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Signori, ventuno giorni: per verificare, per decidere, per prepararsi.
Verificare la forza, la tenuta mentale e atletica di questa squadra. Decidere quali sono i traguardi, dove concentrare le forze. Prepararsi alle nuove battaglie, identificare i veri avversari in corsa.
Sono tre settimane, non molte per una stagione: ma questo è il tempo che il destino ha dato agli azzurri e a noi, che al posto di testa e muscoli mettiamo cuore e fegato sul piatto della bilancia, per capire quale anno ha vissuto il nostro Napoli.
Perché è chiaro a tutti che siamo alle porte del ciclo decisivo: Roma, Villarreal a Napoli, Catania in casa, Villarreal in Spagna, Milan a San Siro. Decisive, tutte: ma la più decisiva è proprio la prima, e spieghiamo perché.
La Roma è attualmente a sette punti da noi, dovendo recuperare il match di Bologna. Io non credo che questa partita per i giallorossi sarà una passeggiata, ma immaginiamo che riescano a vincerla: i punti diventano quattro. Molti tra i lettori pensano, lo so, che bisogna pensare in termini di coso tricolore, che non dobbiamo mettere limiti alle ambizioni, che si deve mirare al massimo, ma io, che sarei comunque il primo a scendere in piazza azzurro come un puffo urlante e piangente, ritengo che il piazzamento Champions sia oggettivamente il traguardo minimo da tagliare per ritenere la stagione un trionfo. Per fare ciò, dato che Milan e Inter mi sembrano fuori portata per ampiezza di organico e valori tecnici, ci giochiamo due posti due con Juventus, Palermo e appunto Roma (Udinese e Lazio sono un gradino sotto, secondo me).
Ora, penso che se riuscissimo a battere la Roma in casa sua, di fatto l’elimineremmo dalla lista dei nostri avversari: sette punti senza più lo scontro diretto da giocare sono difficili da recuperare, in quindici gare. Gli uomini di Ranieri diventerebbero una opportuna buccia di banana per le nostre avversarie, e magari aggancerebbero l’ultimo seggiolino utile in extremis. Non perdendo, i punti rimarrebbero quattro, meglio che niente: sprecato un match ball, ma ancora saldamente avanti. Nel caso pessimo, e cambio di mano per gli scongiuri, saremmo ancora avanti ma li avremmo addosso: e loro sono forti, molto forti.
Arriviamo a questa partita messi meglio sotto alcuni punti di vista, e peggio sotto altri. Loro hanno i due centrali difensivi squalificati; vengono da una sconfitta amara, che probabilmente ha definitivamente cancellato ogni sogno di clamorose rimonte; hanno una situazione di spogliatoio non proprio rosea, e contrariamente ai nostri ragazzi hanno qualche infortunato storico che non accenna a riprendersi.
Eppure hanno una condizione invidiabile: ieri hanno corso come disperati, tenendo in scacco in dieci i campioni del mondo che hanno dovuto faticare fino all’ultimo per piegarne l’orgoglio; noi invece, a parte Maggio, Yebda, Zuniga e forse Campagnaro siamo in flessione atletica in alcuni uomini fondamentali, come Gargano, Lavezzi, Dossena. Si gioca a Roma, dove storicamente patiamo un po’. Il famoso Palazzo vuole una Roma almeno in Champions, per fronteggiare una debitoria enorme che avrebbe affondato qualunque altra squadra meno cara a onorevoli e prelati, proprio nell’anno delle celebrazioni per l’unità d’Italia.
Non succede, non succede; ma se succede, come si dice, il Napoli svolta. Il terzo posto, ultimo utile per scansare gli scomodi preliminari estivi ed entrare dalla porta principale nel calcio che conta, come sognato dal presidente, diventa qualcosa che possiamo solo dilapidare. Ecco perché chiedo, insieme a tutti i napoletani, questo sacrificio ai ragazzi: vi prego, guagliu’, non sbagliate questa partita. Perché se restate concentrati, stretti e veloci, se mordete le caviglie stile Chievo, se non li fate respirare, anziani come sono, allora ci portiamo il campionato a casa, non solo i tre punti.
Ultima annotazione di (mal)costume. Registriamo una testicolare affermazione del signor Baldini Silvio; e chi è?, si chiederanno i più. E’ quel raffinato gentiluomo che si ritiene erroneamente, e immagino che per questo sia in cura psichiatrica, un allenatore di calcio. Non lo è, perché dopo aver raccolto quattro esoneri in quattro anni si è rassegnato a tentare il comodo ruolo di opinionista, incredibilmente trovando qualcuno che lo ospiti (spero gratuitamente, almeno). Ebbene, questo signore, che è lo stesso che amava chiudere le conversazioni mollando un calcio nel sedere all’interlocutore (Di Carlo, ad esempio), ha dichiarato in TV che a Napoli il calcio è più sentito rispetto a Milano perché lì, contrariamente a qui, si lavora. Ora, mi chiedo che ne sappia del lavoro uno che a intervalli regolari viene cacciato per fallimento quando ci prova, a lavorare. Da parte mia, inchinandomi alle competenze in materia di sociologia di questo luminare, lo invito volentieri a continuare a invidiare chi lavora in una piazza che non ha altro che il calcio a cui pensare, giacché naviga nell’oro e nel benessere. E a prendere i suoi riveriti concetti, inciderli su una lastra di marmo e riporseli dove crede meglio o gli dà maggiore soddisfazione.
Sia lieto, signor Baldini: nessun settore dell’economia quanto il calcio riesce a raccogliere tanti imbecilli. Lei non resterà mai senza lavoro.

Maurizio de Giovanni, 7 febbraio 2011

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