Il mondo ama Napoli
ma la tiene a distanza

Caro direttore, dopo aver letto, con grande emozione e apprezzamento, i due recenti articoli a firma Raffaele La Capria su Napoli e sul mio film, Passione, mi sento in dovere di replicare per condividere i suoi sentimenti, da italoamericano che ha profondamente a cuore le sorti di questa città. In tutta Italia ho avuto modo di percepire un profondo amore per Napoli, ma allo stesso tempo un desiderio di tenerla a distanza, quasi che non ci sia più nulla da fare per lei e che il suo destino sia ormai irreversibilmente segnato. Il mondo intero sa benissimo che non tutta l’immondizia di Napoli è napoletana, ma che vi viene trasportata per canali non sempre legali. È una situazione che va aggravandosi da qualche tempo a questa parte. Le campagne circostanti sono inquinate, si riscontra un’elevata incidenza di tumori, e si susseguono le crisi per lo smaltimento dei rifiuti. Sono problemi che non resteranno limitati a Napoli e alla Campania, ma che si diffonderanno presto anche ad altre località.
È imperdonabile vedere gli abitanti sommersi da montagne di immondizia, uno spettacolo che degrada e disonora non solo la città, ma l’intero Paese. Sembra che non vi siano altre soluzioni perché Napoli è Napoli, mentre in realtà di soluzioni ce ne sarebbero molte. Lo smaltimento dei rifiuti è un grande business, oltre che un problema a livello mondiale, specie nei Paesi piccoli, che hanno meno spazi a disposizione per il trattamento. Basta guardare alla Germania per capire come sia possibile creare inceneritori efficienti e puliti in grado di convertire la combustione dei rifiuti in elettricità, e per di più dotandoli di un design architettonico che li inserisce armoniosamente nel contesto urbano. Anche questo è un modo per far soldi, seguendo però il principio della creatività, e nel rispetto della salute. Saremo costretti a rivedere, al giorno d’oggi, le immagini mostrate dal film, tratte dagli archivi storici della Seconda guerra mondiale, di una Napoli affamata, di bimbi e anziani disinfestati dai parassiti con la polvere bianca del Ddt?
Ho letto di recente dell’adattamento televisivo di Filumena Marturano, con la regia di Massimo Ranieri, e del grande successo riscosso. Da grande ammiratore tanto di De Filippo quanto di Massimo il mio plauso va a entrambi. Tuttavia, mentre gli spettatori si godono il film comodamente seduti in salotto, mi pare doveroso ricordare che questi artisti provengono entrambi dalla medesima città reietta, tradita dal suo governo. È impressionante stilare una lista dei grandi artisti che Napoli ha dato al mondo, da Roberto Murolo a Totò, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Peppe e Concetta Barra, Francesco Rosi, Angela Luce, Lina Sastri, Mario Merola, Nino Taranto, Mario Martone, Renato Carosone, Sergio Bruni, Toni Servillo e infiniti altri, che hanno trasmesso i loro doni al mondo nel campo della musica, del teatro, della letteratura e del cinema. Anche questa è Napoli, insieme a tutti i suoi cittadini impegnati e laboriosi che la rendono unica al mondo. Attraversare la città da forestiero, recitare in teatro o sul set cinematografico, lavorare con la sua gente è un’esperienza indescrivibile, che non può essere replicata altrove in Italia e nel resto del mondo.
Sono d’accordo con La Capria, che esiste cioè un disprezzo banale per questa città e per la sua classe dirigente. È per me molto strano scrivere questa lettera mentre il nostro film, Passione, è in cartellone negli Stati Uniti, e osservare la reazione che esso suscita nel pubblico più eterogeneo — afroamericani, irlandesi, inglesi, svedesi, ebrei — e fino a che punto gli spettatori restano commossi e affascinati dalla città, dai suoi abitanti e dall’antico slancio della sua creatività.Questa piccola pellicola, girata in economia, dovrebbe esaltare le virtù di Napoli e celebrare i suoi artisti, passati e presenti. E invece l’immagine sotto gli occhi del mondo, per citare La Capria, è quella di una città sconvolta, che annaspa tra montagne di spazzatura. Spero che non sia troppo tardi per intervenire, ma ogni giorno che passa senza prendere provvedimenti significa condannare l’intera regione a rischi sempre maggiori. Mi sono avvicinato alla cultura di Napoli grazie a un suo celebre figlio, Francesco Rosi, e riconosco che è una cultura che ha molto da dire sulla realtà di oggi, una cultura che squarcia il disagio della modernità che ha infettato il mondo intero e sa ricordarci che cosa significa essere uomini.
Abito a New York e ho visto con i miei occhi lo scempio causato dall’avidità di Wall Street. Agire nel più totale disinteresse per il prossimo, per le possibili conseguenze negative, infischiandosene di lasciare il vuoto a quanti ci seguiranno è distruttivo per tutti, persino per coloro che si macchiano di questi reati. Prima o poi saremo tutti costretti a ripensare quali sono le scelte migliori per il mondo in cui viviamo, pena la sua distruzione. Napoli non dev’essere sacrificata come caso esemplare, bensì salvata. Abbiamo assistito alla stessa apatia a New Orleans, una città per molti versi imparentata con Napoli, quando si è ritrovata sola in balìa di se stessa nel momento della catastrofe, e quali sono state le tremende conseguenze di quell’abbandono. Quando si deciderà il governo italiano a svegliarsi e intervenire per salvare Napoli? Occorre prendere misure di emergenza. Niente chiacchiere, ma azioni. La gente ha bisogno di aiuto. La città sta aspettando. Non chiudiamo le orecchie alla forza trascinante delle sue canzoni.
John Turturro (dal Corriere della sera)

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