I segnali c’erano tutti e noi abbiamo voluto sfidare il destino

I segnali c’erano tutti. Ma noi abbiamo voluto sfidare il destino. Eppure i segnali c’erano tutti. E noi non li abbiamo voluti vedere.

La partenza era prevista per martedì 13 alle ore 12:50. Scalo breve a Parigi e arrivo a Londra Gatwick alle 16 ora locale. Minuto più, minuto meno. Il biglietto prenotato a dicembre, il giorno stesso del sorteggio.

Lunedì 12, il giorno prima, mi chiama mia sorella per avvisarmi con candida voce e ridendo che il mio volo era stato annullato. ANNULLATO.  Quella parola mi risuona ancora nelle orecchie. E anche la risata di chi candidamente mi stava dicendo, a meno di 24 ore dalla partenza, che non sarei più potuta partire. Volo cancellato. Partita cancellata. Mio fegato cancellato.

Dopo aver chiesto circa una decina di volte se fosse uno scherzo e dopo aver ascoltato dall’altro lato della cornetta una voce mista a risa ripetere una decina di “No”, c’è stato un barlume di luce con un “ma…” e qui capisco il motivo delle risate. Uno scherzo a metà che per me ha significato metà fegato cancellato. Il volo è stato eliminato, ma noi avremmo potuto scegliere tra un rimborso del prezzo e il dirottamento su un altro volo. Con partenza un’ora prima, scalo a Milano e arrivo a Londra City un’oretta dopo. Poco male. Prendo al volo, è il caso di dire. Ora tocca solo aspettare una mail di conferma, con la specifica del volo, numero di biglietto elettronico e fare il check in on line, obbligatorio per Londra. Tutto questo alle 15 circa. La mail di conferma è arrivata alle 18. Tre ore infernali in cui penso di aver chiamato tutto ciò che mi faceva venire in mente il pensiero di un aereoplano. Call center di tutte le compagnie, una cugina hostess a Milano, l’ufficio di volagratis almeno tre volte, credo pure Vincenzo Montella.

Insomma. I segnali c’erano tutti. Ma noi abbiamo voluto sfidare il destino. Finalmente arriva la mail di conferma. Pronti per fare il check in. Forse. Entriamo nel sito, digitiamo tutti i codici possibili e inimmaginabili, password, numeri e parole segrete, ma niente. Il check in non è possibile farlo. Richiamo il mio ormai amico di volagratis e pare che a volte ci possano essere problemi a riconoscere i codici, password, numeri e parole segrete. Ma è un volo di linea e non dovrebbero esserci problemi a fare il check in direttamente in aeroporto. Capirete l’ansia provocata da quella parolina: “DOVREBBERO”. Il condizionale è uno di quei modi che in certe situazioni non vorresti mai ascoltare. Insomma, il tutto è rimandato al giorno dopo. Ciò vuol dire notte insonne. Faccio comunque la valigia fiduciosa e a chi mi augura buon viaggio, rispondo: “Vedremo”. Ad un condizionale, rispondo con una speranza. Speranza non tradita a metà. Check in effettuato per Milano, non per Londra. Tocca rifarlo a Linate. Ma metà del viaggio è fatto. Tutt’al più, si prosegue a piedi e a nuoto.

I segnali c’erano tutti. Ma noi abbiamo voluto sfidare il destino.

Ulisse e i due compagni arrivano a Londra. E qui si compie una nuova tragedia. Un amico avrebbe dovuto portarci uno dei tre biglietti direttamente a Londra per altre vicissitudini che non sto qui a raccontarvi. Quindi allo stress del viaggio annullato, dirottato, non confermato e senza check in aggiungete il fatto di essere partiti senza avere fisicamente uno dei biglietti in mano. Arriviamo a Londra alle 18 ora locale, sbagliamo un treno, scendiamo alla prima fermata e torniamo indietro, arriviamo all’incrocio del nostro hotel, prendiamo la strada nel verso sbagliato e ce ne accorgiamo solo alla fine. Il tutto guardando il telefono aspettando un segnale di fumo dall’amico col biglietto. I segnali c’erano tutti, tranne quello di fumo dell’amico col biglietto. Ceniamo in un pub lì vicino, accanto ad un genovese di mezz’età, da solo, serio e silenzioso che quando ci vede in fibrillazione aspettando il terzo biglietto ci incoraggia dicendo: “Non lo troverete mai. E non vi azzardate ad andare lì senza o nel settore inglese. Ci sono biglietti falsi in giro e non vi fanno entrare.” Grazie della dritta, fratello. Noi eravamo convinti li trovassimo a terra fuori al settore ospiti! Per fortuna il nostro è un amico sul serio e non un nome in codice per intendere “bagarino”. Io sono la più positiva dei tre, solo un pazzo ci avrebbe detto di andare a Londra a prendere un biglietto che non c’è. E solo dei pazzi sarebbero partiti per Londra senza la certezza del biglietto. Il nostro fegato è definitivamente defunto tra ansia, angoscia, attesa e onion rings. Quando ormai gli abbiamo dato il colpo finale anche con le chicken wings con salsa barbecue, leggiamo il nome del nostro Messia sul cellulare. Si va a prendere il terzo ed ultimo biglietto.

I segnali c’erano tutti. E noi abbiamo voluto sfidare il destino.

La cosa strana è che il giorno della partita va tutto liscio. Colazione in un covo di tifosi azzurri, giro turistico in una Londra in cui, sostituendo il Big Ben con il Vesuvio, poco sarebbe cambiato. Ad un certo punto giuro di aver visto anche il cielo azzurro. Pranziamo a poco prezzo e mangiando cose buone, salutiamo dicendo “Forza Napoli” al 70% delle persone ai tavolini. Riusciamo anche a concentrarci, indossare la felpa scaramantica, prendere lo zaino scaramantico e prendere le gomme da masticare anti-stress scaramantiche.  Un pre-partita perfetto. Anomalo, visto che fin lì i segnali c’erano già tutti.

Avvicinandoci allo stadio, sempre più sciarpe del Napoli, sempre meno inglesi. Passando davanti agli altri settori, sempre più maglie e berretti del Chelsea, sempre meno inglesi. A tradire i napoletani camuffati, un tipico accento British nel leggere il nome del settore ed etichette ancora legate ai prodotti appena acquistati allo store dei blues per potersi mimetizzare. Ricordo il detto londinese che recita: “O’ napulit’ si fa sicc’, ma nun more!”. Entriamo nel settore ospiti dopo aver fatto vedere il biglietto almeno una decina di volte, fatto vedere lo zaino, fatto palpare tutto, ma proprio tutto, stemperato con una trentina di sorrisi. Ma l’ansia non si nasconde e finalmente ci accomodiamo. La prospettiva è deleteria. Possiamo contare i fili d’erba che abbiamo davanti, ma immaginiamo solo la linea di fondocampo dall’altro lato. Come recita un cartello a bordo campo, dobbiamo fare attenzione alle palle volanti perché troppo vicini, ma possiamo solo sperare che quello che l’arbitra fischia non sia la fine di un sogno, ma la fine della partita in anticipo per poter fare finalmente un trapianto di fegato. E invece ci tocca bestemmiare, capire che il rigore è sacrosanto solo perché nessuno protesta. Ci tocca perdere oltre al fegato, anche le corde vocali perché cantiamo per altri 30 minuti.

Il goal di Ivanovic, però, l’abbiamo visto fin troppo bene.  Meglio di De Sanctis. Meglio di Campagnaro, Aronica e Cannavaro. Meglio di Mazzarri. E noi che pensavamo ci potessero segnare solo di testa.

Eppure i segnali c’erano tutti e noi abbiamo voluto sfidare il destino.

Un destino beffardo che sfideremmo altre mille volte. Perché quelle lacrime condivise sugli spalti sono il frutto di chi non vuole vedere segnali e vuole sempre vivere il sogno fino in fondo. Per quest’anno il sogno si frantuma allo Stamford, l’anno prossimo vedremo.  Avremo altri segnali da non cogliere e un altro destino da sfidare. Un altro sogno da vivere.

Qualcuno al ritorno mi scrive, dopo aver criticato aspramente la nostra prestazione utilizzando l’espressione “figura di merda per il calcio italiano”, che il calcio è solo uno sport, che non ci si può emozionare guardando 22 minchioni che corrono dietro ad un pallone, di cui 11, che sarebbe il Napoli, più minchioni degli altri. Penso che in effetti Dossena  un po’ minchione lo è stato a prenderla con la mano in area a un quarto d’ora dalla fine. Ma poi mi tornano in mente i volti dei tifosi che avevo accanto, davanti, dietro, che ho incontrato al bar, al ristorante, in metropolitana, in strada, che ho conosciuto all’aeroporto, allo stadio, al London Bridge e a Piccadilly. Sorrido e penso che siamo anche noi tutti, per fortuna, dei minchioni bellissimi. E mi emoziono ancora adesso.

Sempre Forza Napoli!
Deborah Divertito

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