Tropical chiude azzurri secondi

Esistevano due spazi: quello esterno al Tropical, freddo e silenzioso, esteso come un pensiero anomalo; quello interno, fatto di caldo estenuante, discussioni circolari e infinite, seni intravisti, fumo e parole fragili. Poi esistevano due tempi: quello esterno al Tropical, veloce e regolare, segnato dal semaforo lampeggiante e dai fari dei TIR; quello interno estatico e dilatato, alcolico e sensuale, tigelle e lambrusco e “tanto domani non arriva”.
Ora il Tropical ha chiuso i battenti. Ce l’ha comunicato il puteolano a valle dello Steaua. Mentre ero in albergo a Roma ho ricevuto la sua telefonata triste. Mi sembrava di vedere il Tinello Marron di Paolo Conte e il suo Mocambo. La gente gira sulla Canaletto, a Gorghetto è il deserto, il nostro entusiasmo non è bastato e il gestore ha mollato gli ormeggi e si è imbarcato in una nuova avventura.
Così ho invitato a pranzo i profughi. Un consuolo funereo tutto campano: ragù coi miei San Marzano padani e gallinella di maiale importata. Salsicce (importate) e friarielli di produzione propria (leggermente rovinati dalle gelate recenti), costatelle di maiale (importato – bestemmia per questi luoghi) e l’ultima insalata dell’orto. Il tutto innaffiato con Lambrusco di Sorbara rifermentato in bottiglia. Se non l’avete mai bevuto non sapete cosa vi perdete.
C’erano tutti per l’estremo saluto: i due braccianti egizi con le mani bruciate dal gelo per la prima potatura dei peri, il PMI aversano con moglie (e conseguenziali zizze) al seguito, il (più) vicino dalle gote arrossate, contadino supporter del Sassuolo, con fratello (new entry). Lo so che il consuolo prevede il brodo, ma la mia compagna questo sa fare e qui sul brodo so’ difficili, se non è cappone istoriato e conservato a temperatura modificata neanche l’odore vogliono sentire…
Così abbiamo acceso la tv e, per un rituale stanco, ci siamo messi a guardare sto Napoli. Tanto lo sapevamo che la partita era triste. Qualcuno si è permesso di rimpiangere Cannavaro (con buona pace del dotto Bracale), qualcuno Pazienza (con buona pace mia). All’inizio del secondo tempo gli occhi erano solo per le zizze della signora PMI e per gli occhi dell’ex-gestore traditore, in attesa della lacrima. Insomma ci volevamo commuovere in attesa di conferma per la periodica partita stracciamaroni della amatissima.
Al salvataggio di Grava c’è stato un fremito premonitorio. Cosmi in tv sparava ovvietà e noi facevamo i conti col punto guadagnato. Poi è partito il ragazzo dal volto scavato eduardiano, ha fatto questa cosa sublime, se n’è caduto il teatro ma di fatto si trattava di cinema. Pure l’egiziano l’ha detto nel suo dialetto approssimativo: “guaglio’ mi pare Bollywood”. Mi dovrei impegnare in un saggio sulla cinematografia sentimentale della città e della squadra, di quella fetecchia di allenatore e del Presidente. Prima o poi lo farò.
Per ora salutiamo il puteolano. Ci mancherà. Chissà chi verrà al suo posto. Chissà chi sarà l’acquisto di gennaio.

Paolo Birolini
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