezza rovesciata e poi, al 92’, mentre la Croazia rischia di pareggiare e farti fuori, con un compagno libero cerca la doppietta. E prima del gol rischia il rosso per la solita stronzata. Facendoti dimenticare che sa fare capolavori, rimanendo regolarmente nell’aura presunzione di un talento troppo consapevole di sé.

Ma qui vi racconto un’altra storia. Quella della Grecia, che in queste strade, vicino a Flagey, vedeva dei suoi cittadini in trasferta festeggiare, urlando contro la Merkel. Perché Germania-Grecia, lo sappiamo noi che tiferemo tutti per i biancazzurri, è molto più di una partita di calcio. Battendo la Russia con quel gioco inguardabile e grintoso, quello che sa fare la maggior parte di noi quando scapoli e ammogliati diventa il momento clou dell’estate, quello che mettiamo in atto quando ci troviamo con ex speranze fiorite della serie C (dicono loro) al torneo di calcetto autunno-inverno. Quello che (ri)conosciamo meglio e che alla fine, diciamocelo, ci fa simpatia. Ero greco, dopo la partita con la Russia, per aver visto quella macchina scassata piena di uomini provati ma, per un’ora, felici. Perché nel calcio trovano il riscatto e tutto attorno, il ricatto. Di una Germania egoista, di un’Europa ingrata e dimentica delle sue origini.

Ma, lo ammetto, sono stato anche portoghese. In questi ultimi 10 giorni ho abitato a St. Gilles, enclave lusitana di Bruxelles.  Quartiere popolare e scalcagnato, pieno di facce “sporche”, di chi sorride ma non esclude la possibilità di fregarti. I miei quartieri preferiti, lo ammetto, in tutto il mondo. Le bandiere portoghesi qui sono ovunque, così come le maglie, sempre troppo aderenti rispetto a fisici penalizzanti. Le bettole che ti rifilano baccalau tanto cari quanto inondati d’olio, sono un concentrato di tensione- già tre ore prima della partita- e attesa. Io, per intenderci, allo sfrontato Ronaldo, preferisco il melanconico Nani. Ma a quella doppietta- e soprattutto all’assist di Cristiano per il mio scelleratissimo preferito, momento patriottico e unico di altruismo per il numero 7 supercool-  sono saltato sulla sedia. Bastava guardarli in faccia, loro che sono tra i penultimi di questa città. Gli isolati ribollivano di gioia e del loro orgoglio, i loro colori spuntavano da finestre, guance, pareti. Il calcio è identitario e c’è una poetica coerenza nel fatto che avvenga a Bruxelles, città che ci riunisce sotto una stessa bandiera. L’abbraccio tra me e i ragazzi del Barril, ristorante che sono generoso a definire tale, ci univa nella divisione delle nostre storie, dei nostri colori.

Tutto questo l’ho capito proprio ieri: al Fat Boy, a Piazza Luxembourg, Lux per i locali. La piazza è il civettuolo punto di raccolta attaccato all’architettura spaziale e alienante del Parlamento Europeo, il pub un solido esempio di architettura funzionale all’ingrasso, per alcol e calorie. Son finito là perché l’amico e collega Gianluca De Martino s’era dimenticato di dirmi d’essere al locale accanto. Sciarpe da tutto il mondo, tra cui brillava “Nessuna resa” dei tifosi genoani e una del Napoli, di almeno 25 anni fa, che ha commosso me e il ragazzo che mi sedeva a due metri, con una fiera maglia di Lavezzi da Champions. Almeno una decina di schermi, divisi equamente tra Spagna-Croazia e Italia-Irlanda. E all’inno, nessun fischio: Mameli viene urlato a squarciagola, con intonazioni incerte ma con vigoria degna di un concerto rock. Io, patriottico dentro ma quasi mai nelle esternazioni, ho urlato come solo quando canto “E’ per te” o “L’unica nostra fede” o “Oj vita mia” in Curva, al San Paolo. Mi sono commosso, io che odio la retorica. C’era davvero troppo sentimento in quegli stagisti dalla faccia pulita e un po’ sfruttata, in quegli emigranti un po’ attempati, nei turisti e in chi sta cercando lavoro, come me. Tutti ostinati nella gioia di riconoscersi italiani, nonostante tutto.

Ho tifato tutte e tre le squadre, in questi giorni, sì. Lo ammetto. Perché sono europeo, sono italiano e sloveno (ecco perché ho abbracciato lo spagnolo alla fine: certi derby sono duri a morire), perché sono napoletano. Forza Italia, alla faccia di chi quest’esclamazione ce l’ha tolta. Usciamo pure dall’Europa, ma proviamo a vincerli questi europei. E se non riesce a noi, che siano del Portogallo o della Grecia. Il calcio serve anche a questo, a sovvertire, anche solo per 15 giorni, le ciniche graduatorie stabilite dallo spread, dai protocolli, dalle alleanze esclusive dei potenti. Alla faccia di chi cerca di (s)vendere questo sport al miglior offerente.
Boris Sollazzo

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