Quelli della mia generazione, che non avevano vinto niente e hanno vissuto la B e C. Questa gioia è tutta nostra!

In un grigio e piovoso lunedì mattina romano, spalancare gli occhi dopo una nottata insonne, fissare il soffitto, e sentire dentro di sé l’adrenalina ancora in circolo, nelle orecchie ancora i boati e i cori della sera prima, nelle gambe la stanchezza di novanta minuti sofferti e visti tutti in piedi.

Nulla che in realtà non avessi già provato altre volte, in occasione di grandi partite e grandi risultati, in oramai diciotto anni di stadio.

Ma allo stesso tempo avvertire anche qualche cosa di sconosciuto: una sensazione dolcissima, nuova e meravigliosa. La sensazione di aver vinto. E, come se non bastasse, di aver vinto contro la Juve.

E le immagini che mi scorrevano davanti agli occhi, immagini che resteranno impresse nella mia memoria per sempre.

Immagini di una giornata di attesa, vissuta insieme ai compagni di sempre.

Il pranzo in un noto ristorante del centro della capitale, guastato dall’inatteso e ovviamente sgradito arrivo del presidente della Juve.

Tutti gli Juventini meridionali che andavano a chiedergli l’autografo, e che camminavano spavaldi per Roma, agghindati a festa con magliette e sciarpe bianconere.

L’arrivo all’Olimpico, la Curva Nord e i Distinti già strapieni alle 18:30, e i settori juventini ancora semivuoti.

Gli sfottò e i cori iniziati in occasione della mini-partita al centro del campo tra bambini con le maglie delle due squadre.

I cori, un tifo incessante, assordante, coinvolgente, e capace di sovrastare quello degli avversari.

Un tifo acceso da De Sanctis, e dal suo strepitoso ingresso in campo per il riscaldamento, il pugno alzato verso la Tevere e verso la Nord a darci una carica spaventosa: “Ma allora vogliono davvero vincerla”.

Un ruggito che non si è mai spento, che ha umiliato i cori di plastica di quella tifoseria di plastica, buona sola per il suo stadio di plastica. Una tifoseria silenziosa di gente sparsa, capace solo di cantare, timidamente e di tanto in tanto, “I campioni dell’Italia siamo noi”. Una curva capace solo della coreografia iniziale, bella solo per le telecamere, e nulla più.

La formazione letta e urlata da tutti e trentamila noi Napoletani.

L’attesa snervante dell’inizio della partita.

I fischi spontanei all’inno di Mameli, il coro “Partenopei, noi siamo Partenopei”: semplicemente, e con buona pace di chi all’Olimpico non c’era, per rivendicare la nostra alterità. Napoli è da sempre altro, Napoli è vista da sempre come altro: e cosa conta se è nato prima l’uovo o la gallina?

Il silenzio assoluto, non da stadio italiano, in ricordo delle vittime di Brindisi e del terremoto.

Poi la partita.

I primi venti minuti giocati alla grande, da Napoli, ma con la palla che non entrava, e se con la Juve la palla non entra quando domini, la siringa è lì, pronta per infilzarti e farti male.

Perché tutti hanno avuto il loro trauma con la Juve, tutti hanno mangiato i limoni più amari a causa della Juve.

Il mio limone storico è datato 18 settembre 1994. Il mio esordio ufficiale al San Paolo, da tifoso di nove anni d’età, risaliva ad appena due settimane prima: Napoli-Reggiana 1-0, gol a tempo scaduto del numero 10 dell’epoca, Benny Carbone. Era il Napoli di Fabio Cannavaro, Taglialatela, Boghossian, Pecchia e André Cruz, ma anche di Tarantino, Buso, Baldini e Agostini.

Dopo quella vittoria, per me esaltante, eravamo andati a perdere 2-0 a Cremona. Con la Juve si giocava di sera, papà non mi portò in Curva A per paura che potesse succedermi qualcosa di brutto. Vidi la partita su Tele+. Fabrizio Ravanelli segnò nel primo tempo, e inventò l’esultanza “alla Ravanelli”. L’esordiente Alessandro Del Piero fece il 2-0 nel secondo tempo, segnando il suo primo gol “alla Del Piero”.

Io piansi lacrime amare, aspettai papà sveglio e disperato, e imparai cos’è la sconfitta. Contro la Juve del capitano Conte e del giovane Del Piero.

All’Olimpico ho imparato cos’è la vittoria, contro la Juve di mister Conte, nella partita d’addio di Del Piero.

Il guizzo di Lavezzi. Le palpitazioni prima del rigore. Gli abbracci liberatori. L’ansia, concreta e palpabile, di quel quarto d’ora e più in cui non abbiamo superato la metà campo.

L’ingloriosa uscita Del Piero, il nostro nemico di sempre, uscito sconfitto e subissato dai nostri fischi.

L’ingresso di Pandev. Il primo contropiede sciupato, il secondo letale.

Il tiro di Hamsik, esattamente sotto di me. I salti iniziati prima ancora che quella palla entrasse, perché lo vedevo che quella palla stava entrando, che era destinata all’angolino.

In quei lunghissimi decimi di secondo me ne rendevo perfettamente conto, ma la palla ancora non entrava.

Quella brevissima eternità. E alla fine l’urlo, il secondo urlo di una serata perfetta.

L’abbraccio con mio padre, con tutti quelli con cui ho vissuto questi quasi vent’anni di fede azzurra, ma anche con i perfetti sconosciuti che per pura casualità erano intorno a me.

Abbracci bellissimi, abbracci che solo in uno stadio sono possibili.

Ma gli abbracci più belli sono stati quelli con il mio storico vicino di posto, che ha la mia età, e con i due ragazzi più giovani della banda.

Uno di loro, quando ci siamo abbracciati dopo il gol di Hamsik, quasi piangeva. All’altro ho urlato nell’orecchio: “Finalmente, forse vinciamo qualcosa anche noi!”.

Perché mi dispiace per chi è tornato a vincere un trofeo dopo più di vent’anni, ma la gioia di ieri è tutta nostra: di noi che abbiamo solo buttato il sangue col peggio della storia del Napoli; che abbiamo visto la B e la C; che abbiamo tifato per giocatori improponibili; che le imprese più grandi, le vittorie più belle e le sconfitte più dolorose ce le siamo fatte raccontare dai nostri padri e da chi c’era, o al massimo le abbiamo guardate registrate su vecchie videocassette; che undici giorni fa abbiamo potuto solo rimpiangere, con amarezza, di non provare la nostalgia di chi 25 anni fa poté festeggiare il primo scudetto.

E poi i minuti finali, la festa che era già iniziata, i “Ma che siete venuti a fa?” e i “Tutti a casa, tutti a casa, he, he” cantati agli Juventini che immediatamente dopo il secondo gol hanno iniziato ad andare via.

La liberazione del fischio finale.

O’ surdato ’nnammurato” cantato a squarciagola, e in faccia a chi solo poco tempo fa ce lo aveva cantato contro per schernirci.

La gioia pura nel vedere quella coppa alzata al cielo e portata sotto di noi.

Questa gioia è nostra, questa è la nostra vittoria.

Anche noi, adesso, abbiamo vinto.

Anche noi, adesso, abbiamo in bacheca un trofeo.

Non per questo ameremo di più il Napoli, no, non è possibile: noi non possiamo amare di più una squadra che in questi anni duri e amari abbiamo amato alla follia, nonostante ci abbia fatto solo soffrire.

Dopo il ritorno a Napoli, le emozioni non decantano, ma si intensificano a guardare su internet foto e video della folle festa notturna di Napoli.

E il ricordo delle parole di due dei miei zii adottivi, con cui ho festeggiato a Roma: “Sono felice soprattutto per voi ragazzi, era ora che vinceste anche voi”; “Ma quant’è bello essere tifosi…”.

Sì, quant’è bello aver vinto, quant’è bello il pallone, quant’è bello essere tifosi e festeggiare insieme ad altri tifosi.

Quant’è bello essere Napoletani e tifare per il Napoli.

Cosa si perde, chi non ne ha idea, o chi tifa per una squadra di plastica che lo rinnega.

Ma se è solo un sogno, per favore, non ci svegliate.

Andrea Manzi

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