Che spettacolo pulire
Porta Capuana con Cleanap

Cleanap a Porta Capuana, è ormai il terzo appuntamento. Agli altri non c’ero potuto andare, ma questo non me lo volevo perdere.
Non so se avete già sentito parlare di Cleanap: ne hanno scritto e non moltissimo solo i giornali locali; i media nazionali, solertissimi nel divulgare urbi et orbi qualunque disgrazia colpisca Napoli, lo hanno praticamente ignorato.È un movimento che sta crescendo in città di giovani volontari e volenterosi – aveva ragione Marco Revelli quando scriveva che la figura del “volontario” avrebbe presto soppiantato quella del “militante” – che individuata una zona di Napoli particolarmente sporca, degradata e “bisognosa di cure”, si presentano in massa, grazie anche al tam tam della rete e dei social network, e provano a lasciare il loro segno: un segno di pulizia, anche morale, e di civiltà. Provano a dare soprattutto un esempio.
Le puntate precedenti, dopo un referendum in rete, avevano avuto luogo a piazza Bellini e a via dei Banchi Nuovi. Stavolta è toccato invece a Porta Capuana, giusto di fronte al vecchio Tribunale. L’appuntamento, fissato per le 17.30, era nei pressi della splendida chiesa di S. Caterina a Formiello. La pagina facebook del movimento invitava a non portare scope, ma piantine, magari le più resistenti, quelle grasse, guanti e detersivi.
Mi adeguo, ma fino a un certo punto: vado dal fioraio e compro sì qualche piantina grassa, ma non riesco a non prendere anche dei luccicanti fiorellini rossi. E inforco la moto e vado.
Arrivato in piazza De Nicola, cioè la piazza dove si affaccia la chiesa di S. Caterina, mi sento accogliere da un: “Oiccann’! Accà c’è sta ‘n’ato volontario!” La frase evidentemente ironica era stata lanciata da un gruppetto di giovanotti che sostava lì vicino. Poi li ho visti rimanere lì per tutta la serata continuando sì a commentare sarcasticamente e ad alta voce le gesta che vedevano svolgersi dietro l’angolo, ma pure non riuscendo a distogliere lo sguardo da quanto accadeva.
Infatti, appena parcheggio e giro l’angolo verso porta Capuana, mi si para dinnanzi una scena straordinaria, per certi versi incredibile. Non so dire quanti, ma decine e decine di persone con scope e ramazze che spazzavano l’isola pedonale, altri indaffarati a ripulire le aiuole da immondizia ed erbacce, altri ancora con stracci e detersivi che si dannavano l’anima per
provare ad eliminare le scritte da mura e monumenti (ed io da tempo ho il sogno che inventino presto una vernice o qualcosa del genere che una volta stesa renda inattaccabile da qualunque bombolette spray la superficie su cui è applicata).
Quella scena inusuale non poteva non attirare l’attenzione anche degli abitanti del luogo, soprattutto di tanti scugnizzielli, che a differenza di quei ragazzi più grandi che si atteggiavano ormai a tipi scafati, si erano subito lasciati coinvolgere da quella novità nel loro quartiere.
Ed eccoli i nuovi scugnizzi di Napoli: ormai dai lineamenti e i colori più diversi, che parlano sì un napoletano fluente, ma con un retroaccento attraverso il quale non è difficile immaginare origini magrebine o latinoamericane (curiosamente, nonostante la Chinatown della Duchesca lì vicino, non c’era invece nessun bambino dai lineamenti cinesi). Portano spesso i nomi imposti dalla omologazione televisiva, ma per modi e comportamenti, sono ragazzini napoletani assolutamente indistinguibili da quelli delle generazioni precedenti: vivacissimi, sveglissimi, pieni di soluzioni creative e immaginifiche, e di innata simpatia. Dei veri scugnizzi made in Naples, insomma.
“Pozz’ fa’ io? Pozz’ fa’?”
“Signurì, nun se fa’ accussì, aspettate…”.
“Mi piace ‘sta cosa, ma pcchè nu’ venite cchiù spesso?”
Quella pulizia generale di Porta Capuana era per loro un gioco nuovo, bellissimo, da farsi con tutto l’impegno possibile. E così dalla chiesa di S. Caterina fino ed oltre la stessa porta Capuana, e grazie anche al contributo degli scugnizzi, il lavoro ferveva incessante, un brulicare di impegno e buone intenzioni. Con una visibile prevalenza di presenze femminili. Del resto, è proprio una ragazza minuta e dagli occhi chiari la promotrice e leader indiscussa del movimento: Emiliana, si chiama.
Infatti, una idea così, pratica e senza fronzoli, come il rimboccarsi le maniche e provare a dare il proprio contributo alla pulizia e al decoro della città, senza aspettare altri che lo facciano al tuo posto, non poteva che essere il parto di una intelligenza femminile. Noi uomini, come si sa, siamo molto più astratti e inconcludenti.
A un certo punto tra la gente si sparge la voce: “alle otto verrà anche il sindaco”. “Con tutte le cose che ha da fare” penso “chissà quando verrà, se pure verrà…” E invece proprio verso le otto mi sento chiamare da un amico che mi indica un giovanottone solitario con una camicia azzurra che si aggirava tra la gente. Tanto solitario che di primo acchito nessuno l’aveva riconosciuto.
L’ultima volta che l’avevo visto live era stata alla Festa del Friariello a Materdei, era appena iniziata la campagna elettorale. Ora è visibilmente cambiato, ha evidentemente perso qualche chilo, forse per lo stress: fare il sindaco a Napoli di questi tempi non deve essere un mestiere proprio rilassante.
Non passa molto tempo e tutti lo riconoscono e gli si fanno intorno.
“Grazie sindaco per essere venuto!”
“Uè, grazie a voi, uè ci mancherebbe!” replica lui, con quel tono che abbiamo imparato a conoscere.
Poi molti a farsi le fotografie con lui, a fargli domande sulla eterna emergenza rifiuti e così via. A un certo punto un signore di una certa età gli si mette di fianco e lo mette in guardia: ” ‘Gnor Sindaco, stateve accuort’ ‘e ciucciuettole!”
E lui: “Uè, e pare ca nun ‘o veco ca se so’ tutte scatenate?”.
Ma devo rimarcare pure un’altra cosa. Per i tanti che gli si sono messi di fianco per conoscerlo o rivolgergli la parola, tra i volontari ce ne sono stati altrettanti che si sono fermati solo per un attimo, giusto per dare uno sguardo al nuovo arrivato, e poi hanno continuato imperterriti il loro lavoro, come se nulla fosse.
Nel frattempo scendeva la sera su Porta Capuana e il lavoro era ormai terminato: l’isola pedonale era linda e pulita come forse mai, le aiuole erano state liberate da decine di tappi di bottiglia, vetri ed erbacce; tante piantine multicolori (non ero stato l’unico…), ma pure odorose – rosmarini e tanta menta – ma ovviamente anche moltissime piante grasse, erano state messe a
dimora.
“Signore, m’a facite ‘a fotografia vicino alle piantine che ho piantato io?” mi chiede una ragazzetta vestita tutta di rosa. Non si poteva dire di no, io avevo solo scavato i buchi, ma le piantine quali fossero e dove metterle lo aveva scelto lei.
“E ora come te le faccio avere queste foto?” mi viene spontaneo domandarle dopo i flash.
“Perché, vuje nu’ tornate cchiù?” mi domanda, ed io non so come risponderle.
Eravamo ormai ai saluti. Ciò che rimaneva ed era da buttare veniva suddiviso secondo una rigida ripartizione “differenziata”, mentre decine di scope si erano nel frattempo ammucchiate una sull’altra.
Nugoli di ragazzetti facevano ora corona a Emiliana:“Mammà non vuole che io sto qua” le dice una bambina “la sera qua c’è brutta gente, è pieno di ubriachi. Ma oggi mi sono veramente divertita!” E poi un bambino, uno scugnizziello che si chiama Cristiano “come Ronaldo”, immediatamente dopo un improvviso duello con un coetaneo usando le scope al posto delle spade, la domanda: “Da domani posso essere io ‘o comandante degli annaffiatori?”
E di nuovo la bambina vestita di rosa: “Scusate signurì, ma è ‘o vero ca vuje nu’ turnate cchiù?”
“Facciamo una cosa” dice Emiliana, “voi mi promettete che davvero avrete cura delle piantine? Che le innaffierete e non butterete mai più una carta per terra? Se fate i bravi chissà, torneremo…”.
E le regala un barattolo di vetro: “Riempilo di sale e poi agita dentro un pennarello, del colore che vuoi tu. E
vedrai cosa succede… è una magia!”
Sono ormai le nove, uno dopo l’altro andiamo via tutti e la piazza si svuota.
“Ciao e grazie!”
“Grazie a voi” risponde sempre Emiliana, “ e alla prossima!”.
Sì, alla prossima.

Carlo Pontorieri

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