La storia di mio nonno Sentimenti II è quella che racconto ai figli
prima di dormire

Quando i miei figli prima di addormentarsi mi chiedono di raccontargli una storia, scavo nella valigia dei miei ricordi di bambino e riesco sempre a trovare un aneddoto riguardante mio nonno, Arnaldo Sentimenti detto Cherì, che possa interessarli.
Dormivo spesso a casa dei miei nonni, nel cuore del Vomero, a via Luca Giordano angolo con via Scarlatti, dove Cherì trascorse tutta la sua vita napoletana e dove quando era portiere del Napoli arrivava addirittura in trionfo per qualche bella vittoria ottenuta allo stadio Collana; quando mi raccontava di queste scene di euforia, di gioia, io lo guardavo e lo vedevo uguale al gigante di una pubblicità che in quel tempo trasmettevano su  Carosello “Gigante, pensaci tu!” recitava, e lui mi raccoglieva in quelle braccia forti e in quelle mani infinite con migliaia di dossi.
“Oggi andiamo a trovare zio Cochi che accompagna la Juve” mi disse un giorno  il nonno. Era l’ottobre del ’73, io avevo 5 anni, mio zio Cochi, Sentimenti IV accompagnava la squadra in qualità di secondo di Vycpalek, lo zio di Zeman, alloggiavano all’Hotel Vesuvio.
Quando arrivammo in albergo il primo ad accoglierci con straordinario affetto fu quest’uomo alto dai capelli neri riccetti raccolti all’indietro, che salutò  mio nonno con rispetto, sussurandogli con la bocca chiusa come un ventriloquo “Maestro, lei è sempre nel mio cuore e i suoi insegnamenti nella mia testa”;  era Dino Zoff che fino a poco tempo prima era stato allenato a Napoli dal  nonno. Passai quella giornata giocando a pallone nella hall dell’albergo con tutti questi giovanotti, particolarmente con uno che più di tutti mi faceva divertire e sembrava essere il più adulto, lo chiamavano Josè, era Altafini, che non perdeva occasione di farmi ridere sfottendo i suoi compagni più  giovani; disse di Capello “Lo vedi, ha mangiato un pallone e gli è rimasto in  gola” a sottolineare il pomo d’Adamo pronunciato, e poi di Bettega “Questo si è  messo in testa di fare più gol di me, ma sarà dura”, e poi un giovanotto con i basettoni che continuava a palleggiare facendomi stare ad aspettare troppo tempo il mio turno per colpire il pallone, era Causio.
Il giorno dopo andai a vedere la prima partita che io ricordi, finì 2-0 per il Napoli, gol di Canè e  Clerici, e io piansi, un po’ per il dispiacere di vedere i miei nuovi amici perdere, un po’ per la paura di tutta quella gente che saltava ed urlava come impazzita. Il nonno mi teneva per mano e mi disse “Tu devi essere felice, noi siamo del Napoli, io ero il portiere del Napoli, certo non mi vedrai mai giocare, ma tu guarda Zoff e immagina che sia io, mi somiglia in tutto.” Il mio  pianto si trasformò in sorriso, e Zoff divenne il mio mito. Ogni volta che la Juve veniva a Napoli, il grande Dino non mancava mai di fare una telefonata al suo maestro e quando nell’82 lo andammo a salutare, non appena lo vidi venirci incontro, le lacrime incominciarono a scorrere sul mio viso, mi apparve  infinito ancora con quella coppa d’oro in alto sulla testa che l’estate prima mi aveva fatto gioire come un pazzo, e aveva fatto saltare dal divano il nonno  su quella parata contro il Brasile, inchiodando a terra il pallone colpito da  Oscar. “Che parata hai fatto, Dino – gli disse il nonno” “Maestro – rispose Zoff – mi creda, in quel momento non sarebbe passata nemmeno una pallottola.”
Il nonno sorrise e annuì.
Andare allo stadio col nonno voleva dire spesso vedere la partita a bordo campo, e vi sembrerà strano, ma per me era una iattura. Il problema era che io avrei voluto stare dal lato dove i nostri attaccavano, e invece lui si doveva mettere dietro la nostra porta a stare a guidare il portiere. Un bel signore elegante con i capelli bianchi tirati indietro lucidi dalla brillantina ci veniva ad aprire il cancello del sottopassaggio dal lato della curva B, era il direttore, Attila Sallustro; per mio nonno, che ci aveva giocato insieme, più forte anche di Piola e Meazza: “Un gran signore” mi ripeteva ogni volta che lo  incontravamo. “Cherì, vedi di guidarlo questo orsacchione” riferendosi a Carmignani ed accompagnandoci verso il Paradiso. Perché il Paradiso io ancora oggi me l’immagino così com’è entrare sul campo del San Paolo, il tunnel buio, il silenzio, i pochi gradini, le voci, la luce, e l’immensità. Ogni volta che entravo sentivo il mio cuore scoppiare d’emozione e una volta che giocai la partitella dei pulcini prima di un Napoli – Juve sfiorai il palo con un bel tiro. Resterà il rimpianto di tutta la mia vita non aver fatto gol.
Ci mettevamo dietro la porta, era un continuo sollecitare, un continuo incitamento a tenere alta la concentrazione specie quando la palla era lontana. E le proteste poi… Agnolin una volta lo cacciò dal terreno di gioco e lui bestemmiando in un esperanto di emiliano e napoletano, mi prese per mano e mi  portò sulle scalette che portavano agli spogliatoi all’epoca dal lato dei distinti. “E’ juventino quest’infamone, fischia a senso unico” diceva accovacciato e tutti attorno a dargli ragione “Bravo Cherì, hai fatt’ bbuon’ a cio’ dicer'”.
Quando Gedeone Carmignani si presentò al primo allenamento, mio nonno gli chiese chi fosse. Lui lo guardò stranito “Mister, sono Carmignani…” “E lei dovrebbe giocare in porta in queste condizioni?” gli disse a brutto muso. “Ma perchè cos’è che non va?” rispose timidamente il portiere, “Almeno 5 chili. Da oggi le faccio vedere cosa significa allenarsi”. Carmignani dopo una partenza incerta divenne molto più sicuro e agile, ma il nonno non si stancava mai di ripetermi sommessamente “Ma uno come Zoff, non lo avremo mai più”.
Valerio Vegezio

ilnapolista © riproduzione riservata