Per il razzismo al Meazza nessuno paga

Gli inviati della Procura federale hanno un’ottima vista, almeno quelli che giovedì sera erano allo stadio Meazza per Inter-Napoli. Hanno notato l’accensione di un po’ di bengala da parte delle due tifoserie e l’hanno segnalata al giudice sportivo Tosel, che non ha adottato provvedimenti in virtù della collaborazione delle società. Ma non devono avere un udito altrettanto buono, gli uomini del procuratore capo Stefano Palazzi, magistrato napoletano impegnato in importanti inchieste tra penale e sportivo, da Calciopoli-bis (la parte che riguarda l’eventuale coinvolgimento dell’Inter in base alle documentazioni fornite dai legali dell’ex manager juventino Luciano Moggi) agli accertamenti su un giro di scommesse intorno ad alcune partite dello scorso campionato (compresa Napoli-Parma 2-3) dopo la segnalazione partita dalla Procura di Napoli. Giovedì, dall’inizio alla fine di Inter-Napoli, si sono ascoltati insulti di ogni genere rivolti ai tremila napoletani presenti sugli spalti di San Siro, tutti in possesso della «Tessera del tifoso», perché gli ultrà non si sono messi in viaggio, come temevano al Viminale. E i cori – quelli che da sempre si ascoltano in quasi tutti gli stadi del Nord – sono andati avanti anche quando lo speaker del Meazza ha ricordato che l’arbitro avrebbe potuto sospendere la partita. Cosa che l’internazionale Rocchi ha evitato di fare, probabilmente per non rovinare la festa all’Inter, che prima del via ha esposto a bordocampo i cinque trofei conquistati nel 2010 con Mourinho e Benitez. La drammatica emergenza rifiuti ha ulteriormente «ispirato» i razzisti che frequentano le curve, non solo quella del Meazza: a Brescia penose ironie sulla monnezza; a Udine sventolio di sacchetti di plastica. Eppure, da anni, non si ha notizia di provvedimenti forti da parte del giudice sportivo della Lega e la tifoseria del Napoli s’indigna. Si ricorda la chiusura della curva Nord interista nel 2007 dopo l’esposizione dello striscione «Napoli fogna d’Italia». Perché Palazzi, da capo della Procura federale più che da napoletano, non sollecita maggiore attenzione da parte dei suoi uomini? E il presidente federale Giancarlo Abete, di origini beneventane, perché non ricorda che il razzismo non è soltanto l’odioso «buu» rivolto ai giocatori di colore?
Francesco De Luca(Il Mattino)

ilnapolista © riproduzione riservata