Il vero limite del Napoli è il tetto-ingaggi

Sono uno di quelli che, quando il Napoli perde, si isola dal mondo del calcio e dintorni e per almeno due giorni niente trasmissioni sportive, niente giornali, niente Napolista e siti di calcio.

Il motivo è che sono uno che somatizza: oltre all’insonnia, mi tormentano dolori di stomaco.

E’ da sabato di Pasqua che questi dolori mi affliggono e non c’entrano né casatielli, né pastiere; e allora, dopo tre scoppole, con l’incalzare dei dolori, cerco di combattere il malessere fisico provando a scrivere, per esorcizzarlo e tentare di buttare fuori i tormenti che ho dentro di me. Mi scuserete se non lo farò in modo analitico, provando però a far prevalere un po’ la testa anzichè la pancia.

Dunque ci risiamo.

Come è accaduto l’anno passato, ad aprile siamo scoppiati. Nello scorso campionato, a sei giornate dalla fine, eravamo in piena lotta scudetto, ma il 17 aprile siamo crollati in casa perdendo con l’Udinese e racimolando 5 punti (vittoria sofferta in casa con il Genoa e pareggio con Inter e Juve) in sei giornate, raggiungendo la zona Champions alla penultima giornata grazie al vantaggio che avevamo accumulato sulle inseguitrici e che abbiamo rischiato di dilapidare.

Quest’anno la storia si sta ripetendo non avendo, però, accumulato un patrimonio di punti da salvaguardare. Non so se questa è una caratteristica delle squadre di Mazzarri, so, però, che lo scorso anno attribuimmo il calo alla diatriba allenatore-Presidente dopo le dichiarazioni di Mazzarri sul suo futuro. Al di là della preparazione atletica, del dispendio di energie nella competizione europea, dei problemi di “testa” e di motivazioni che possono derivare dal modo in cui siamo usciti dalla Champions: tutti fattori che sicuramente avranno avuto un peso ma che, a mio avviso, non possono spiegare tutto se la storia si ripete puntualmente.

Si dirà che il problema è la campagna acquisti. Ma anche questo, secondo me, è vero solo in parte.

A mio modo di vedere, il cuore del problema è sempre lo stesso ed è quello che determina lo spartiacque tra una buona squadra è una grande e si chiama “tetto ingaggi”.

Il calcio è una scienza molto meno complicata di quello che appare e, come in tutte le cose terrene, la differenza la fa una cosa semplice che si chiama “qualità” e in una logica di mercato competitivo la qualità si paga.

A differenza di Spadetta e di altri Napolisti, io non me la prendo con Bigon, il quale si muove sui parametri dettati dalla società. Questo valeva anche per Marino: è vero che questa squadra per gran parte è frutto del suo lavoro, ma va anche ricordato che quando prese Lavezzi, Hamsik e Gargano questi non erano i tenori di oggi. Così come non mi associo al grido di battaglia “caccia ‘e sorde!” che si rivolge al Presidente, perchè Don Aurelio i soldi li ha cacciati, se guardiamo a quello che si è speso per le campagne acquisti degli ultimi tre anni.

Quello che imputo al Presidente è la modalità con cui si decide di investire nelle campagne acquisti, e cioè quella di scegliere di pagare magari più del dovuto per il cartellino di giocatori purchè questo non implichi un’ innalzamento del tetto ingaggi. E’ tutta spiegata in questa scelta la campagna acquisti dello scorso anno. Vidal, un fior di centrocampista moderno, non è venuto a Napoli perchè chiedeva tre milioni e mezzo di ingaggio e tu non poi darglieli perchè altrimenti devi ritoccare gli ingaggi almeno dei tre tenori. Allora opti per altre scelte, al di là se si chiamino Inler o Dzemaili, perchè sai che non possono chiedere un ingaggio di un certo livello e perchè il costo del cartellino, a differenza degli ingaggi, lo puoi ammortizzare nel tempo.

E’ successo cosi anche per Vucinic per non parlare di Criscito, rispetto quale ho il sospetto che la trattativa con il suo procuratore non sia mai stata avviata per volontà di quest’ultimo, nel momento in cui probabilmente dopo qualche approccio, magari telefonico, ha capito che la proposta di partenza era di centomila euro in più, così come dichiarò il Presidente qualche mese dopo, rispetto al suo ingaggio precedente. Se ricordate, subito dopo l’annuncio del Genoa dell’accordo con il Napoli su Criscito, prima si disse che D’Amico – il procuratore – era all’estero e successivamente che fu colpito da influenza, fino alle dichiarazione di De Laurentiis che annunciò che il ragazzo voleva andare in Russia. A quel punto scegli Britos e Vargas.

Si dirà che la scelta di contenere il tetto ingaggi è giusta per non fare la fine del Napoli di Ferlaino e per il far-play finanziario. Ora tralascio il riferimento al Napoli di Ferlaino, perché qualsiasi paragone è improponibile, data la diversa natura delle voci di bilancio del calcio di questi anni con l’introduzione dei diritti televisivi ed altro. Ma anche questa argomentazione è vera solo in parte, guardando proprio a quello che è successo quest’anno, dove il Napoli si appresta a polverizzare qualsiasi record di fatturato con i proventi della Champions: se investi sulla qualità – e quindi competi anche sugli ingaggi con le altre squadre – puoi recuperare e ammortizzare i soldi che spendi per gli stipendi.

Sono sempre stato convinto che la qualità dei giocatori non è utile solo nel rettangolo di gioco ma è un elemento fondamentale anche fuori dal campo. I giocatori di qualità trasmettono a tutto il gruppo la mentalità vincente da grande squadra. Quella mentalità che ti fa sopperire ai momenti no che in ogni stagione possono capitare e ti fanno vincere partite che magari non meriti di vincere. Chi ha visto Chievo-Milan sa di cosa sto parlando.

Piaccia o non piaccia, e a me che non ho mai considerato il mercato come un valore assoluto non piace, in una logica di mercato competitivo la qualità ha i suoi costi e se vuoi giocatori di qualità gli devi dare un ingaggio adeguato ai parametri di mercato.

Se vogliamo competere a certi livelli per traguardi prestigiosi la società deve rivedere la politica del tetto ingaggi. Non mi faccio illusioni che ciò avvenga, ma almeno si dichiari esplicitamente che il nostro obiettivo sarà sempre quello di lottare dal quarto posto in giù, sperando magari nell’anno-no di qualche grande squadra che ti potrà consentire di piazzarti terzo per partecipare alla Champions.

Chiedo scuso per lo sfogo, magari più da tifoso di pancia che non di testa, ma almeno mi è servito come terapia per i dolori di stomaco che alla fine di questo scritto si sono un po’ attenuati.

Peppe Napolitano

ilnapolista © riproduzione riservata