Essere Gokhan Inler nel freddo del San Paolo

Fa freddo, stasera. Altro che Napoli, sembra Olten, il posto dove sono nato. Mi scaldo. Provo qualche scatto e guardo lo stadio. Non è pieno, ma il casino è quello di sempre. Poi eccolo, il motivo per cui sono qui, a oltre mille chilometri da casa. Il pallone è sul dischetto di centrocampo. E’ tutto pronto. Fischio d’inizio, non vedo l’ora di entrare in gioco. Il Matador e Lavezzi sono pronti. “Dai, su, Pocho, che devo metterla lunga per Christian prima che Cambiasso mi sia addosso”.

Sul primo errore il pubblico sorvola sempre, ti concede almeno il beneficio del dubbio.

Cazzo, era un’apertura facile. Forse sono ancora freddo”, penso.

Ci riprovo, ne sbaglio un’altra. E poi un’altra ancora. Capita da troppe partite. Lo so che sono meglio di così, ma mi sento la testa piena e le gambe pesanti. Ripenso al mio primo giorno a Napoli, alla maschera da leone che il nostro bizzarro presidente mi costrinse a indossare. Penso all’accoglienza della gente, alle loro aspettative.

Animo, Gokhan”, mi dico. Vado a caccia del pallone, lo riconquisto e apro a memoria a sinistra, perché lì ci deve stare Zuniga. No, “el negro” non c’è, c’è solo il guardalinee che segnala l’out.

Ora posso sentirli con chiarezza i primi brusii, quel rumore bianco che mette i brividi.

Vallo a spiegare che il mister vuole aperture immediate sugli esterni, e che Camilo avrebbe dovuto essere lì, non quindici metri più avanti. Continuo a correre.

Ricominciamo dalle cose facili, appoggi non più lunghi di dieci metri, così prendiamo fiducia”, mi incoraggio. Sono esperto. So cosa fare. Sono Gokhan Inler.

Gli altri attaccano, ma la nostra difesa riesce a recuperare palla. Si riparte. “Solo cose facili, Gokhan”. Ricevo palla, vedo il Pocho in fascia già a 200 all’ora, ed è come se l’intero San Paolo fosse dietro di lui a spingerlo, come una mano invisibile. Ora ce l’ho io, il pallone. Non posso non provarci, il pubblico lo vuole: “Dai, lancia Gokhan, è quello che sai fare meglio”.

Sbaglio ancora.

Il brusio aumenta. Guardo il mister, mi dice di stare calmo. “Pessimo segnale, sto andando peggio di quanto credessi”, penso. Finalmente arriva il momento che aspettavo. Finalmente un’azione manovrata come si deve; ricevo sulla trequarti e posso avanzare fino al limite dell’area. La difesa rincula, difende il portiere: lo vedo socchiudere gli occhi per osservare meglio la palla, si abbassa sulle ginocchia pronto a scattare come una molla, allarga le braccia per impressionarmi. Ma io vedo già il mio gol. Questo lo so fare, altrimenti non mi troverei qui. Penso: “Ecco, ora li zittisco io, a questi qua. Altro che Ranieri”. Cerco di inventarmi un’esultanza un po’ polemica, perché non si dubita di un campione come me: cazzo se ho dimostrato qualcosa, fino a oggi. Mentre penso ho già tirato, e vedo il pallone rotolare lentamente fuori dallo specchio della porta.

I fischi mi entrano nelle orecchie come un vento gelido.

Ma come ho fatto, come diavolo ho fatto?”, chiedo a me stesso. “Ecco, ora fa scaldare Blerim”, penso subito. Ma no, Blerim resta seduto. Il calvario continua, e ora la situazione è peggiorata. Sono confuso. Appena prendo palla la gente comincia a mormorare, vogliono che faccia qualcosa, ma non capisco cosa. Mi sembra di vederli che si danno di gomito e fanno battutine su di me. Sul Re Leone. Gli faccio vedere io. Vado in pressing su Thiago Motta al limite dell’area, lo costringo a retrocedere e il Matador, come un fulmine, ruba palla e s’invola. Devono stenderlo, per fermarlo. Segna il rigore, e la gente ha occhi solo per lui. Guardo il mister, mi applaude. Il pubblico no. Fine primo tempo.

Negli spogliatoi è tutto un “Dai Gokhan”. Grazie, ragazzi. Ma devo farcela da solo.

Torno in campo col piglio giusto, sono pronto a mangiarmela, quell’erba.

Però non me ne va bene una. Ora l’Inter attacca, soffriamo. Blerim si scalda. Improvvisamente mi sento come un lusso che questa squadra non può concedersi. Un peso. Deve pensarla così anche il mister, visto che mi cambia. Blerim è pronto, s’illumina il tabellone con il numero 88, il mio. Devo uscire. Improvvisamente l’unico mio senso è l’udito, so in che direzione andare, ma vedo tutto di un bianco indistinto. Cammino lentamente, cerco di cogliere un applauso, un “Vai, Gokhan”. Sento solo indifferenza e qualche fischio. Incoraggio Blerim, il mister mi dà la solita pacca sulla spalla e i ragazzi in panchina mi fanno i complimenti. Finalmente sono fuori, ma mi sento solo. Qualcuno mi passa una giacca a vento. Fa davvero freddo, stasera.

Giovanni Brancaccio

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