Che goduria ieri sera quella palla persa da Messi

Oltre alla retorica della pizza buona che si mangia solo a Napoli e del napoletano sempre simpatico uè uè, io odio anche quella su Maradona, l’idea del santino nel portafoglio, della videocassetta sulla mensola buona del salotto, della battaglia sul ritiro della “dieci”, che io darei perfino a Donadel, se iniziasse finalmente a giocare.Nonostante ciò, a Diego sono legato come tutti, e forse anche di più, avendogli dedicato i migliori anni del mio tifo giovanile, nonché studi giornalistici e attività letterarie, fino alla impopolare battaglia per difenderlo dalle ingiustizie del fisco italiano con l’amico Giuseppe Pedersoli, prima che improbabili figure a caccia di facile notorietà ne complicassero la già difficile situazione con lo Stato italiano.

La premessa è d’obbligo per spiegare che ieri sera quella palla persa da Messi, che ha innescato il contropiede del Chelsea, mi ha regalato una serata di grande godimento. Quell’infortunio del grande incompiuto è stato solo uno dei motivi che mi hanno fatto gioire per la vittoria degli inglesi. Il fatto che loro avessero battuto il Napoli c’entra poco, non mi solleva l’idea che forse erano davvero più forti di noi: per me quella qualificazione regalata fu un suicidio che fa male, ancora oggi. Però quando Messi, perfino col Barcellona, mostra tutti i limiti di un immenso talento effimero, da meraviglioso ricamatore di orli che si perde su un bottone alla prima puntura di spillo, confesso che io me ne compiaccio.

E godo al pensiero di chi non vede l’ora di archiviare il mito di Diego in favore di un talento cresciuto nella bambagia e non nelle favelas, maturato tra fighetti e non tra zappatori, affermatosi nell’arroganza dello strapotere della squadra più forte del mondo. Non come il Nostro, un Braveheart sempre leader di eserciti proletari, anche nella mentalità, anche quando era affiancato da altri campioni che con lui condividevano la stessa logica romantica della sfida impari ai potenti del mondo del calcio.

Che Messi sia un fuoriclasse, non si discute, che io tifi ancora oggi Maradona, in silenzio, gufando contro la Pulce, è altrettanto vero. Mi era già accaduto ai Mondiali, quando tifavo per i pali, le traverse e le schiene dei difensori e fui gratificato dal clamoroso flop della Pulce, che costò caro a un incolpevole Maradona. Che anche in quella occasione si comportò da signore, evitando di sfanculare pubblicamente il talentino viziato che gioca bene solo con la zizza in bocca, al Nou Camp.

E’ evidente, a mio avviso, la differenza di peso specifico tra i due argentini, al di là della retorica bavosa dei telecronisti, che pure mi infastidisce: quella su Messi “campione che può risolvere la partita da solo in ogni momento, che aggiungere, che dire di più…”, ma che quando non la risolve è colpa del Barcellona “che stasera è sotto tono”. Ma ieri ho tifato Chelsea anche quando ho sentito Sacchi esprimersi in modo schifato sul catenaccio degli inglesi, che io invece ho apprezzato tanto, perché è l’unico sistema per sabotare quel computer che ci ammorba le serate calcistiche col suo tiki-taka. Invece, che gioia, per quel gol di Drogba, stupendo (che rende giustizia ad Aronica…), il contropiede perfetto, la beffa più esilarante per quel macellaio burino di Mascherano, la paura sul volto di Guardiola, lo stile di Di Matteo, la sublimazione del gruppo che resiste fino all’ultimo istante, senza alibi sul monte ingaggi e sull’infortunio di Maggio, con un presidente miliardario per davvero, in tribuna, che mastica caviale Beluga e non Big Babol alla fragola.
Luca Maurelli

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