Fanno 800 km, da Asti, ma è come se abitassero sempre qui

Ottavi di Champion’s. Napoli-Chelsea. Stadio San Paolo, 21 febbraio, ore 20:45.  Chissà quante persone più di due mesi fa hanno impresso questa data nella memoria, hanno segnato sull’agenda l’appuntamento con la storia, hanno preso un giorno di ferie al lavoro e prenotato un aereo o un treno per assistere allo spettacolo.
Loro due sicuramente hanno fatto tutto questo.
Due fratelli, uno emigrato ad Asti, l’altro a Verona. La prima volta che li ho incontrati eravamo in fila alle cinque di mattina al botteghino per acquistare i biglietti per Liverpool-Napoli. Mi passarono avanti nella fila, ma col sorriso e io col sorriso feci notare ironicamente che erano dei veri gentiluomini. Altre persone mi avrebbero  molto infastidito, ma loro ebbero un modo di fare tra il prepotente e il divertente che non mi urtò tutto il sistema nervoso. O forse erano le cinque di mattina e sapevo che il termos col caffè mi sarebbe bastato appena per un paio d’ore. In tutti i casi passarono raccontandomi che avevano fatto una fuga dal freddo nord solo per comprare i biglietti e che sarebbero ripartiti subito, in tempo anche per farsi qualche ora di lavoro. Li premiai per la follia. Mi raccontarono che il datore di lavoro sapeva di una morte improvvisa della nonna. E che quella nonna era morta chissà quante volte. Ovviamente non ci ho creduto, ma li premiai per la faccia tosta. Il viaggio lungo tutta l’Italia, però, se l’erano fatto per davvero. Presero i biglietti poco prima di me e ci salutammo convinti di non rivederci mai più, ma felici di aver ingannato insieme quell’alba dell’ottobre 2010.
Li rividi a Liverpool. Novembre 2010. In fila all’esterno del settore ospiti  dell’Anfield Road. Appena mi videro, allargarono la fila a mo’ di Mose’ e questa volta mi fecero passare loro con tanto d’inchino. Fu un bel gesto, ma soprattutto una bella sorpresa rivederli tra migliaia di persone accorse lì per quella che fu una grande esperienza, ma poco felice. E un’incredibile parentesi di tifosi che s’incrociano per pura combinazione.
Beh. Questo per chi crede alle combinazioni.

Manchester, settembre 2011. Usciamo contenti dallo stadio del Man City, i ragazzi hanno fatto una bella prestazione e l’atmosfera è di quelle tranquille, con gli amici buoni, e mi ritrovo davanti due omoni sorridenti, sciarpa del Napoli al collo, praticamente identici. Fratelli. Quei fratelli. Io non ci posso credere. Loro cominciano probabilmente a pensare che io sia il loro incubo. Che li stia seguendo per vendicarmi della fila per i biglietti di Liverpool. “Ah! Ma allora te le fai tutte!” fu il commento. “E voi pure girate parecchio!” dissi io.  Non ci fermammo, il tutto incrociandoci solo con gli sguardi. Come se fosse l’incontro più normale che potesse accadere, come se ci conoscessimo da sempre. Pensai che la passione ti porta ovunque, soprattutto se sei dovuto andare via dalla tua città, dal tuo stadio e dalla tua squadra del cuore per lavoro, per scelta, per dignità, per caso. Cerchi ovunque un pezzetto d’azzurro. E quella di Manchester fu una bella coincidenza tra tifosi appassionati che seguono fedeli il proprio Napoli.
Beh! Questo per chi crede alle combinazioni.
Napoli. 21 febbraio 2012. Ottavi di Champion’s contro il Chelsea.  Difficile farsi sfuggire quest’occasione. E loro due non se la sono fatta sfuggire. Si sono fatti 800 km per sostenere gli azzurri dalla curva. Uno stadio intero e loro scelgono la curva. La curva B. Settore 4. Quello in cui il mio gruppo è, praticamente, di casa. Io sto parlando al telefono, spiegando a mia sorella l’atmosfera del San Paolo già 4 ore prima e mi sento uno sguardo nella mia direzione. Alzo la testa e loro sono qualche fila più su che sorridono e mi salutano. E commentano: “ Uno stadio intero, proprio qua!”. Io ormai mi arrendo alle combinazioni e dico loro: “No! E mo vi devo salutare come si deve e baciare!”. Sono tra l’incredulo e il divertito. Mi dicono che sono venuti apposta per la partite e che ripartono subito e finalmente ci diciamo i nomi. Ho visto più loro in giro per l’Europa in due anni che qualche mio lontano parente a Napoli. Sarà pure arrivato il momento di sapere i loro nomi!

Chiedo, già sapendo la risposta, se verranno a Londra a marzo. Ovviamente si. E ovviamente ci vedremo anche lì, senza bisogno di prendere appuntamenti. Ormai andiamo a fiuto!

Quando torno al mio posto, uno dei due mi chiama e mi mostra orgoglioso la sua sciarpa “Juve merda”. E il pensiero va ad un amico d’oltremanica che emigrato in Inghilterra ci aveva ospitato in occasione di Manchester e che aveva più o meno lo stesso pensiero fisso.

E il pensiero va anche a tutti gli altri napoletani sparsi lungo la penisola e nel mondo, che fanno follie impensabili pur di seguire il proprio Napoli. Macinano chilometri, prendono treni e aerei pur di non perdersi la storia. Inventano scuse con i propri datori di lavoro pur di assecondare una malattia, più che una passione, si svegliano all’alba e scovano dirette streaming improbabili pur di non perdersi le prodezze degli azzurri.

E ieri in curva  e in tutto lo stadio erano in centinaia. In fila ho incontrato due persone da Torino, uno emigrato, l’altro torinese D.O.C. Un altro torinese era in tribuna. Tornando, in radio, ho ascoltato la telefonata da un’auto che tornava a Pescara. I due fratelli tornavano uno ad Asti  e un altro a Verona.

La  vittoria col Chelsea è dedicata anche a tutti loro.

Ed è bello sapere che ognuno di loro sarà ormai già tornato a lavoro in città lontane, ma con tanto Napoli ancora negli occhi.
di Deborah Divertito

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