Liverpool come Napoli
ma non è più immobile

Pochi anni fa una piccola boutade mediatica fece il giro del mondo: secondo alcune fonti, infatti, la leggendaria Yesterday di Lennon/McCartney (1965) risultava molto simile – se non addirittura identica – ad un brano napoletano intitolato «Piccerè che Vene a Dicere», assai in voga nelle cosiddette feste periodiche che si tenevano nelle case della borghesia partenopea nella prima metà del Novecento. La notizia, priva di reali fondamenti storici, divertì le agenzie di stampa e i giornalisti e confermò un ideale ponte di dialogo tra Liverpool, città natale dei Beatles e il capoluogo campano. Questa settimana il Liverpool, blasonato club calcistico (cinque Coppe dei Campioni alle spalle), affronta per la prima volta il Napoli di Mazzarri e i napoletani, non solo i tifosi, sono impazziti. Le due città di mare in qualche modo si sentono. Le similitudini sembrano superare i clichè a base di musica, calcio e porto mercantile. Le dicotomie si sprecano: il fish and chips più gustoso delle Isole Britanniche si confronta con la pizza, i Beatles si misurano con Di Giacomo e Bovio, l’Anfield Stadium fa i conti con il San Paolo di Fuorigrotta…
Negli anni Sessanta, in piena esplosione di Beatlemania, alcune città del nostro Paese si contesero il titolo di «Liverpool italiana» e in prima fila si collocarono la vivace Modena dei «complessi beat», la sorprendente Verona di Dino (poi cantata dai Gatti di Vicolo Miracoli nel brano Verona Beat) e, naturalmente, le tre sedi dei concerti italiani dei Beatles dell’estate del 1965 ovvero Milano, Genova e Roma.
Solo qualche tempo dopo e con il suo ruolo di piccola «Covent Garden d’Italia», Napoli riuscì ad esprimere il suo potenziale musicale offrendo straordinaria linfa al movimento del progressive rock, giungendo però fuori tempo massimo al confronto con il suono della Liverpool dei favolosi anni Sessanta.
A ben vedere, però, se l’Emilia e la Lombardia riuscirono ad agganciare timidamente il sound d’Oltremanica, non v’è dubbio che Liverpool abbia attraversato una propria vicenda urbana, sociale e – per estensione – territoriale molto simile a quella vissuta da Napoli.
Il Merseyside come la Campania? Non proprio, però i punti di contatto tra le due aree non sono pochi e dimenticabili. Il Regno Unito ha dovuto fare i conti, negli ultimi decenni, con la sua «questione settentrionale», con una Liverpool dal passato vittoriano glorioso, fondato però sulla tratta di schiavi: la deliziosa canzone Penny Lane dei Beatles (1967) fotografa un quartiere della città intitolato al mercante di schiavi James Penny, ma forse è meglio non ricordarlo ai fan del quartetto.
Proprio all’indomani dell’esplosione planetaria del merseybeat, Liverpool ha ironicamente incontrato un periodo buio, nonostante i tentativi del governo Wilson di proiettarla sullo scenario europeo: migliaia di abitanti trasferitisi in altre città britanniche, un porto costretto a vivere all’ombra di Londra, una scena culturale asfittica, una città in crisi economica.
L’eredità vittoriana di Liverpool e quella borbonica di Napoli, il ruolo da protagonista nei mari per le due città, l’effettiva tradizione musicale sempre in equilibrio tra cultura popolare e accademia, la solarità contagiosa e avvolgente, l’umorismo degli abitanti con dialetti particolari, rendono Liverpool e Napoli più vicine di quanto si possa ritenere. Ma le somiglianze si fermano ai primi anni Novanta: è in quel periodo che la città inglese ha compiuto quello scatto di reni che a Napoli è mancato del tutto in tempi recenti (questo giornale ha definito la città immobile), e che è culminato con la nomina di Liverpool a Capitale Europea della Cultura nel 2008.
L’invidiabile programmazione di mostre d’arte moderna e contemporanea della Tate Modern, la capacità di mettere in rete le eccellenze e «fare sistema», l’utilizzo intelligente e abile di fondi europei destinati ad aree in situazioni di disagio, la nascita di un polo-chiave per le arti performative (il Lipa – Liverpool Institute for Performing Arts), la capitalizzazione della risorsa-Beatles e del suo richiamo mondiale, quindi del turismo, hanno permesso alla città inglese di attirare studenti e osservatori da tutta Europa, di trasformare la Beatle Week (ultima settimana d’agosyto con concerti 24 ore su 24 ad ogni angolo) in un appuntamento irrinunciabile con i nuovi linguaggi della musica pop-rock e di proporsi come attrattore per il mecenatismo intelligente, gli investimenti costruttivi e lo sviluppo culturale. Un esempio utile su cui Napoli potrebbe riflettere, magari intonando un coro da stadio sulla melodia di Yellow Submarine (la canzone più saccheggiata dalle tifoserie di mezzo mondo, ndr.) e incitando il team di Mazzarri alla conquista dell’Europa calcistica con «’O surdato ’nnammurato».
Michelangelo Iossa
(dal Corriere del Mezzogiorno)

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